venerdì 29 giugno 2007

La rivoluzione del PC a basso consumo

Intel e Google, in collaborazione con Dell, EDS, EPA, HP, IBM, Lenovo, Microsoft, PG&E, WWF ed altri ancora hanno lanciato la “Climate Savers Computing Iniziative”, una campagna per la protezione del clima che riunisce industria, consumatori e organizzazioni ambientaliste al fine di migliorare l'efficienza di computer e server.

Che lo crediate o no i PC sprecano quasi il 50% dell'energia che ricevono in ingresso. Questa energia inutilizzata incide inutilmente sulla spesa dell'alimentazione dell'apparecchio e aumenta, senza ragione, le emissioni di gas serra.
L'obiettivo che si sono prefissi i colossi dell'ITC è la riduzione di quel superfluo 50% di consumo il che equivale ad un taglio delle emissioni pari a 54 milioni di tonnellate all'anno. Per tradurlo in un linguaggio più comprensibile, sarebbe come eliminare dalla strada 11 milioni di automobili ogni anno!
Servono computer più efficienti, in grado di ridurre gli effetti ambientali causati dal consumo di energia elettrica e è ora che i progettisti realizzino schede madri ed alimentatori per PC a voltaggio variabile, invece dell'attuale standard di 12 volt.
Si tratterebbe di un primo importante passo verso la drastica riduzione dell'impatto dei PC sull'ambiente, un impatto enorme sul quale fino ad oggi lavorano un ristretto numero di imprese hi-tech tra cui VIA, il chipmaker taiwnaese che ha annunciato di recente una clamorosa iniziativa per la realizzazione di processori ad impatto zero.
In queste ore molti fanno i nomi di società come 80 Plus ed Ecos Consulting, che stanno da tempo battendosi per aumentare l'efficienza energetica dei computer, tuttavia i vari progettisti impegnati nella realizzazione di PC ad alta efficienza non sono ancora riusciti a trovare un'intesa per uno standard internazionale. In assenza di uno standard tutto è più difficile, i costi crescono e le soluzioni richiedono più tempo.
Rimane il fatto, come ha spiegato Chris Calwell, responsabile di Ecos Consulting, che i computer attualmente sul mercato siano decisamente poco efficienti. “È come se in tutte le automobili del globo”, ha detto Calwell, “ci fosse un motore da 400 cavalli, solo per il fatto che alcune vetture devono trainare grandi carichi una volta ogni tanto”. In base agli studi condotti da Google, una rivoluzione energetica nel settore dei computer legata a tecnologie già utilizzabili potrebbe far risparmiare circa 40 miliardi di kilowatt all'ora nel corso di appena tre anni. Con un filo di cinismo alcuni osservatori sostengono che una produzione hardware più attenta al consumo energetico costituirebbe prima di tutto un grosso vantaggio proprio per Google: l'azienda gestisce una enorme quantità di server, un numero in continua espansione, e macchine capaci di risparmiare anche solo qualcosa più delle attuali si tradurrebbero in un risparmio del tutto considerevole. Comunque sia il dato equivale ad un risparmio economico di circa 5 miliardi di dollari, riporta il New York Times, calcolando quanto accadrebbe con “appena” 100 milioni di computer desktop. Su scala globale è pressoché impossibile calcolare l'impatto ma di una cosa si dicono tutti sicuri: il Pianeta nel suo complesso ne trarrebbe un enorme beneficio.

