martedì 2 ottobre 2007

Okkupazione

Ottobre, andiamo, è tempo di occupare.
Il buon Gabriele D’Annunzio mi concederà licenza di storpiare un suo verso ma anche a questo giro l’anno scolastico rischia di riproporre un suo stanco rituale: l’occupazione. O se vi piace di più, che è più tosto, l’okkupazione.
Mi piace quando i ragazzi occupano la scuola con una buona ragione. Che so: l’aula per l’educazione fisica da tre anni è fuori uso e, nonostante le promesse, si continua a passare quell’ora in cortile a fumare o ripassare storia che c’è l’ora dopo. Oppure perché il preside ha ingiustamente sospeso uno studente che partecipava a una riunione per un progetto formativo. Oppure perché i prof assenteisti non vengono mai sostituiti come si deve. Oppure perché il ministero ha deciso di cancellare l’assemblea mensile. Insomma, una buona ragione. Mi piace perché nell’occupazione vedo un momento di protesta collettiva, di confronto, di dibattito e di soluzione. È un momento propositivo ed è anche bello passare la serata e la notte lì insieme con le chitarre, la pizza e il sacco a pelo.
Ma ultimamente di buone ragioni ne ho viste poche. «Perché occupate?» chiedevo ai miei figli. Silenzio imbarazzato, «boh», «contro la Finanziaria», «perché lo fanno tutti». L’okkupazione diventava occasione di stanco happening. Chitarra, birre, canne, sacco a pelo e domani è un altro giorno. Una specie di gita premio tra le mura scolastiche. Un appuntamento che ormai non ha quasi più niente nemmeno di trasgressivo. E siccome alcune scuole hanno già cominciato l’antifona vorrei sommessamente invitare i ragazzi a pensarci. Se necessario fate anche le barricate ma evitate questo squallido siparietto dell’occupazione rituale quando non avete niente da dire, niente da fare, niente da proporre. A volte stare zitti è molto più intelligente che gridare. Soprattutto quando gli altri ti ridono intorno.

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