mercoledì 11 giugno 2008

Prestigiacomo e le sue politiche ambientali

Dopo l’ambientalismo del no e quello del fare, si aggiunge un altro modo per caratterizzare le azioni di politica ambientale dopo che Stefania Prestigiacomo ha annunciato quali saranno le linee guida che caratterizzeranno il suo operato da ministro: la politica ecologica del sì. Nell’articolo scritto sul Sole 24 Ore dal ministro dell’Ambiente si parla – per la verità - di «politiche ambientali capaci di dire sì, ma anche come» introducendo quindi almeno un elemento di distinguo (il come), e portando come elemento a favore dell’aver mantenuto un dicastero dedicato alle politiche ambientali (anziché accorparlo alle infrastrutture), il fatto che «la questione ambientale» non venga «relegata a effetto collaterale delle altre politiche del fare».
Una corretta partenza, almeno per chi pensa che la questione ambientale debba essere il fulcro attorno al quale ripensare non solo le altre politiche del fare, ma soprattutto le politiche economiche di un paese, dato che come scrive lo stesso ministro: «La saldatura avvenuta tra questione ecologica e questione energetica ha posto le politiche ambientali al centro dell’agenda internazionale e ha trasformato l’esigenza dello sviluppo sostenibile da slogan minoritario in chiave di volta del nuovo modello di sviluppo mondiale».
Impostazione che farebbe quindi ben sperare sulla politica ambientale dei prossimi anni. Salvo poi apprendere nel resto dell’articolo, che si pensa di integrare tutto all’interno di esse, compresi interventi assai poco coerenti tra di loro, se l’obiettivo concreto è davvero utilizzare la sostenibilità come chiave di volta di un nuovo modello di sviluppo. E così sotto l’ombrello dell’«imperativo risparmio energetico sotto tutte le sue forme» ci sta la raccolta differenziata e i pannelli fotovoltaici sulle villette a schiera (escludendo quindi il resto dell’edilizia dalla possibilità di accedere al fotovoltaico?), il limite al sacchetto di plastica del supermercato e le bottiglie di vetro anziché di pet (riciclabili entrambi tra l’altro, ma forse si sottintendeva che sul vetro si potrebbe fare il vuoto a rendere) sino ad interventi sulla mobilità personale.
Andando avanti si scopre infine la sua anima che la stessa Prestigiacomo definisce «eco-liberale» e arrivano quindi rigassificatori e termovalorizzatori, e la necessità di fare comunque strade, autostrade e ponti (quello sullo stretto di Messina in primis). Certo, «trovando le soluzioni meno invasive» ma dimenticando che proprio le infrastrutture stradali stanno alla base dell’aumento del trasporto individuale a scapito di quello collettivo e che, se le risorse economiche vanno da una parte, ovvero sulla realizzazione di infrastrutture stradali, difficilmente rimangono poi per altre infrastrutture, come una moderna ed efficiente rete ferroviaria ad esempio, o per sostenere politiche locali volte ad ampliare la dotazione strutturale per il trasporto collettivo.
E che spesso la realizzazione di tali opere infrastrutturali cozza proprio con la valorizzazione di quella che lo stesso ministro definisce «la più grande, non replicabile, esclusiva risorsa italiana» che «è lo straordinario mix di storia, cultura, paesaggio e ambiente». Ci sono grandi opere e grandi infrastrutture che non basta farle bene (sarebbe già una novità) ma non andrebbero proprio fatte. Perché non sono coerenti con l’esigenza di far salire il concetto di sviluppo sostenibile da mero slogan a vero volano di un nuovo modello di sviluppo, che ha bisogno, certo, di una politica ecologica, ma che oltre ai sì sappia dire anche dei no.

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