venerdì 21 dicembre 2007

Il nucleare produce emissioni inquinanti

Torniamo al nucleare, ci risolverà il problema delle emissioni inquinanti, dicono, fa niente se ancora non sappiamo dove mettere le scorie e se l’uranio è una risorsa limitata come il petrolio, troveremo una soluzione.
Questa una sintesi semplicistica di una parte del dibattito nucleare si/nucleare no.
Ho trovato questo contributo in cui si mette in dubbio anche l’assunto che il nucleare ci salverà dall'inquinamento. L’ho trovato molto tecnico, vediamo di spiegarci in parole povere.
In effetti il funzionamento della centrale in sé non produce emissioni, ma per funzionare la centrale ha bisogno di combustibile nucleare, ed è lì il problema. Le fasi di estrazione, frantumazione, macinazione, fabbricazione del combustibile, arricchimento e gestione delle scorie, necessitano di parecchio combustibile fossile e quindi emettono inquinanti.
Il tutto dipende dalla concentrazione di Ossido di Uranio contenuto nel materiale grezzo da lavorare per ottenere il combustibile nucleare da usare in centrale. Il materiale grezzo è di due tipi, ad alta concentrazione di Ossido di Uranio (0.1%) e a bassa concentrazione (0.01%). Per ottenere un chilo di prodotto finale (chiamato “yellowcake”), nel primo caso ci vuole una tonnellata di minerale grezzo, nel secondo caso ce ne vogliono dieci. Ovviamente in natura è più disponibile quello a bassa concentrazione, e quindi la lavorazione è più lunga, e in ultima analisi emette più inquinanti. Alcuni ricercatori hanno calcolato che “il consumo di energia fossile per questi processi di fabbricazione è così grande che gli inquinanti emessi sono paragonabili a quelli emessi da un equivalente ciclo combinato alimentato a gas naturale”.
Quindi considerando una centrale nucleare in tutto il suo ciclo di funzionamento (non solo il reattore per intenderci) comunque utilizza combustibili fossili in quantità molto elevate, e la maggior parte (un 80%) dipende dalla produzione del carburante. Nell’articolo si dice anche che per il tal modello di centrale ogni 1000 kWh prodotti se ne spendono 200 kWh di idrocarburi con le relative emissioni.
Un’altra cosa che leggo, l’uranio grezzo è una risorsa scarsa in natura come il petrolio, e che è molto limitata la percentuale di materiale ad alta concentrazione. Non se ne parla molto, ma per questi motivi anche il prezzo del “yellowcake” (l’uranio lavorato che poi finisce nei reattori) sta aumentando notevolmente. Nel 2000 costava 20 dollari a libbra, nel 2007 ne costa 120. Anche in questo leggo molte similitudini con il petrolio. Ma allora?

