lunedì 20 ottobre 2008

Il mondo del lavoro e la crisi economica

In questi giorni ho letto un libro che per me è stato illuminante per permettermi di comprendere il perchè della situazione economica attuale e di quali legami ci siano tra questa crisi e il mondo del lavoro. Il libro è "La fine del lavoro" di Jeremy Rifkin.
Ripercorre la storia del lavoro e dei suoi stretti legami con le rivoluzioni industriali dal fine '800, l'economia, la finanza e la politica. Espone in modo chiaro questi legami e permette di dedurre in modo intuitivo che la situazione attuale è il punto di arrivo di una storia iniziata tanto tempo fa e che non si è mai interrotta, ma che potrebbe non avere un futuro se non si cambia questa gestione del mercato.
Per dare uno spunto a chi volesse leggersi il libro, ma anche a chi non ne ha intenzione, pubblico qualche stralcio:

... Fin dai suoi albori, la civiltà umana si è strutturata in gran parte intorno al concetto di lavoro. Dai cacciatori-raccoglitori paleolitici agli agricoltori del Neolitico, all'artigiano medievale, all'addetto alla catena di montaggio dell'età contemporanea, il lavoro è stato una parte integrante della vita quotidiana. Oggi, per la prima volta, il lavoro umano viene sistematicamente eliminato dal processo di produzione; entro il prossimo secolo, il lavoro «di massa» nell'economìa di mercato verrà probabilmente cancellato in quasi tutte le nazioni industrializzate del mondo. Una nuova generazione di sofisticati computer e di tecnologie informatiche viene introdotta in un'ampia gamma di attività lavorative: macchine intelligenti stanno sostituendo gli esseri umani in infinite mansioni, costringendo milioni di operai e impiegati a fare la coda negli uffici di collocamento o, peggio ancora, in quelli della pubblica assistenza. ...

... Quando la prima ondata di automazione colpì il settore industriale, a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, i leader sindacali, gli attivisti dei diritti civili e molti sociologi furono rapidi nel suonare l'allarme. Le loro preoccupazioni, comunque, non erano molto condivise dagli uomini d'impresa dell'epoca, che continuavano a credere che l'aumento della produttività generato dalle nuove tecnologie di automazione avrebbe stimolato la crescita economica e favorito l'occupazione e la crescita del potere d'acquisto. Oggi, al contrario, un numero ridotto ma crescente di manager inizia a preoccuparsi di dove ci porterà la rivoluzione tecnologica. Percy Barnevik è il chief executive officer della Asea Brown Boveri, un colosso svizzero-svedese da 40.000 miliardi che produce generatori elettrici e sistemi di trasporto, oltre che una delle maggiori società di engineering del mondo. Come altre imprese globali, ABB ha recentemente re-engineerizzato le proprie attività, tagliando 50.000 posti di lavoro, pur riuscendo ad aumentare il fatturato del 60% nello stesso periodo di tempo. Barnevik si domanda: «Dove andrà a finire tutta questa gente?» Secondo le sue previsioni, la quota di forza lavoro impegnata nell'industria in Europa è destinata a diminuire dall'attuale 35 al 25% entro i prossimi dieci anni, con un'ulteriore discesa al 15% nei vent'anni seguenti. Barnevik è profondamente pessimista sul futuro dell'Europa: «Se qualcuno mi dice: "Aspetta due o tre anni e vedrai esplodere la domanda di lavoro", gli domando: "Dimmi dove? Quali lavori? In quali città? In quali aziende?" Se mi metto a tirare le somme, scopro che esiste il rischio che l'attuale 10% di disoccupati e sottoccupati diventi il 20 o 25%». ...
... Per più di un secolo, gli economisti hanno convenzionalmente accettato come un dato di fatto la teoria che afferma che le nuove tecnologie fanno esplodere la produttività, abbassano i costi di produzione e fanno aumentare l'offerta di beni a buon mercato; questo, in conseguenza, migliora il potere d'acquisto, espande i mercati e genera più occupazione. Tale assunto ha fornito il supporto razionale sul quale si sono fondate le politiche economiche di tutte le nazioni industrializzate. Questa logica sta oggi conducendo a livelli mai registrati finora di disoccupazione tecnologica, a un declino apparentemente inarrestabile del potere d'acquisto e allo spettro di una recessione globale di incalcolabile grandezza e durata.
Il concetto che gli incommensurabili benefici indotti dall'avanzamento della tecnologia e dall'aumento della produttività riescano a diffondersi fino alla massa dei lavoratori in forma di prezzi inferiori, maggior potere d'acquisto e più occupazione costituisce essenzialmente una teoria dell'«effetto a cascata» della tecnologia. Mentre i tecnologi, gli economisti e gli uomini d'impresa usano raramente il termine «cascata» per descrivere l'impatto dell'innovazione sui mercati e sull'occupazione, i loro presupposti filosofici sono un chiaro segnale dell'implicita accettazione di questo principio. ...