giovedì 28 giugno 2007

Varese Ligure, il borgo eco-compatibile

Varese Ligure, nell’entroterra di La Spezia, è il borgo rurale più virtuoso della UE. In dieci anni ha fermato lo spopolamento, triplicato il turismo, creato 140 nuovi posti di lavoro, raggiunto il 95% di agricoltura biologica (la valle è stata rinominata la Valle del Biologico) e prodotto energia da fonti rinnovabili sufficiente per le proprie necessità. Difendere l'ambiente e valorizzarne le risorse sta diventando uno dei comandamenti nelle scelte strategiche di molti Comuni. In mezzo a numerose negative eccezioni, tra cui le proposte di nuovi insediamenti turistici che prevedono colate di cemento su una costa già degradata, gli esempi positivi si trovano con maggiore facilità nell'entroterra. Il borgo di 2.400 abitanti ha vinto il premio della Ue “Promote 100”, riservato al comune rurale europeo che ha eseguito il più completo e originale progetto di sviluppo sostenibile. La storia recente del borgo spezzino, dove gli abitanti vivono sparsi in 27 frazioni dediti a pastorizia, agricoltura, commercio e turismo, è segnata da premi e certificazioni: ISO 14001, EMAS e Promote 100 i più recenti. “Dieci anni fa - racconta il Sindaco - Varese non lo conoscevano neppure a La Spezia ed era destinato a morire per invecchiamento. Ci siamo dati da fare e abbiamo ribaltato la situazione. Oggi la popolazione è stabile, con 15 nascite l'anno, il turismo vive 6 mesi su 12, produciamo latticini, carne e verdure in eccedenza, tutto rigorosamente biologico”. Il Sindaco si ritiene fortunato perché tutti lo cercano per “fare da cavia”: dalla Regione al ministero per l'Ambiente. A Varese Ligure è stato sperimentato il biologico, le raccolte differenziate di rifiuti, il risparmio energetico e la produzione di energia da fonti rinnovabili. I risultati sono straordinari certo, ma una lancia va spezzata in favore di tutta la Regione Liguria che investe nell'ambiente, come dimostrano i 120 certificati ISO di Comuni e aziende e non ultimo il finanziamento di 14 milioni di euro per le energie rinnovabili. In effetti oggi Varese Ligure produce 3,2 MW con quattro generatori eolici di cui due inaugurati negli ultimi mesi. Due sistemi fotovoltaici produce altri 23 MWh l’anno, un piccolo impianto idroelettrico, 60 mq di pannelli solari termici e tutte insieme le installazioni consentono di ridurre le emissioni di 9.600 kg di CO2 (presto saranno raddoppiate). Solo l'impianto eolico fa risparmiare 8.000 tonnellate di CO2, 3.000 tonnellate di carbone, 1.800 di petrolio e 1.100 di gas naturale. “Solo con l'eolico - precisa il Sindaco - abbiamo guadagnato 30.000 euro l'anno con un accordo con l'azienda pubblica Acam che gestisce l'impianto”. L’elemento singolare è anche che queste iniziative non servono solo a raccogliere premi e consensi tra l’elettorato, ma apportano benefici tangibili ai cittadini. Tutta la popolazione è coinvolta in questa sorta di esperimento virtuoso, e i negozi, le locande, le piccole aziende le cooperative hanno tutte la certificazione ambientale di qualità.Tutto questo è valso alla cittadina spezzina il primo premio di “Comune 100% rinnovabile” sulla base della mappatura delle fonti energetiche pulite nel territorio italiano condotta da Legambiente.