giovedì 20 dicembre 2007

Scuola privata europea

La scuola privata italiana è la peggiore d'Europa. Ma non solo. E' anche una delle ultime al mondo.
In Italia, sulle scuole non statali, da alcuni anni a questa parte si confrontano due opposte idee (pro e contro il finanziamento pubblico). I favorevoli ritengono che il ruolo (e il conseguente trasferimento di fondi pubblici) delle scuole private sia indispensabile per fare crescere l'intero sistema scolastico nazionale. I contrari pensano e sostengono che il trasferimento diretto di risorse pubbliche alle scuole non statali sia incostituzionale. Ma intanto arriva l'impietoso giudizio dell'indagine OCSE-PISA (Programme for International Student Assessment) 2007, che boccia gli istituti privati senza appello.
Il report internazionale sulle competenze dei quindicenni nelle cosiddette literacy relative alla Lettura, alle competenze in Matematica e scientifiche certifica, in Italia, la maggiore qualità del pubblico sul privato. In poche parole, il pur deludente quadro emerso dalla comparazione internazionale dei quindicenni italiani con i coetanei di altri 56 stati sparsi nei 5 continenti, pubblicato quelche tempo fa, si accentua se si prendono in considerazione i risultati delle sole scuole private.
L'Italia è uno dei pochi paesi occidentali e industrializzati dove gli adolescenti della scuola pubblica risultano "più" attrezzati dei compagni delle private. I numeri parlano chiaro e non lasciano spazio a troppi dubbi. Degli oltre 21 mila quindicenni presi in considerazione, il 4 per cento, al momento dell'indagine, era iscritto in istituti privati. Il divario emerso nella Matematica è pari a 11 punti: 462 per gli adolescenti delle scuole statali e 451 per i compagni iscritti nelle classi delle scuole private. Distanza che diventa ancora più imbarazzante se si prende in considerazione le Scienze in genere: 476 contro 462. Solo in quella riguardante la Lettura (comprensione e produzione di testi scritti) il divario è minimo (appena 3 punti), pur sempre a favore degli studenti che affollano le scuole pubbliche.
Ma è il confronto internazionale a fare emergere una realtà ancora poco conosciuta e soprattutto, misurata. Tra le 48 nazioni di cui l'OCSE ha pubblicato i risultati disaggregati (pubblico/privato), in Matematica, l'Italia viene sopravanzata da nazioni come Uruguay e Israele e precede di appena un punto il Cile. Facendo sempre riferimento ai risultati dei soli alunni che frequentano le scuole private il nostro paese si colloca fra gli ultimissimi posti anche per le competenze in Lettura e nelle Scienze dove paesi come l'Azerbaijan e la Giordania, a giudicare dai risultati dei propri alunni, mostrano scuole private più competitive della blasonata Italia.
E se nella maggior parte dei paesi del mondo nel complesso le scuole private innalzano la qualità dell'intero sistema scolastico lo stesso non può dirsi per il nostro paese dove quel 4 per cento di studenti, sulle conoscenze scientifiche ad esempio, contribuisce ad abbassare il livello italiano già di per sé preoccupante. Solo a titolo di esempio, in Germania gli studenti delle private ottengono in Matematica quasi 40 punti in più dei compagni delle statali. Stesso discorso per il Regno Unito dove il distacco passa addirittura a 75 punti o in Spagna: più 25 punti a favore degli alunni delle private.

mercoledì 19 dicembre 2007

Pena di morte

Una delle notizie del giorno è sicuramente l'approvazione della mortoria internazionale per l'abolizione della pena di morte da parte dell'ONU.
Sicurmente una bella notizia e importante, ma della quale si vedranno pochi effetti vista la non obbligatorietà della moratoria per i paesi membri. Ci sarà da festeggiare ogni volta che un paese membro deciderà di applicarla al proprio interno, ma fino ad allora si tratta di una vittoria smorzata.
Mi ha fatto un certo effetto (anche ai media internazionali), vedere gli USA votare contro la moratoria e trovarsi dalla parte di tanti di quei paesi verso cui gli USA vorrebbero esportare la propria "democrazia". Gli USA si sono trovati a votare come la maggior parte dei paesi islamici, come tante dittature asiatiche e africane, come la Cina e il Giappone.
Ma la notizia più bella è un'altra e ha un significato importantissimo. Lo Stato del New Jersey ha abolito la pena di morte. Lo ha fatto con la motivazione che la pena di morte non serve a nulla e non è un deterrente. In pratica mette in dubbio l'unica motivazione che spinge alcuni paesi a mentenere la pena di morte anche contro i propri principi etici.
La speranza è che l'esempio e il ragionamento seguito dallo stato del New Jersey venga seguito da tanti altri stati, che capiscano come la pena di morte in nessuno stato dove venga applicata non riduce il numero di delitti e aumenta la sicurezza sociale.

martedì 18 dicembre 2007

Il paradiso dei lavoratori

È Google Italia il migliore ambiente di lavoro 2008 secondo un'indagine condotta da Great Place to Work.
Partendo da un campione di più di mille aziende in Italia, Google Italia si è classificata prima eccellendo nelle seguenti aree: credibilità, rispetto, equità, orgoglio, spirito di squadra e innovazione. A premiare l'azienda, viene spiegato, è principalmente un ambiente fondato sulla fiducia alle persone e chiara condivisione degli obiettivi, unita ad un ambiente di lavoro informale.
«Ritengo che una società sia molto più di una somma di individui - dice Massimiliano Magrini, Country Manager Google Italia - perchè è data dall'unione dei valori e delle potenzialità che ciascuno può trasmettere all'intero gruppo in modo costruttivo».
A contribuire alla nomina è l’ambiente nel quale sono valorizzati il merito e il contributo di tutti. In Google Italia viene data molta attenzione alla qualità dell'ambiente di lavoro; non esistono codici di abbigliamento, i dipendenti possono ordinare il pranzo online a carico dell'azienda e usufruire di due cucine per snack e bevande. Gli uffici dispongono inoltre di un'area ricreativa con vibro-chair, biliardino o console. Sono agevolati i trasporti dei dipendenti (con tanto di bici aziendale), gli incentivi all’attività fisica, a internet e così via.
«La nomina - conclude Magrini - rappresenta un risultato molto significativo che testimonia il valore del rapporto che abbiamo costruito con le nostre risorse, all'interno di un ambiente nel quale ogni persona possa portare il proprio contributo e vedere riconosciuti i propri meriti».

