martedì 21 ottobre 2008

Tagli taglia-gola

Ecco un buon e ulteriore motivo per vergognarsi di come il Paese Italia è governato. Nell'ultimo numero di Nature, rivista scientifica ufficiale delle comunità europea alter-ego dell'americana Science, c'è un editoriale dedicato ai rapporti tra politica italiana e scienze. Ne pubblico la traduzione per una più facile lettura.

Nel tentativo di rilanciare la sua arrancante economia, l'Italia si concentra su obiettivi facili ma poco saggi.
E' un periodo buio e pieno di rabbia per gli scienziati in Italia, alle prese con un governo che attua la sua peculiare politica taglia-costi. La scorsa settimana, decine di migliaia di ricercatori si sono riversati nelle strade per manifestare la loro opposizione ad un disegno di legge scritto per controllare la spesa pubblica. Se, come ci si aspetta, passerà questa legge taglierà quasi 2000 ricercatori precari, che rappresentano la spina dorsale della ricerca nazionale, la quale risulta già fortemente carente di personale. Circa la metà di questi ricercatori inoltre sono già stati selezionati per essere assunti in modo permanente.
E mentre gli scienziati manifestavano, il governo di centro-destra di Silvio Berlusconi, che si è insediato in maggio, ha decretato che i budgets di università e ricerca possano essere usati come fondi per salvare le banche e gli istituti di credito.
Questa non è la prima volta che Berlusconi ha preso di mira le università. In agosto ha firmato un decreto che ha tagliato del 10% i budget delle università e permette di riempire solo una su cinque delle posizioni accademiche vacanti. Permette anche alle università di convertirsi in fondazioni private al fine di raccogliere ulteriori entrate. In questo clima, i rettori delle università credono che questo ultimo passo sarà usato per giustificare ulteriori tagli ai fondi, e questo li costringerà a eliminare corsi che hanno poco valore commerciale come i classici o anche le scienze base. Quando la bomba è esplosa, all'inizio delle vacanze estive, si erano appena comprese pienamente le implicazioni - troppo tardi, visto che il decreto sta per essere convertito in legge.
Nel frattempo il ministro dell'Istruzione, Università e Ricerca, Mariastella Gelmini, è rimasta in silenzio su tutte le questioni relative al suo ministero, fatta eccezione per le scuole secondarie, e ha permesso che decisioni governative rilevanti e distruttive fossero messe in atto senza sollevare obiezioni. Ha rifiutato di incontrare ricercatori e accademici per ascoltare le loro preoccupazioni o per spiegare loro le politiche che sembrano richiedere il loro sacrificio. E non ha neanche delegato un sottosegretario per gestire queste questioni al suo posto.
Le organizzazioni scientifiche influenzate dal progetto di legge sono invece state ricevute dal suo relatore, Renato Brunetta, ministro dell'Innovazione e della Pubblica Amministrazione. Brunetta sostiene che si può fare ben poco per fermare o modificare il progetto di legge - anche se si sta ancora discutendo in commissione e deve ancora essere votato da entrambe le Camere. In un'intervista alla stampa, Brunetta ha anche paragonato i ricercatori a "capitani di ventura", avventurieri mercenari rinascimentali, dicendo che dargli un lavoro permanente sarebbe "un po' come ucciderli". Questo rappresenta male una questione che i ricercatori gli hanno spiegato - che qualsiasi base scientifica del Paese richiede una sana proporzione tra personale stabile e personale precario, con quest'ultimo che circola tra saldi e ben equipaggiati laboratori di ricerca. In Italia gli scienziati hanno cercato di dire a Brunetta che questa proporzione è diventata molto malsana.
Il Governo Berlusconi può pensare che misure di legge draconiane siano necessarie, ma i suoi attacchi alla base della ricerca italiana non sono saggi e sono di corte vedute. Il Governo ha trattato la ricerca come una delle tante spese da tagliare, quando invece sarebbe meglio vederla come un investimento per la costruzione di una economia della conoscenza del ventunesimo secolo. In realtà l'Italia ha già abbracciato questo concetto sottoscrivendo l'obiettivo strategico del Consiglio europeo di Lisbona 2000, nel quale gli stati membri hanno promesso di alzare i loro fondi per la ricerca e lo sviluppo (R&D) al 3% del loro prodotto interno lordo. L'Italia, un Paese del G8, possiede una delle più basse spese R&D in quel gruppo - con appena l'1,1%, meno della metà rispetto a quello di Paesi come la Francia e la Germania.
Il Governo ha bisogno di prendere in considerazione ben altro che profitti a breve termine ottenuti tramite un sistema di decreti agevolato da ministri accondiscendenti. Se vuole preparare un futuro realistico per l'Italia, come dovrebbe fare, non dovrebbe far inutilmente riferimento a un passato lontano, ma capire come funziona la ricerca nel presente in Europa.

Fonte: Nature

1 commenti:

Posta un commento

Related Posts with Thumbnails