martedì 8 aprile 2008

Le banche all’assalto

Le stime del FMI delineano un rallentamento della crescita a livello globale, le ipotesi di aggravamento della crisi dovuta agli effetti dei subprime si sono dimostrate più che attuali, le problematiche relative all’aumento del costo delle materie prime e al loro andamento ciclico, con effetti sull’inflazione, sono pesantemente in atto, eccetera.
Eppure nessuna di queste preoccupanti variabili sembra attenuare minimamente il grande interesse delle banche internazionali a investire in Africa. Perché?
Molte attese sono concentrate sul fatto che il sistema finanziario dei singoli stati africani sta ricevendo una quantità rilevante di crediti d’aiuto da parte soprattutto della Cina (allo stesso tempo erogatrice di crediti ai governi e ai primi posti negli investimenti produttivi) e in misura minore dell’India e che questi stessi sistemi non sono in grado di gestirne i movimenti e gli utilizzi conseguenti, e quindi anche le banche internazionali, sempre più presenti sul territorio con le loro filiali, potranno usufruire di margini non indifferenti di intervento in termini di servizi e di investimenti finanziari correnti, guadagnandoci molto.
La vera ragione però del grande interesse delle banche, sia nazionali che internazionali, è prevalentemente un’altra ed è legata all’andamento crescente, in questi ultimi anni, del prezzo delle materie prime e delle commodities africane, quasi in ogni settore merceologico.
Molto diverse le modalità, gli interessi e la visione operativa delle banche nazionali e di quelle estere, con conseguenze non irrilevanti sullo sviluppo e la crescita economica.
Le prime si trovano nella inconsueta condizione di avere una liquidità molto consistente dovuta alla partecipazione diretta o alle entrate indirette derivate dal buon andamento del settore delle esportazioni. Che fare di questa liquidità è il vero problema delle banche nazionali. In primo luogo perché l’economia locale non è sempre in grado di assorbire questa sovraliquidità e allo stesso tempo, in un circuito perverso, le banche non sono capaci o non se la sentono (o perché sono luoghi di corruzione) di stimolare il settore privato per fare in modo che possa utilizzare al meglio tutta questa disponibilità di danaro. Va da sé che questa debolezza strutturale delle banche nazionali viene utilizzata da quelle internazionali per drenare liquidità direttamente dagli esportatori e utilizzarla per investimenti all’estero, ovvero qui da noi e in genere nei paesi OCSE o in Cina.
Nei paesi esportatori di petrolio, che negli ultimi tre anni hanno visto crescere enormemente le entrate in valuta pregiata, si assiste ad un proliferare di attività bancarie internazionali e di agenzie finanziarie, di fusioni, incorporazioni, ampliamento delle reti e degli sportelli, a cui non si assisteva da tempi lontanissimi.
Ma cosa significa in termini più radicali l’emergere di questa situazione? Significa che stiamo assistendo ad una duplice forma di sfruttamento, al limite del paradossale, se non fosse drammatica e gravida di conseguenze negative per milioni di persone. La prima fase consiste nello sfruttare le risorse naturali e umane proprie dei singoli paesi, utilizzando lo strumento dello scambio ineguale e dei prezzi iniqui, delle barriere doganali e della delocalizzazione, del controllo societario e del commercio borderline. La seconda fase consiste nell’utilizzare speculativamente i redditi che derivano da questo sfruttamento!
Si deve poi tener conto che di fatto gli investimenti esteri nei settori trainanti in Africa avvengono prevalentemente nel segmento minerario e ancor più precisamente in quello petrolifero e dei minerali rari o strategici, tutti settori controllati a livello mondiale da multinazionali spregiudicate. Questi investimenti producono ricchezza che le banche nazionali non sanno utilizzare e allora le banche internazionali li usano per facilitare investimenti esteri nei settori di cui sopra. Un circuito che si ripete senza alcuna attenzione alla creazione di autonome capacità di dar vita ad attività produttive in ambito agricolo, industriale dei servizi.
Certo è comprensibile che il finanziamento di attività private, fuori dall’ambito delle risorse minerarie o di alcune commodities agricole, non sia considerato molto appetibile dalle banche nazionali per la scarsa redditività prevedibile e per i rischi sempre connessi a questa forma di investimenti, ma la maggiore liquidità dovrebbe invece indurre un circuito virtuoso che, riducendo i rischi degli imprenditori, consenta di realizzare maggiore sviluppo produttivo e quindi maggiori risorse per l’autofinanziamento.
Non ce che da auspicare che sia questa la dinamica delle nuove ricchezze finanziarie “africane”.

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