giovedì 4 dicembre 2008

Esperimenti sugli animali in Italia

I numeri in Italia sono questi: 2.735.887 in tre anni, dal 2004 al 2006. Questo, secondo la Lav, il numero di animali “utilizzati” per la ricerca sul territorio nazionale. Sono dati pubblicati in ottobre (ai sensi del Dlgs. 116/92) sulla Gazzetta Ufficiale dal Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali, che sono stati commentati dall’associazione animalista. Le ricerche presentate denotano un significativo aumento, rispetto al triennio 2001-2003, del numero di cavalli/asini (221 nel triennio 2004-06, 90 nel precedente), suini (8.097 contro 6.840), bovini (2.795 contro 1.584), uccelli (90.493 contro 85.651) e pesci (45.418 contro 7.979) che sono stati molestati, torturati o uccisi a fini di ricerca. Stazionario, invece, il dato relativo alle specie più utilizzate, e cioè topi (1.664.294), ratti (820.143) e altri roditori, «largamente impiegati per il loro costo ridotto e per la facilità con cui si maneggiano».
La Lav fa notare come il dato sia da considerare «fortemente sottostimato visto che non rientrano nelle statistiche invertebrati, embrioni, feti e animali utilizzati già soppressi». I motivi della sperimentazione sono prevalentemente (45%) associati ai cosiddetti “studi biologici di base”, segue la “ricerca per la medicina umana, odontoiatrica, veterinaria” (27%), il “controllo di qualità prodotti e apparecchi per medicina umana e odontoiatria” (12%), e altre voci, prima tra tutte l’8% di ricerche destinate a “studi tossicologici e prove di innocuità”.
In aumento, all’interno del periodo triennale preso in esame, è il numero di sperimentazioni “in deroga”, cioè quegli esperimenti «che prevedono l’impiego di cani, gatti e primati non umani, o l’utilizzo di qualsiasi specie animale a fini didattici o il non ricorso ad anestesia (art.8 e 9 del Dlgs. 116/92)», che secondo Lav sono aumentati da una media di 128 del biennio 2004-05 a 141 per il 2006-07.
Viene ovviamente da chiedersi ancora una volta se tutto ciò abbia una sua equità, se sia cioè da considerarsi “giusto”, sia per quanto riguarda la vivisezione in sé, ma ovviamente anche riguardo a numeri di questa portata. Se domandiamo se sia giusto che un animale – l’uomo – mangi la carne di un altro animale, la risposta di alcuni sarà negativa (es. Io e la mia famiglia), altri risponderanno con cenni di assenso.
Non sono certo “fenomeni naturali” la tortura e la morte che infliggiamo ad altri esseri viventi, colpevoli di non appartenere alla nostra specie “eletta”. Ma sono da considerarsi fenomeni “necessari”? Va detto che sicuramente, se non avessimo rubato vita, integrità e salute alle cavie da laboratorio come abbiamo fatto e continuiamo a fare, la medicina umana non sarebbe al punto in cui è oggi. Non ci potrebbe mai essere un numero di cavie umane disponibili, tale da sostituire numeri, in termini di cavie animali, di questa portata.
Ma torturarli e ucciderli per la nostra salute o per la nostra scienza, appare oggi a molti ancora “necessario” (non a tutti, come si può vedere nei mille e mille commenti indignati che stanno accompagnando la notizia nella rete ufficiale e nel web), sia pure davanti ai relativi progressi svolti in questo campo dalla nostra cultura, dal nostro sistema legislativo e dalla medicina stessa. Si pensi alle cavie cibernetiche, alle simulazioni computerizzate e alle cellule staminali, sempre più utilizzate in medicina e con risultati sempre più attendibili se non più attendibili delle cavie.

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