venerdì 20 giugno 2008

Iperluoghi

Spuntano come funghi e ridisegnano il territorio e le relazioni sociali, sono gli outlet e factory outlet center (Foc), per semplicità i grandi centri commerciali. Vere e proprie città dello shopping che invadono la campagna e relegano i paesi a periferie di borghi artificiali e immensi parcheggi.
In Italia l’apripista è stato nel 2000 il Foc di Serravalle Scrivia, in provincia di Alessandria. Con 180 negozi e tre milioni di visitatori all’anno è il più grande d’Europa, il primo aperto e gestito nel nostro paese dal gruppo britannico McArthur Glen. In tutto sono 16 i megacentri che hanno visto la luce dal 2000 a oggi, entro la fine del 2008 saranno 24. E se oggi la superficie totale occupata da questi spazi è pari a 333.506 mq, le previsioni dicono che entro l’anno raddoppierà (Urb&Com, 2007).

Dal punto di vista ambientale, il prezzo da pagare per la nascita di questi megacentri dello shopping è insostenibile. “Qualunque area vicina ai sistemi autostradali è ormai un patchwork sporco dove anche gli spazi non urbanizzati e impermeabilizzati sono comunque di bassissimo valore – sentenzia Fabrizio Bottini, urbanista e autore di I Nuovi Territori del Commercio (Alinea 2005) – Le acque si inquinano per il lavaggio dei parcheggi e l’aria si riempie degli scarichi degli ingorghi. La nascita di questi centri consuma moltissimo suolo e impermeabilizza chilometri e chilometri quadrati di superficie”. Ne è un esempio il Foc di Noventa di Piave, di prossima realizzazione, che occuperà circa 16 ettari di terreno e, come tutte le opere superiori agli 8.000 mq, per essere attuato avrebbe bisogno della Via e della Vas. “In realtà costruendo a stralci di 4.500 mq per volta, si porta avanti una frode urbanistica legalizzata”, spiega Irene Rui, sociologa dell’ambiente e del lavoro. Come se non bastasse la nascita di questi centri porta anche un incremento vertiginoso degli spostamenti carrabili: scompaiono i “negozi di vicinato” e i consumatori sono costretti a utilizzare l’automobile.

In molte regioni del centro-nord, secondo Luca Tamini, docente di Progettazione urbanistica di strutture commerciali al Politecnico di Milano, “si assiste a un’avanzata saturazione del mercato dei grandi insediamenti commerciali che, acquisendo gli elementi qualitativi presenti nella riforma del commercio Bersani del marzo 1998, ha incentivato politiche di refurbishment, cioè messa a nuovo, e progetti di riconversione di strutture esistenti con interventi di integrazione funzionale e di cooperazione con la rete del commercio locale. Il Sud Italia e le Isole – continua Tamini – rappresentano invece ancora un territorio in via di consolidamento. Sono previsti circa 2,3 milioni di mq di commercio nei prossimi anni, dove poter sperimentare modelli di sviluppo commerciale maggiormente compatibili con le diverse dinamiche socioeconomiche”.
C’è poi il caso degli outlet che nascono a pochi chilometri o poche centinaia di metri l’uno dall’altro. “Questi centri, quando vogliono e possono, si fanno concorrenza esattamente come due panettieri nella medesima via – riprende Bottini – non a caso se si confrontano i potenziali bacini d’utenza, esistono moltissime sovrapposizioni, e non di poco conto”.
Chi difende queste strutture dice che un nuovo centro commerciale porta nuovi posti di lavoro: è vero. Ma è altrettanto vero che la chiusura dei posti vendita tradizionali i posti di lavoro li toglie. Un esempio? Il nuovo outlet di Noventa di Piave (Ve) occuperà circa 500 persone, a fronte di 2.500 posti in meno causati dalla chiusura dei punti vendita vicini, secondo una stima del presidente della Federmoda provinciale Giannino Gabriel.

Riguardo alla qualità dei progetti, c’è una nota di tiepido ottimismo. “Negli ultimi 5-6 anni si è alzato il livello qualitativo nella realizzazione architettonica e urbanistica delle nuove grandi strutture di vendita – riprende Luca Tamini – Questo per effetto dell’orientamento delle politiche pubbliche di governo degli insediamenti commerciali, focalizzato sulla riduzione del consumo di suolo, sulla compatibilità ambientale e su una corretta accessibilità viabilistica. E anche per via del carattere integrato e diversificato dei nuovi format commerciali”.
Qualche esempio? “Il progetto Portello a Milano, il Vulcano Buono a Nola-Napoli, il mercato di Santa Caterina a Barcellona, che oltre ad essere stati disegnati da attenti progettisti come Studio Valle o Renzo Piano building workshop, hanno contribuito a superare la monofunzionalità insediativi dei luoghi del commercio di prima e seconda generazione costruendo, spesso, relazioni virtuose con il contesto urbano e territoriale”.
Quello che è certo è che “piccolo è bello” non esiste più.