lunedì 17 dicembre 2007

Impronta insostenibile

Negli ultimi 30 anni le economie con tassi sempre in crescita dell'Unione Europea hanno raddoppiato la propria pressione sugli ecosistemi. Secondo il rapporto del WWF (http://assets.panda.org/downloads/europe_2007_gdp_and_ef.pdf), Europa 2007 – Prodotto Interno Lordo e Impronta Ecologica, la pressione sull'ambiente, nonostante gli avanzamenti tecnologici in questo campo, cresce ad un tasso superiore rispetto alla crescita della popolazione, creando così un deficit di risorse naturali per il resto del mondo e per le future generazioni.
“Solo una generazione fa, la maggior parte dell'Europa consumava meno risorse di quante la natura ne rigenerasse” commenta Gianfranco Bologna, direttore scientifico del WWF Italia, “Oggi invece l'Europa vive al di sopra dei propri limiti. Se tutti i cittadini del mondo vivessero come un europeo, avremmo bisogno di 2,6 pianeti per avere sufficienti risorse per tutti e poter smaltire i rifiuti prodotti.”
Nell'Unione Europea solo Finlandia, Svezia e Lettonia si trovano ancora in uno stato di credito ecologico, avendo ancora a disposizione grandi riserve ecologiche che sono però sottoposte ad una crescente pressione. Ma la pressione umana sull'ambiente in questi paesi è cresciuta del 70% dal 1975 e oggi è più forte che in ogni altro paese membro.
Nonostante Germania, Bulgaria e Lettonia abbiano cercato di ridurre la propria impronta ecologica negli ultimi 30 anni, questa continua ad essere 2 volte e mezzo superiore a quello che consentono le loro risorse naturali.
“Gli indicatori economici sono fondamentali - sostiene Emeka Anyaoku, presidente del WWF Internazionale -, ma senza una contabilità ecologica non consentono di misurare il deficit ecologico prodotto dalla nostra crescita economica. E' come se spendessimo i nostri soldi senza capire che in realtà stiamo liquidando il capitale naturale del pianeta.”
E’ evidente che l’impronta ecologica, nota il Wwf, registra i dati di utilizzo delle risorse e non fornisce giudizi sulle forme di struttura economico-sociale che i diversi paesi si danno ma è altrettanto chiaro che percorsi moderni e concreti di sviluppo sostenibile, fatti di innovazione tecnologica mirati a ridurre gli impatti dei processi e dei prodotti, di politiche di efficienza, risparmio ed intelligente riduzione dei flussi di materia ed energia dei nostri metabolismi sociali conducono alla riduzione della nostra pressione sull’ambiente.

