venerdì 21 settembre 2007

Forza Italia

Un anno fa c'è stato il referendum sulla riforma costituzionale e Marco Travaglio scriveva questo articolo, che riporto integralmente, su l'Unità. I temi esposti sono sempre attuali, in particolar modo in questi giorni di polemiche sulle istituzioni. Per quanto non apprezzi molto quando Travaglio metta appellattivi e sbeffeggi i politici, ripeto che per me ci deve essere sempre rispetto, sono perfettamente concorde con la seconda parte dell'articolo quando parla del concetto di riforma. Riformare non sempre è un concetto positivo, dipende dal risultato ottenuto dalla riforma.

Se domenica prossima, visto che ci abbiamo preso gusto, si votasse un referendum sul quesito: “Preferite si annunci il prossimo ‘tavolo’, o ‘bicamerale’ o ‘convenzione’ o ‘costituente’ per ‘riformare insieme’ la Costituzione, oppure le dichiarazioni di Prodi sull’evasione fiscale e la decisione di Di Pietro di decapitare l‘Anas e denunciarne il presidente alla Procura?“, la risposta del popolo italiano sarebbe plebiscitaria: “Le seconde che hai detto“.
L‘idea che un premier, anziché praticare l’evasione, elogiarla e incentivarla a suon di condoni, la definisca “antidemocratica” e si proponga di combatterla, e l‘idea che un ministro, anziché infarcire il ministero di massoni e pregiudicati, li cacci via, sono decisamente più accattivanti di vent‘anni di dibattiti sotto il totem della “grande riforma“. Nessuno, nel Palazzo, si aspettava il 53% degli elettori alle urne, né tantomeno il 61% di No (che sarebbe salito di 10 punti senza la vergognosa campagna Rai-Mediaset). Come nessuno, otto mesi fa, si aspettava 4 milioni e mezzo di elettori alle primarie.
Nessuno si aspetta mai, dalla gente, comportamenti normali. Perché il concetto di “normalità“, nel Palazzo, è deformato da decenni di dibattiti autoreferenziali su mirabolanti “grandi riforme” che nessuno vuole e nessuno capisce, oltrechè da decenni di disinformatija televisiva che ci mostra un Paese inesistente: non come è, ma come lo vorrebbero lorsignori.
Dicono che è un Paese conservatore: embè, anche se fosse? Dopo 12 anni dominati da una presunta “destra” eversiva, che ha fatto a pezzi la Costituzione, il codice penale, la logica e il buonsenso, che male c’è se gli italiani vogliono conservare quel poco di buono che ci han lasciato i nostri padri e nonni? Ci sarà un motivo se, appena sente “grande riforma“, la gente mette mano alla fondina, o almeno al portafogli? Non sarà perchè in questi anni hanno riformato, peggiorandolo, ciò che andava bene così (scuola, università, magistratura, legge elettorale...) e non hanno riformato ciò che va cambiato (pubblica amministrazione, fisco, procedura penale, forze di polizia...). Ancora l’altra sera, in tv, gli eletti parlavano lingue del tutto sconosciute agli elettori.
Quasi tutti d’accordo sulla necessità di “aumentare i poteri del premier” (ottima idea, in un paese che produce due o tre duci per secolo: figurarsi Craxi o Berlusconi con qualche altro potere in più) e di “attuare il federalismo fiscale” (abbiamo già dato con le esattorie, che in Sicilia erano appaltate ai cugini Salvo, cioè alla mafia). Ma non capiscono che è bastata la faccia di Calderoli per spazzare via secoli di studi sul federalismo e suscitare una certa nostalgia per i prefetti giolittiani, se non per lo Stato bismarkiano? Il Paese normale che esce dalle urne non è quello “normalizzato” che sognano lorsignori.
E’ un Paese vaccinato, che sa distinguere le cose importanti dalle batracomiomachie ideologiche. Che tiene alle cose che contano, come la Costituzione, la divisione dei poteri, l’equilibrio fra controllori e controllati. Chiede un‘amministrazione più efficiente. Insomma piccole riforme di manutenzione, non salti nel buio. Adora il “cacciavite” di cui parla Prodi senza mai mostrarlo, e teme i caterpillar. Non sopporta l‘invadenza dei partiti nella società, nella Rai, nelle Asl, nei concorsi, nelle università, nella giustizia. Vuole contare qualcosa non solo il giorno delle elezioni, ma prima, nella scelta dei candidati. E, dopo, vuole sapere che uso si fa del suo voto. Non riesce a comprendere perché mai il cardinal Ruini o la signorina Rice dovrebbero decidere che cosa dobbiamo fare in Italia, né per quale maledizione del cielo il padrone di Mediaset o l‘onorevole Petruccioli dovrebbero decidere quali giornalisti e attori devono lavorare in Rai e quali no.
Dopo la grande sbornia, chiede politici anzitutto onesti (nessuno ha ancora capito perché mai i condannati e gli imputati non possano fare i vigili urbani, ma i parlamentari e i ministri sì), e poi seri, silenziosi, poco televisivi, magari noiosi, ma possibilmente esperti delle cose che fanno. È persino disposto ai sacrifici, ma a patto che li facciano tutti, in proporzione, a cominciare da chi le tasse non le paga mai e i soldi li arraffa violando le leggi. Quando il pm Francesco Greco ha proposto di “mettere le mani in tasca ai delinquenti“, seminando il panico in Parlamento, il Paese normale ha respirato meglio per qualche minuto. E ha pensato, vergognandosene un po’: ecco, questa sì sarebbe una Grande Riforma.

Marco Travaglio - l'Unità - 28 giungo 2006

1 commenti:

Anonimo ha detto...

Complimenti per il blog, mi sono divertito a leggerlo.
Vienimi a trovare se hai tempo: www.energyislife.org

Ciao!

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