... L'enfasi sulla produzione, che aveva occupato gli economisti fino ai primi anni del secolo, venne improvvisamente sostituita dal neonato interesse per il consumo. Negli anni Venti emerse un nuovo campo di analisi della teoria economica, l'«economia del consumo», e un numero crescente di economisti dedicò i propri sforzi intellettuali al comportamento del consumatore. Il marketing, che fino a quel momento aveva occupato un ruolo periferico nelle attività aziendali, assunse una nuova importanza. Nello spazio di una notte, la cultura della produzione venne sostituita dalla cultura del consumatore. ...

... la Commissione presidenziale sui cambiamenti economici, voluta da Herbert Hoover, pubblicò un rapporto rivelatore del profondo cambiamento nella psicologia umana intervenuto in meno di un decennio. Il rapporto terminava con una rosea previsione di ciò che attendeva l'America:
"Questa ricerca ha dimostrato, in maniera conclusiva, ciò che un tempo veniva considerato teoreticamente vero: i desideri sono insaziabili; ogni desiderio soddisfatto apre la strada a un nuovo desiderio. La conclusione è che, di fronte a noi, si aprono panorami economici sterminati, e che la soddisfazione di nuovi desideri creerà immediatamente desideri sempre nuovi da soddisfare... Attraverso la pubblicità e altre tecniche di promozione si è data una sensibile spinta alla produzione... Parrebbe che si possa procedere con un crescente attivismo... La nostra situazione è fortunata e il momento di inerzia notevole."
Solo pochi mesi dopo il mercato azionario crollò, gettando la nazione e il mondo in una delle più profonde depressioni dell'era moderna.
La Commissione Hoover, come molti politici e uomini d'impresa, era talmente fissata sull'idea che l'offerta creasse la propria domanda da essere incapace di prevedere la dinamica negativa che stava spingendo il sistema economico in una depressione di enormi proporzioni. Per compensare la crescente disoccupazione tecnologica generata dall'introduzione delle nuove tecnologie laborsaving, le imprese americane investirono milioni di dollari in campagne pubblicitarie, sperando di convincere chi aveva ancora un lavoro e un reddito a lasciarsi coinvolgere nell'orgia della spesa. Sfortunatamente, il reddito dei lavoratori dipendenti non cresceva abbastanza in fretta da tenere il passo con gli incrementi della produttività e della produzione. La maggior parte degli imprenditori preferiva intascare l'extraprofitto realizzato con la crescita della produttività, invece di trasferirne una parte ai lavoratori in forma di salari più alti. Henry Ford - bisogna dargliene merito - sosteneva che i lavoratori dovessero essere pagati abbastanza per riuscire ad acquistare i prodotti delle aziende per cui lavoravano; in caso contrario, si chiedeva, «chi comprerebbe le mie automobili?» I suoi colleghi decisero di ignorare il monito.
Il mondo delle imprese perseverava nella convinzione di potersi appropriare dei maggiori profitti, di poter deprimere i salari e continuare a pompare i consumatori per assorbire la sovrapproduzione. La pompa, invero, cominciava a lavorare a secco. Le nuove metodologie di marketing e pubblicità erano riuscite a stimolare il consumo di massa; comunque, non disponendo di un reddito sufficiente ad acquistare tutti i nuovi prodotti che sommergevano il mercato, il lavoratore americano continuava a ricorrere al credito. Qualcuno levò una voce di allarme, dicendo che «gli acquisti vengono finanziati più velocemente di quanto i beni vengano prodotti». Anche questo monito cadde inascoltato finché fu troppo tardi. ...

... Nell'ottobre 1929, meno di un milione di persone erano disoccupate. Nel dicembre 1931 il loro numero aveva superato i 10 milioni; sei mesi dopo, nel giugno 1932, il numero dei disoccupati era salito a 13 milioni. Al culmine delle depressione, nel marzo 1933, il numero degli americani senza lavoro raggiunse i 15 milioni.
Sempre più economisti attribuivano la responsabilità della depressione alla rivoluzione tecnologica degli anni Venti, che aveva fatto crescere la produttività e i volumi. ...


Quello che scrive Rifkin è storia, ma si sa che gli uomini hanno la memoria corta e non sono bravi a fare tesoro delle esperienze passate.

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