venerdì 14 dicembre 2007

Troppe auto per pochi parcheggi

Il rapporto Aipark (associazione italiana degli operatori della sosta e del parcheggio) dice che in Italia ci sono pochi posti auto. Aipark ha interesse a realizzare 350mila posti auto nei prossimi dieci anni.
Aipark, oltre a fare i propri interessi di categoria, propone una gradazione dei prezzi della sosta che sia più conveniente in periferia e più costosa nel centro città (dove la domanda è maggiore). Inoltre suggerisce una politica di prezzi per favorire le soste brevi, in modo da aiutare chi, ad esempio, deve solo entrare in un ufficio o in un negozio per pochi minuti. Da scoraggiare secondo Aipark sono le soste lunghe (e qui i commercianti che non vogliono o non possono andare a lavorare con i mezzi pubblici potrebbero protestare).
Il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli vorrebbe copiare l’esempio di altre città europee che hanno un rapporto auto/parcheggi più civile. “Sembra quasi che non si sappia che l’accessibilità al punto vendita è uno degli elementi che maggiormente incide sulla redditività d’impresa e sul prezzo finale dei prodotti. E ciò significa sia garantire ai clienti la possibilità del parcheggio, sia all’impresa il controllo dei costi del trasporto e dell’immagazzinamento delle merci. L’accessibilità, insomma è un diritto e una garanzia per la concorrenza: quindi la mobilità, sia urbana che extraurbana, è diventata una priorità imprescindibile per recuperare quella competitività di cui il paese ha oggi bisogno più che mai”.
Nei Paesi civili ci sono anche molte aree pedonali, dove passeggiare guardando le vetrine è un piacere. Chi raggiunge il negozio desiderato a piedi, passa anche davanti alle altre vetrine e spende più tempo nel negozio di un cliente che lascia la macchina in doppia fila proprio davanti al punto vendita di suo interesse.
Per migliorare il rapporto auto/parcheggi aumentare i parcheggi non è l’unica soluzione possibile, si possono anche diminuire le auto, come hanno fatto molti Paesi civili. In Italia ci sono più auto che persone dotate di patente. In Italia ci sono, volutamente, meno alternative all’auto privata.
Per risolvere il problema del traffico servono più piste ciclabili urbane, più corsie riservate ai mezzi pubblici, da realizzarsi anche diminuendo i posti auto a bordo strada esistenti, e un piano di mobilità urbana che aiuti la gente ad arrivare comodamente e velocemente a destinazione senza prendere l’auto. Il traffico è fatto da tante singole persone che guidano macchine vuote.

giovedì 13 dicembre 2007

PETIZIONE per la TUTELA delle AREE VERDI di Garbagnate Milanese

I Verdi di Garbagnate rivolgono alle cittadine e ai cittadini un appello alla difesa del poco verde pubblico cittadino rimasto chiedendo la partecipazione approvando con firma le nostre richieste per contrastare i nuovi progetti edificatori che renderanno invivibile la nostra cittadina. Proponiamo che il fabbisogno di nuove abitazioni sia soddisfatto da una politica di riqualificazione e recupero delle aree già costruite senza un ulteriore sfruttamento del territorio.

CONSIDERATO CHE

· In Via Mazzini, PE11 (S. Maria Rossa), è stata prevista la costruzione di circa 400 appartamenti al posto di un’area agricola e di un boschetto protetto. La conseguenza sarà di rendere la zona ad alta densità di polazione con circa 1.200 abitanti in più che richiederanno nuovi servizi e che produrranno nuovo traffico veicolare. Lo smantellamento dell’attuale campo nomadi senza alcuna reale soluzione di integrazione per questi ultimi
· In Via Monte Nero, PE4 (Bariana), è fortemente voluto un nuovo e inutile centro commerciale bocciato dalla Regione Lombardia. Un centro commerciale in pieno centro cittadino che oltre ad eliminare la più ampia area agricola interna di Garbagnate, provocherà un traffico non sostenibile e una concorrenza spietata per i commercianti
· In Via per Cesate, Parco dei Pioppi (Groane), il nostro Sindaco ha concordato con una trattativa PRIVATA la cessione dell’area attigua al Parco dove adesso c’è il campo di calcio con spogliatoi, per la realizzazione di ulteriori appartamenti. Questa è l’unica area verde attrezzata del quartiere e non si capisce perchè la si voglia indebolire nella sua funzionalità
· Nell’area Fornaci (Serenella), si cerca periodicamente di proporre edificazioni che poco hanno a vedere con il fatto che ci si trovi all’interno del Parco delle Groane anche se in area di confine
· Nel Parco delle Groane si propongono sempre idee di sfruttabilità del Parco senza mai rivelare cosa si ha intenzione di realizzare concretamente
· Il Sindaco Marone e la sua Giunta stanno ignorando quanto avevano promesso nel programma elettorale e che avevano criticato la precedente amministrazione di costruire ovunque