Alternativa a misura d’uomo
Nascono i “centri commerciali naturali”: reti organizzate di botteghe e negozi per rilanciare il commercio.
Rilanciare l’economia del territorio mettendo in rete esercizi commerciali già esistenti, dando loro una regia unitaria nella promozione e nell’approvvigionamento delle merci. È la ricetta dei centri commerciali naturali, un’esperienza nuova che sta dando già i suoi buoni frutti, da Firenze a Torino, dalla Val d’Aosta alle Marche, sono ormai molti i centri commerciali naturali che operano oggi in maniera ottimale, mettendo in piedi vere e proprie campagne di fidelizzazione o limitandosi a manifestazioni a carattere di spot, giusto per attirare un maggior numero di consumatori.
In Toscana in particolare i centri commerciali naturali della provincia di Lucca stanno riscuotendo un certo successo: un’iniziativa nata per impulso di Ascom-Confcommercio e del Consorzio centro commerciale Città di Lucca e realizzato grazie al contributo della Regione Toscana. “La regione ha fortemente creduto nel progetto finanziandone sia lo start up che le successive azioni di rafforzamento e sviluppo – spiega Sara Giovannini della Confcommercio – La nostra realtà in particolare è poi riuscita a crescere, seppur con molte difficoltà, grazie soprattutto al sostegno di tutti gli enti, pubblici e privati, coinvolti: Provincia, Camera di Commercio, i Comuni interessati e la fondazioni bancarie”.
In Sardegna i primi centri commerciali naturali finanziati dalla Regione cominceranno invece a operare tra qualche mese. “Il loro successo – ha affermato il segretario regionale della Confesercenti, Carlo Abis – è una nuova stagione di rilancio per l’economia di Cagliari e potrà avvenire se ci sarà un modo nuovo di collaborare per il bene comune”. L’obiettivo è quello di dare un volto umano al commercio riscoprendo quello tradizionale all’interno dei centri urbani, rivalutando vie, piazze, gallerie, centri storici e quartieri in cui spontaneamente e storicamente si sono addensati negozi, botteghe, bar e ristoranti.
I vantaggi sono molteplici. I centri commerciali naturali, forme d’aggregazione spontanee e provviste di stato giuridico proprio, hanno una regia unitaria che coordina le iniziative correlate al commercio e risanano alcune inefficienze tipiche del commercio tradizionale, come la scarsa incisività della comunicazione e promozione. Ma soprattutto restituiscono ai consumatori il piacere dello shopping in un ambiente familiare e non artificiale, spesso anche all’aria aperta.

Gli iperluoghi trionfano, punteggiando sempre più le aree periferiche delle città o, baricentricamente, estese aree semirurali. Sono le nuove centralità del consumo. Sono definiti democratici perché alla portata di molti, ma è più giusto parlare di “target commerciale esteso” perché la democrazia è altra cosa e riguarda valori che nella piazza, luogo per eccellenza della centralità urbana, trovano il gioco, lo “struscio”, il monumento, il municipio, il comizio, il giardino, la chiesa a non la sola funzione mercantile.
Meglio non giocarla sul piano economico. Se la regola è “dove c’è domanda si crea l’offerta” non c’è partita fra le multinazionali della grande distribuzione e una bottega di due vetrine. È invece indispensabile una ferrea programmazione, che contemperi esigenze e tipologie non essendo i mall commerciali integrativi ma quasi sempre completamente sostitutivi del tessuto mercantile esistente. E questo non per nostalgia ma perché il commercio urbano di piccolo taglio garantisce diversità, imprenditorialità, socialità e sicurezza.
La realizzazione degli iperluoghi, inoltre, impatta violentemente sul paesaggio ma non lo fa così direttamente sulla quotidianità e l’economia visiva delle aree urbane consolidate. Quindi paradossalmente danno meno fastidio. Come esiste la sindrome nimby esiste quella yiop, perdonate l’invenzione: “ yes in other place”, fate pure in altri luoghi che non tocchino la mia “caverna”, che va dal giardino al plasmaschermo. Il tram a Firenze che significa meno auto, meno inquinamento e meno costi fa inorridire i difensori dell’italica eccellenza artistica, mentre “Porta di Roma” crea il più grande mall commerciale d’Europa soltanto fra borbottii e malumori.
Gli iperluoghi creano un’inarrestabile spinta centrifuga. Ne consegue una forte crescita degli spostamenti con il mezzo privato, e l’inquinamento continua a salire. Ogni anno percorriamo in automobile 528 miliardi di km producendo 79,2 milioni di tonnellate di CO2. Nel mondo? In Europa? No, in Italia. Ma dove andamo? Dei nostri 37 chilometri percorsi ogni giorno la maggioranza servono per divertirci. Tendiamo a disperderci sul territorio, consumandolo. Lo sprawl (dispersione urbanistica), la mancanza di infrastrutture, l’insufficienza di metropolitane, tram e ferrovie, uniti alla frenesia degli spostamenti in auto, ci porteranno alla felicità? Quando tutti si accentrano il problema è razionalizzare, se tutti si disperdono il problema diviene però enorme. Nessuno vuole tornare alla città multitask. Ma se rivisitato, il modello pedonale, relazionale, ergonomico non è poi così malvagio.
Se con le “tasse per costruire” si paga la pubblica illuminazione o l’asfalto delle strade, si incita il municipio a fare cassa con il rilascio delle concessioni edilizie. Una pratica da contrastare.

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