martedì 26 giugno 2007

Una nuova rivoluzione industriale

Provate a mettere in fila questi dati. 1 - più di un quarto dell'anidride carbonica, il gas serra che rischia di cuocere il pianeta, viene dalla produzione di elettricità. 2 - oltre metà delle centrali elettriche attualmente in funzione nel mondo ha più di vent'anni. Bisogna rimpiazzarle e costruirne di nuove, visto che si prevede che la domanda globale di elettricità aumenterà del 50 per cento da qui al 2030. Infatti, l'AIE, l'agenzia per l'energia dell'OCSE, l'organizzazione che raccoglie i paesi industrializzati, prevede che bisognerà investire, nello stesso periodo, 7.500 miliardi di euro per costruire queste centrali. 3 - un quadrato di pannelli solari di 250 chilometri di lato, piazzato nel Sahara, sarebbe in grado di fornire, dicono gli esperti, tutta l'elettricità di cui il mondo ha bisogno. Altri esperti dicono che il vento può dare un decimo dell'energia mondiale. Insomma, c'è una montagna di quattrini da investire presto nella produzione di elettricità, ma le nuove centrali potranno essere sempre meno quelle tradizionali e sempre più quelle alternative, perché bisogna ridurre le emissioni di anidride carbonica. C'è già chi ha messo in fila questi dati ed è giunto alla conclusione che l'effetto serra è una gigantesca calamità, ma, proprio per questo, anche una straordinaria opportunità. Il risultato è importante. Perché chi teme che gli appelli degli scienziati e il volatile effetto panico che destano nell'opinione pubblica non siano sufficienti ad evitare che la "rivoluzione verde", anti-CO2, sia solo una moda passeggera, può rasserenarsi. C'è al lavoro un meccanismo assai più solido, ripetutamente testato nei secoli: un numero sempre più ampio di persone si sono accorte che, nella "rivoluzione verde", c'è da fare un bel po' di soldi. Quanti? Nessuno, per ora, si aspetta che, ad esempio di quei 7.500 miliardi di euro di nuove centrali, più di un rivolo vada a fonti come il sole e il vento. Ma, quando la torta è molto grossa, anche le briciole sono cospicue. Come stanno facendo Sergei Brin e Larry Page, i padroni di Google, che non hanno dubbi che la storia si ripeterà: "Il cleantech è basato sull'innovazione scientifica e tecnologica, è promosso da imprenditori, è frammentato come Internet". Del resto, non sono solo i profeti del venture capital a parlare di una quarta rivoluzione industriale, dopo quelle del vapore, dell'elettricità e del computer. Lo proclamano i documenti della UE e dei governi: il salto tecnologico connesso all'energia pulita può dare una spinta paragonabile a quella degli anni '90 alla produttività e all'economia. Il rapporto della Allianz parla di centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro, di un'industria ambientale che fornisce alla Germania un contributo paragonabile a quello dell'auto nel secolo scorso. Dieci anni fa, la rivoluzione informatica ha sconvolto le gerarchie dell'economia mondiale, facendo sembrare dinosauri i colossi di allora e portando alla ribalta giganti del tutto nuovi, come Microsoft e Google. Anche la possibile rivoluzione dell'energia pulita si apre su un terreno ancora inesplorato, dove non esistono ancora rendite di posizione, gerarchie precostituite, giganti che precludano l'accesso e dove una singola invenzione fortunata può creare un protagonista dalla sera alla mattina: il grosso degli attori sono facce nuove al grande business e le multinazionali sono, spesso, all'inseguimento dei nuovi venuti. A differenza dell'informatica, però, non sono gli americani, oggi, a dominare il cleantech. Il 20 per cento del mercato delle tecnologie ambientali è in mano ai tedeschi. Nelle classifiche degli attori più importanti spiccano, con i tedeschi, danesi, spagnoli, cinesi, indiani, spesso davanti agli americani. E gli italiani? ZERO: in questa partita ancora non ci siamo.

lunedì 25 giugno 2007

Vegetariano, perché?

Questa la domanda che spesso mi viene rivolta ed alla quale la risposta non viene spesso spontanea. Mi verrebbe da rispondere: perché no? Ma la domanda è legittima dato che le motivazioni che portano ad un’alimentazione vegetariana possono essere molteplici. Il motivo forse più scontato è quello animalista ed è l’unico motivo che porta alcuni vegetariani a spingersi oltre e diventare vegani, ossia rifiutare anche l’uso dei derivati animali come latte uova lana ecc. Diciassette miliardi di animali vengono uccisi ogni anno in Europa e Stati Uniti per il consumo di carne. I pulcini maschi delle galline ovaiole o i cuccioli maschi delle bufale da latte, vengono uccisi subito dopo la nascita perché “inutili”. Un milione di agnelli, ancora cuccioli, viene macellato in Italia in occasione delle feste religiose. Questi sono solo alcuni dei motivi animalisti che possono spingere a diventare vegetariano. Ma se le motivazioni animaliste non bastano si possono aggiungere quelle forse più importanti legate al problema della fame nel mondo e più spesso denunciato dai vertici della FAO, organismo dell’ONU al pari di UNICEF e UNESCO, ma chissà perché spesso ignorato. Dagli studi fatti proprio dalla FAO e che possono essere reperiti cercando in Internet con le parole “FAO e vegetarismo”, se gli americani riducessero il loro consumo di carne del 10% potrebbero essere nutrite 60.000.000 di persone. Su un ettaro di terra possono crescere 10.000 Kg di patate, mentre dallo stesso terreno, utilizzando i vegetali coltivati per sfamare gli animali allevati, possono essere prodotti solo 165 Kg di carne. Per un hamburger prodotto vengono abbattuti 5 mq di foresta tropicale. Quindi è facile aggiungere alle motivazioni animaliste quelle legate ad un consumo critico e consapevole. Ulteriore motivo che dovrebbe coinvolgere chi tiene alla propria persona è quello salutistico e sul quale da un bel po’ si batte un oncologo famoso come il Dott. Umberto Veronesi, vegetariano anche lui anche se solo per motivi di salute. Ogni tre minuti in Italia una persona muore di infarto, una delle cui cause principali è l’eccessivo consumo di grassi e proteine animali. L’alimentazione vegetariana riduce del 24% la probabilità di morte per infarto. Allora mi viene ancora più spontaneo rispondere: perché no?