CHIEDIAMO

· Che le aree agricole di Via Mazzini e Via Monte Nero mantengano la loro funzione di cuscinetti verdi all’espandersi delle aree edificate e all’aumentare del traffico veicolare. Che le uniche proposte accettabili per queste aree siano la loro riqualificazione come aree di verde pubblico e/o di espansione del centro sportivo per le zone più attigue agli impianti esistenti
· Che il Parco dei Pioppi resti centro di aggregazione verde del quartiere Groane senza esserne svilito nelle funzionalità, ma piuttosto attrezzato di quanto possa rendere il Parco più vivibile. Aree attrezzate per i cani, più giochi per i bambini, campi da gioco per ragazzi
· Che per l’area Fornaci non si facciano proposte che vadano oltre i servizi pubblici già proposti del nuovo Liceo e del Museo agricolo
· Che il Parco delle Groane venga valorizzato senza interventi invasivi per quello che è, un Parco riserva integrale, proteggendolo per tutta la sua interezza compresi i fondamentali confini
· Che il Sindaco Marone e la sua Giunta rispettino quanto promesso in campagna elettorale per la difesa del territorio e non se la prendano se verrano accusati di essere BUGIARDI

mercoledì 12 dicembre 2007

Rifiuti elettronici: arriva il RAEE

Il 20 novembre è diventato realtà il sistema di gestione dei rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche (il cosiddetto RAEE), come previsto dal decreto legislativo 151/05. L'obiettivo principale è ridurre la quantità di materiale di scarto derivante da queste tipologie di prodotti e promuoverne il recupero.
In concreto ciò significa che verrà istituito un sistema di raccolta differenziata per le apparecchiature elettriche ed elettroniche, che verranno trattate per ottenerne il riciclo. Sono interessati dal provvedimento una serie di tipologie di prodotti: grandi e piccoli elettrodomestici, computer, stampanti, apparecchi per la telefonia, radio, tv, apparecchi hi-fi, giochi elettronici e così via.
Questa attività toccherà ai produttori, che si appoggeranno a specifici consorzi per la realizzazione concreta del processo di smaltimento e recupero dei rifiuti. Parte del finanziamento di tutto il sistema RAEE finirà per cadere sulle spalle dei consumatori. In che modo? Alcuni consorzi hanno già previsto l'istituzione di appositi eco-contributi da versare al momento dell'acquisto in aggiunta al normale prezzo di listino. Qualche esempio: l'obolo chiesto al consumatore va dai 25 centesimi per l'acquisto di uno spazzolino elettrico (apparecchio elettrico con peso inferiore ai 2 chilogrammi) fino ai 16 euro per un frigorifero.
In alternativa, il contributo chiesto all'acquirente può essere inserito direttamente nel prezzo finale. Data la situazione, chiarezza e trasparenza diventano fondamentali per evitare che produttori o negozianti in malafede approfittino dell'esistenza degli eco-contributi per caricare senza alcun motivo i prezzi di elettrodomestici, apparecchi elettronici e altri prodotti simili.

lunedì 10 dicembre 2007

Menu etnico a scuola

Finché si tratta di sushi o tempura, o di kebab, tutto va bene. Anzi, fa fino!
Forse non tutti se ne rendono conto ma la società evolve a ritmi ben più veloci del nostro recalcitrare di fronte alle novità. Botteghe cinesi di cianfrusaglie, per lo più taroccate e dannose, spuntano ovunque. Mentre viceversa i ristoranti cinesi vanno scomparendo, sull’onda lunga dell’influenza aviaria che ci avrebbe – secondo i catastrofisti – decimato nel giro di pochi mesi… aumentano i take away di delizie indiane, pakistane, giapponesi e via dicendo: tra riso basmati, falafel e dolci egiziani al miele e datteri.
A tal proposito l’ignoranza abbonda. Tanto che persino sulla cucina inglese (e l’Inghilterra non fa parte dei “reietti” Paesi extracomunitari…), Antonio Caprarica ha sentito la necessità di dedicare un intero capitolo del suo bestseller “Dio ci salvi dagli inglesi… o no?”, per sfatare pregiudizi e luoghi comuni. Figuriamoci cosa possiamo saperne delle prelibatezze del Bangladesh?
Perciò mi sono stupito della reazione di tanti, troppi, genitori indignati all’idea (bella!) delle mense scolastiche di proporre, una volta al mese, un menu etnico. Una nonna, tra le più accudenti e impegnate nella gestione dei nipotini, ha detto: “Ma insomma, sono loro o noi a doverci integrare?”. Bè, probabilmente entrambi. La culinaria è un’arte, come tale va rispettata. Se le mie figlie Alessandra e Francesca, al ritorno da scuola mi parleranno emozionate di lenticchie al curry e budini di riso, io sorriderò compiaciuto.
Qualche ottuso consigliere comunale o scolastico andrà affermando che gli esperimenti non si fanno sulla pelle dei bambini. Se sono esperimenti di tolleranza e, soprattutto, di arricchimento culturale, perché no?

giovedì 6 dicembre 2007

Licenze WiMax: Altroconsumo interviene al TAR

Riporto un comunicato stampa di Altroconsumo sui criteri di assegnazione delle licenze WiMax.

