giovedì 31 luglio 2008

Medicine non convenzionali

Riporto un articolo di Francesco Bottaccioli, Fonte: Modus Vivendi

Sono rimasto di sasso a leggere il titolo di prima pagina che presentava il commento di Umberto Veronesi, su Repubblica, a proposito di recenti fatti di cronaca riferibili alle medicine non convenzionali. Medici stregoni è un titolo giornalisticamente forte, ma per nulla forzato, anzi direi felicemente fedele al testo dell’oncologo milanese.
Infatti, per Veronesi l’unica cosa che fanno i medici omeopati, fitoterapeuti, agopuntori eccetera è quella di vendere illusioni venendo incontro ai bisogni di rassicurazione emotiva che hanno i pazienti. E quello che alla fine prescrivono, pillole o aghi, fa parte di un rituale che rinnova il rapporto antico dell’essere umano con la magia, madre di tutte le illusioni di cui ha bisogno l’uomo minacciato dalla ineluttabilità della morte. Veronesi si rivolge ai suoi, ai medici scientifici, esortandoli a capire che un po’ di magia ci vuole nel rapporto con il paziente, il quale, poverino, va consolato, accompagnato, finanche accarezzato. No, dice Veronesi, il medico scientifico non deve temere di sporcarsi le mani, scendendo dal piedistallo e chinandosi al capezzale del malato, perché la sua è pura umanità che non intacca la geometrica potenza della Scienza Medica, anzi la valorizza, mostrando il fulgido contrasto tra il potere dell’Uomo di scienza e la pietà dell’Uomo di medicina.
Sembra un quadretto di provincia dell’Ottocento, ma che invece ha occupato tre fitte pagine interne del più diffuso quotidiano italiano, agli inizi del terzo millennio.
Sono rimasto di sasso perché scrivo sull’inserto Salute di Repubblica dalla sua fondazione e, assieme ad altri, abbiamo raccolto l’indicazione della sua direzione giornalistica di uscire dalla guerra di religione tra “alternativi” e “convenzionali”, mostrando invece che c’è un’altra strada: quella della verifica scientifica delle medicine non convenzionali e della loro integrazione nelle prestazioni mediche, con l’obiettivo di migliorare la conoscenza e la possibilità di cura dell’essere umano. Del resto Veronesi, Garattini e gli altri dovrebbero confrontarsi con i seguenti fatti. Milioni di italiani si curano con le medicine non convenzionali e lo fanno non rifiutando l’insulina o altri farmaci essenziali, ma integrando terapie convenzionali e non.
È la parte del paese socialmente, economicamente e culturalmente più avanzata che vi ricorre.
Migliaia di medici le praticano. Anche chi non le pratica, in maggioranza almeno una volta ha inviato un suo paziente dal collega non convenzionale.
Una percentuale non piccola di medici (dal 20 al 30 per cento) vi ricorre per curarsi, spinta dalle stesse motivazioni che sollecitano i cittadini e cioè scarsa efficacia delle cure convenzionali, eccesso di effetti collaterali.
La medicina alternativa non esiste più se non come residuo marginale, talvolta tragico come il caso della ragazza diabetica, ma pur sempre trascurabile; la spinta mondiale in atto, che interessa i grandi paesi dell’Oriente e dell’Occidente, è infatti alla medicina integrata. Le evidenze scientifiche disponibili, sia pur di grado variabile, dimostrano che su alcune discipline già da ora si possono trarre conclusioni positive in termini di efficacia e di sicurezza.
Su queste evidenze, regioni come la Toscana hanno integrato omeopatia, fitoterapia e agopuntura nel servizio sanitario, costruendo centri medici di riferimento e consentendo ai cittadini di ricorrervi in regime di sanità pubblica.
Ma con la Toscana c’è il governo americano che ha stanziato per il 2007 più di 100 milioni di dollari per la ricerca nell’ambito della medicine complementari, c’è quello indiano che ne ha stanziati 25, c’è quello cinese che va facendo accordi con molti governi europei, tra cui quello italiano, per l’insegnamento universitario della medicina cinese.
Il mondo sta rapidamente cambiando: la medicina integrata è una realtà in marcia. Insomma, Veronesi ed Ezio Mauro rischiano di far la parte degli ultimi giapponesi, o, se si vuole restare nella metafora degli stregoni, degli ultimi inquisitori.

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