venerdì 22 giugno 2007

Annoduemilasette

Ieri sera ho assistito alla trasmissione condotta da Santoro, Annozero. Argomento iniziale della serata l'ambiente introdotto con un bel documentario sulla situazione critica del Po. Ospiti: Rutelli, Fo, Sgarbi. Mi viene subito da chiedere come mai visto l'argomento non ci sia nessuno dei Verdi. Il dibattito successivo ha dimostrato tutti i miei pensieri sulla situazione politica attuale in generale e non solo per l'argomento ambiente. Sull'incalzare delle domande di Santoro, Rutelli è stato esclusivamente capace di rassicurarmi del fatto che lui è consapevole della drammatica situazione ambientale snocciolando dati a non finire e enunciando i contenuti dell'ultima Finanziaria, dimenticando di dire che quasi tutti quei punti enunciati sono stati introdotti esclusivamente grazie all'intervento dei Verdi. In tutto il suo intervento non è stato capace di dare soluzioni. Dario Fo e persino Sgarbi hanno invece parlato di soluzioni, ma cosa più importante messo in evidenza il problema principe della attuale classe dirigente politica di centro sinistra, la totale assenza di capacità comunicativa. Oltre a non essere spesso capaci di realizzare quanto promesso al proprio elettorato (qualcuno subisce e accetta in modo perfino poco nascosto parecchie pressioni da lobby), quando ci riesce non è in grado di comunicare e spiegare le proprie scelte in modo semplice e comprensivo. Non è in grado di mettere in atto quelle concertazioni e quel dialogo che erano state il cavallo di battaglia della campagna elettorale. A mio avviso Dario Fo in particolare ha trovato quella che effettivamente è l'unica soluzione per affrontare i problemi ambientali: la cultura. Sensibilizzare, dialogare, divulgare è l'unico modo per dare una svolta, prima di qualunque azione forte che possa non essere compresa.

giovedì 21 giugno 2007

Google e la mobilità del futuro

Lunedì scorso, Google e Pacific Gas&Electric hanno svelato un accordo congiunto: dare forma ad un mondo dove le auto e i camion funzionano con l'energia elettrica della rete domestica. Al momento hanno mostrato sei Toyota Prius e Ford Escape dotate di motorizzazioni ibride e particolari soluzioni hardware che consentono anche l'alimentazione tramite le comuni prese elettriche. Il tutto per dimostrare che manca un passetto all'ibrido 2.0. Nello specifico, le Prius ed Escape mostrate sono in grado di percorrere circa 31 km/l, quasi il doppio rispetto a un'ibrida tradizionale. Inoltre, perché non bisogna mai dimenticare gli interessi di impresa, almeno uno dei modelli mostrati alla stampa disponeva già di un ulteriore accessorio che permette di restituire energia alla rete. Insomma, si carica l'auto e poi quel che rimane o che si è prodotto, può essere restituito a fine giornata al fornitore. Sebbene i prototipi abbiano dimostrato una qualità di funzionamento adeguata, gli esperti del settore e gli ambientalisti, almeno per quanto riporta il New York Times, concordano sul fatto che non sia ancora arrivato il momento per una commercializzazione in massa di mezzi di questo genere. Le batterie utilizzate, infatti, non sono ancora in grado di fornire un'autonomia sufficiente. Un problema comunque risolvibile grazie soprattutto ai 10 milioni di dollari di investimento concessi da Google.org, la fondazione filantropica di Google, al progetto. Secondo Stephen Schneider, docente della Stanford University, però, il solo coinvolgimento di Google in un progetto tecnologico ibrido è di per sé una vittoria. Una sorta di "enforcement" della questione ecologica sotto l'ombrello di uno dei più noti marchi del globo terracqueo. Anche l'allestimento utilizzato per la presentazione era in linea con questa esigenza di "sensibilizzazione". I sei veicoli, infatti, disponevano di un parcheggio con tettoie dotate di pannelli solari connessi a loro volta alla rete elettrica. "Questo tipo di soluzione dimostra che è possibile il passaggio dai carburanti fossili all'energia solare", ha dichiarato Dan Reicher, direttore per i progetti energetici di Google.org. Quei parcheggi con pannelli possono ricaricare le auto oppure fornire energia alla rete. Il progetto finale prevede un sistema di alimentazione bi-direzionale, con controllo wireless delle modalità operative: le auto potranno diventare dispositivi di consumo e contemporaneamente di rigenerazione energetica a basso impatto ambientale. Tutte le info sono sul sito dedicato del progetto. A questo punto mi viene da dire: bella l'idea della macchina ibrida. Sono uno dei sostenitori di questo tipo di tecnologie, ma quello che mi chiedo è: che durata nel tempo hanno queste batterie? è stato studiato qualche sistema per lo smaltimento ecologico delle batterie stesse? Ad esempio i materiali sono facilmente separabili e riciclabili? Anche altre soluzioni che si stanno proponendo per la mobilità del futuro hanno i loro difetti. Ad esempio il biodiesel con la colza va benissimo, ma se tutti ci rifornissimo a colza dovremmo abbattere l'Amazzonia per lasciare spazio a coltivazioni di cereali! Le macchine elettriche sono una soluzione ancora migliore, ma si dovrebbe risolvere definitivamente la produzione di energia elettrica in modo pulito con fonti rinnovabili. Le macchine ad idrogeno hanno molte difficoltà di tipo pratico dovuto alla produzione dell'idrogeno stesso. Non tanto per motivi di costo quanto per motivi di sicurezza. Come mai la notizia delle auto indiane perfettamente funzionanti ad aria compressa è passata quasi inosservata? Questa si che sarebbe la soluzione "quasi" definitiva.