Un nostro intervento è stato presentato al Tar del Lazio contro la recente delibera dell'Autorità per le Garanzie nelle Telecomunicazioni sull'assegnazione delle licenze WiMax, la tecnologia che permette il collegamento a Internet senza fili anche in quelle zone in cui non arriva la banda larga. Così come strutturata la delibera del Garante non garantisce la concorrenza e l'apertura di un mercato (quello appunto della tecnologia WiMax) che potrebbe essere di grande importanza per ridurre il "digital divide" in Italia.
I criteri di assegnazione delle frequenze di fatto favoriscono gli operatori che detengono già il controllo del mercato delle telecomunicazioni: Telecom in testa, ma anche Vodafone, Wind e H3G. Il fatto che la delibera preveda che due su tre diritti d'uso del WiMax per ciascuna area geografica siano riservati a operatori già presenti sul mercato della trasmissione dati via etere pone di fatto un serio ostacolo all'entrata di nuovi soggetti in questo importante settore.
Si prospetta un futuro non solo caratterizzato dall'assenza sostanziale di concorrenza ma anche di fatto uno sviluppo della tecnologia destinato a procedere a rilento: gli operatori che avranno le licenze WiMax, infatti, posseggono già anche quelle Umts; facile immaginare che per sfruttare fino in fondo quest'ultime, le licenze WiMax finiscano per un lungo periodo in un cassetto, con grave danno per lo sviluppo tecnologico del Paese.
Molti operatori avevano richiesto che per selezionare i destinatari dei diritti d'uso si adottasse una valutazione dei migliori piani di investimento e di sviluppo: numerosi Paesi europei avevano fatto ricorso proprio al sistema del beauty contest già per l'assegnazione delle frequenze Umts. L'Authority, invece, ha scelto il sistema della migliore offerta economica.
Inoltre, riteniamo che la delibera dell'Autorità e il successivo bando del ministero delle Comunicazioni impongano limitazioni anacronistiche all'utilizzo della nuova tecnologia, come l'impossibilità delle antenne WiMax di collegarsi tra loro come ponti radio.
Altri elementi oggetto del nostro intervento presso il tribunale riguardano il limitato numero di concessioni previste e soprattutto la mancata adozione di licenze libere (open spectrum), sistema che avrebbe consentito la destinazione di una porzione di banda larga liberamente utilizzabile a determinati servizi al cittadino, come ad esempio i servizi erogati online dalle Pubbliche Amministrazioni, da fruire per via telematica, senza essere gravati da costi di connessione.

mercoledì 5 dicembre 2007

La moderna "ruota" alla Mangiagalli

Inaugurata alla clinica Mangiagalli la prima "culla per la vita" di Milano. Un’odierna ruota degli esposti per le donne che decidono di abbandonare il proprio bambino in totale segretezza.
La culla riscaldata è stata posta in via della Commenda, accanto alla clinica, in una stanza aperta. Entrati, basta premere un bottone e si apre la saracinesca che nasconde la culla riscaldata. Lasciato il piccolo, un sensore inizia a suonare e i medici accorrono. Una scelta estrema per mamme ignare del fatto che è un loro diritto partorire in ospedale in totale anonimato.
«Una scelta – spiega Alessandro Sartorio, presidente dell’Associazione avvocati per le famiglie del Veneto – che non si configura come abbandono di minore. Il bambino viene affidato a persone competenti e non lasciato in un cassonetto».