mercoledì 20 giugno 2007

Attacco al biologico

Una decisione dei ministri UE dell'agricoltura ha messo in discussione il diritto dei consumatori europei a consumare alimenti privi di OGM. E' stato approvato a Lussemburgo un nuovo regolamento che prevede la presenza di una soglia accidentale di OGM dello 0,9% anche nei prodotti biologici. L'Italia, con Belgio, Grecia e Ungheria, si è schierata contro chiedendo invece una soglia dello 0,1%, ma non è stato possibile raggiungere una minoranza di blocco, dopo che la Polonia, in un primo tempo disponibile ad appoggiare la proposta, ha poi votato con la maggioranza. Anche il Parlamento europeo si era espresso a favore di una soglia dello 0,1%. Adesso i Verdi tramite il presidente della Commissione agricoltura della Camera, Marco Lion, chiedono che l’Italia corra immediatamente ai ripari approvando “urgentemente” il disegno di legge sulle produzioni biologiche già in discussione in commissione, nel quale introdurre il divieto di contaminazione dei prodotti biologici per dare una risposta chiara alle organizzazioni agricole, alle associazioni dei produttori biologici e ai consumatori, i veri truffati da questa devastante e illogica decisione. La decisione del Consiglio è grave e sbagliata e danneggia sia i produttori biologici sia i diritti dei consumatori. Infatti la nostra agricoltura ha un grande futuro legato alla qualità, alla precauzione e al controllo che saranno sempre più richiesti dal mercato globale. L’Italia ha il primato in Europa per le produzioni biologiche e deve difendere con coerenza questo settore di punta della sua agricoltura. Una disciplina più rigorosa sul fronte della qualità sarà una carta in più per le nostre aziende da giocare sul terreno della competizione interna ed internazionale, con la certezza di incontrare a pieno le aspettative dei consumatori. Al Ministro De Castro dovremmo chiedere inoltre di sospendere i protocolli sulla sperimentazione di OGM in campo aperto adottati lo scorso 8 maggio. Sono inadeguati dal punto di vista tecnico e mettono a rischio filiere di assoluto valore per l’agricoltura italiana come quella degli agrumi, dell’olivo, della vite, del pomodoro e del mais. Ci sono tutte le condizioni per confermare ai consumatori l’assoluta sicurezza del prodotto biologico italiano e rispondere con atti concreti a chi ha interesse a peggiorare gli standard di qualità e a diffondere sul territorio le coltivazioni geneticamente modificate. Come dimostra il successo dell’agricoltura biologica i consumatori cercano sempre più alimenti sicuri e di qualità, senza OGM. L’atteggiamento permissivo verso la contaminazione ignora le richieste dei consumatori europei.