martedì 4 dicembre 2007

Rigassificatori che non lavorano

I rigassificatori rendono anche se non funzionano. Dicevano qualche giorno fa a Report che gli utenti pagheranno per un servizio che forse non verrà erogato. Questo spiega come mai se ne vogliono costruire così tanti.
“Guardiamo questa delibera, del 2005, dell’Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas: con l’articolo 13 assicura, anche in caso di mancato utilizzo dell’impianto, la copertura di una quota pari all’80% di ricavi di riferimento. Significa che costruisci un rigassificatore, hai poco gas o nessuno si serve della tua struttura ma prendi lo stesso i soldi. Chi paga? Noi con la bolletta del gas.”
In Italia, di rigassificatori se ne vorrebbero costruire abbastanza da intercettare metà del gas liquido attualmente venduto in tutto il mondo. Sarebbe quindi abbastanza difficile riuscire a trovare gas per utilizzare gli impianti. Sarebbe quindi abbastanza semplice pensare che la costruzione dei rigassificatori, invece di avvantaggiare le famiglie e garantire sicurezza, farà solo salire i prezzi.
Il ministro degli Esteri D’Alema ha dichiarato al Congresso Mondiale sull’Energia che “Ci stiamo adoperando per superare questi no a cominciare dal rigassificatore di Rovigo. In Italia c’è bisogno di un certo numero, non enorme, di rigassificatori e il governo si sta adoperando perché si facciano. […] L’Italia vuole contribuire anche alla sicurezza energetica europea. Per questo siamo per l’interconnessione delle reti elettriche e del gas e per un politica europea che sia in grado valorizzare le fonti rinnovabili e ridurre la dipendenza complessiva dal petrolio dei Paesi Unione Europea”.
Su Peacelink evidenziano come D’Alema contratti la sicurezza internazionale al ribasso: per far cessare le proteste slovene sul rigassificatore del Golfo di Trieste D’Alema ha promesso di non opporsi al raddoppio della centrale nucleare di Krško, in zona sismica.

lunedì 3 dicembre 2007

Bisogni ecologici

Qualcuno lo ha già battezzato ecocolonialismo. Consiste nell’utilizzare i meccanismi di mercato per scaricare sui poveri del Terzo Mondo i bisogni ecologici dei ricchi del Primo Mondo. Alcuni esempi sono clamorosi. L’Olanda ha bisogno di ridurre le proprie emissioni di gas serra? Allora pensa bene – come consentito dal Protocollo di Kyoto – di acquistare diritti di riforestazione in Uganda, provocando indirettamente la cacciata militare dei contadini africani dai terreni che coltivano.
Così i poveri pagano per soddisfare i bisogni ecologici dei ricchi.
Retorica terzomondista? Non proprio. Se è vero che nei giorni scorsi Jean Ziegler, lo «Speciale Rapporteur delle Nazioni Unite per il Diritto al Cibo» ha chiesto una moratoria di almeno cinque anni nell’uso di cereali per la produzione di bioetanolo, il combustibile alternativo al petrolio considerato una delle opzioni in campo per diminuire le emissioni di antropiche di anidride carbonica.
Quello che sta avvenendo, infatti, è che una parte crescente di cereali viene sottratta all’uso alimentare e utilizzata per produrre il combustibile che ha un ciclo carbon free. E poiché per produrre un pieno di bioetanolo per la macchina di un ricco – sostiene il noto sociologo svizzero – occorre una quantità di grano – oltre 250 chilogrammi – tale che basterebbe a sfamare un povero per un anno intero, il processo risulta socialmente insostenibile in un pianeta che conta oltre 850 milioni di persone al di sotto della soglia minima di nutrizione.
Senza contare i terreni adibiti a coltivazioni di mangimi per gli animali di allevamento che ammontano a più del 70% dei terreni agricoli mondiali.
I casi della riforestazione in Uganda o della produzione di biocombustibili nel mondo ci inducono ad almeno due considerazioni, di segno opposto. La prima è che non esistono pasti gratis nell’universo. Neppure nell’universo ecologico. Ogni azione, anche ecologicamente sostenibile, ha un costo: ecologico e/o sociale.
La seconda considerazione è che non possiamo lasciare ai soli meccanismi di mercato la ricerca della sostenibilità ecologica. Perché, per quanto utili, questi meccanismi, se non sono ben regolati, producono facilmente nuove insostenibilità.
In definitiva, occorre una ricerca paziente di punti di equilibrio tra costi e benefici ecologici e sociali di ogni azione. La via della sostenibilità non è facile. E non può che essere una via democratica, se non vogliamo che i bisogni ambientali si risolvano in un fattore di nuove disuguaglianze tra le nazioni e dentro le nazioni.