lunedì 31 marzo 2008

Italia illuminata dai Led per risparmiare energia

Obiettivo risparmio energetico. Scandiano, in provincia di Reggio Emilia, e Torracca, nel salernitano hanno centrato l’obiettivo. I due piccoli centri abitati, grazie alla tecnologia a led, hanno risparmiato energia e costi in bolletta. A darne notizia è la puntata di "Report" andata in onda la scorsa settimana su RaiTre.
A Torracca la tecnologia Led è stata utilizzata prima su dieci lampade di una piazzetta e poi successivamente sull'intero impianto di pubblica illuminazione del paese, il primo al mondo a dotarsi di questa fonte di energia alternativa. Le bollette, come ha riportato la trasmissione televisiva, testimoniano in modo esplicito l'efficacia del provvedimento: dagli 11.148 chilowatt consumati del novembre 2006 si è passati ai 5.753 chilowatt dello scorso novembre. Un risparmio di circa il 60%. Un bel passo in avanti, corredato dal fatto che l'energia necessaria per illuminare il paese viene prodotta da tre impianti fotovoltaici che generano per le casse comunali un utile di circa 45-50.000 euro anno, premiato anche da Legambiente, che ha sottolineato l'importanza di un progetto in grado di generare energia elettrica da fonti rinnovabili e utilizzarla per un sistema di illuminazione (quello a lampade a Led) assai più efficiente dei tradizionali lampioni al neon.
A Scandiano, con l‘occasione del rinnovo dell'illuminazione dei lampioni posti sull'incrocio più trafficato del paese, il Comune ha installato un impianto a tecnologia a Led ad alta potenza, utilizzando lampade da 180 Watt al posto di quelle ai vapori di sodio da 250 Watt. Il progetto di illuminazione eco-compatibile che promette una drastica riduzione dei consumi e dell'inquinamento luminoso è stato prima promosso e quindi portato fisicamente a termine da Careca Italia (in collaborazione con la taiwanese Fiti, Foxsemicon Integrated Technology,colosso mondiale nell'ambito dei semiconduttori), società che ha sede proprio a Scandiamo. L'utilizzo di lampade Led non è una novità in Italia, esistono zone pubbliche illuminati con questi sistemi ma quella del comune Reggiano è un'anteprima assoluta per quanto riguarda l'impiego di soluzioni ad alta potenza per l'illuminazione stradale.
I vantaggi legati all'adozione del Led, nel caso di Scandiano, sono evidenti: otto lampade tradizionali sono state sostituite con sei impianti a Led e a parità di illuminazione prodotta il risparmio energetico è di circa il 50%.
Rispetto ai comuni lampioni, le lampade Led hanno una durata lunga maggiore (superiore alle 50.000 ore, quindi, almeno 12 anni di utilizzo), illuminano una superficie maggiore e richiedono ridotti costi di manutenzione rispetto agli impianti tradizionali. Altri vantaggi della tecnologia a Led riguardano quindi i tempi d'accensione, di fatto istantanea, e la totale assenza di sfarfallii del fascio luminoso, che spesso caratterizzano i tradizionali impianti d'illuminazione stradale.

venerdì 28 marzo 2008

Documenti virtuali, benefici concreti

Si dice spesso che i documenti digitali fanno risparmiare carta e tempo e aiutano a tutelare l’ambiente. Due concetti confermati dal Ceris, istituto di analisi del CNR, per conto di Wave Group – società di consulenza informatica – e InfoCert, il più importante ente certificatore di documenti digitali in Italia. Numeri che fanno arrossire: il consumo di carta e affini negli uffici italiani è di 1,2 milioni di tonnellate l’anno, pari a 240 miliardi di fogli, ovvero a 80 chilogrammi pro capite.
Già impressionanti di per sé, questi dati sono, tra l’altro, frutto di una stima per difetto. La ricerca è stata redatta sulla base dei bilanci ambientali delle imprese, delle dichiarazioni ambientali Eco-Management and Audit Scheme (EMAS) – uno strumento volontario creato dall’Unione europea – e dei dati di vendita della carta per fotocopiatrici e stampanti, ma sono state trascurate altre tipologie di documenti difficilmente quantificabili.
Quanto costa all’ambiente questo spreco compulsivo di cellulosa? Per ottenere 1,2 milioni di tonnellate di carta è necessario l’abbattimento di oltre 20 milioni di alberi, e l’emissione di più di quattro milioni di tonnellate di anidride carbonica. In breve, gli uffici immettono più gas serra di quanti ne produca in un anno l’intero settore costruzioni in Italia.
Tenendo conto per esempio delle delibere del Centro nazionale per l’informatica nella Pubblica Amministrazione sull’archiviazione sostitutiva, Ceris stima che il risparmio potenziale in questo settore è tra il 13 e il 21 per cento dell’intero consumo di carta in Italia. Prendendo come obiettivo realistico il 20 per cento, cioè un foglio di carta su cinque, ciò equivale a salvare una foresta di 12.000 ettari, grande come il Parco delle Dolomiti d’Ampezzo, graziare sei milioni di alberi ed eliminare quasi 900.000 tonnellate di anidride carbonica, pari alle emissioni di 550.000 automobili.
Anche compagnie assicurative, commercialisti e tributaristi potrebbero beneficiare molto della digitalizzazione: questo settore consuma infatti 3,1 miliardi di pagine l’anno, cioè 12.000 tonnellate di carta, una mole di materiale che richiederebbe una superficie di 26.000 metri quadrati per essere archiviata. Secondo le stime, una grande compagnia assicurativa potrebbe risparmiare 2,3 milioni di euro in dieci anni con la gestione digitale dei soli libri giornale e sezionali.
Risparmio e salvaguardia ambientale sono dunque fuori discussione. Ma l’Italia stenta a decollare anche su questa questione, perdendosi in cavilli burocratici e pregiudizi culturali: «Pur esistendo in Italia specifiche normative sulla conservazione sostitutiva, e nonostante una crescente informatizzazione delle attività d’ufficio – afferma Roberto Zoboli del Ceris-CNR –, il problema è ancora sottostimato per la mancanza di benefici fiscali, per motivi organizzativi, e anche per la diffusa diffidenza verso le nuove tecnologie». Secondo il ricercatore, basterebbe una promozione più forte e diffusa del documento digitale per raggiungere risultati importanti per l’ambiente.

giovedì 27 marzo 2008

Da leggere attentamente per quando si andrà a votare

SOCIALISMO:
Hai 2 mucche. Il tuo vicino ti aiuta ad occupartene e tu dividi il latte con lui.

COMUNISMO:
Hai 2 mucche. Il governo te le prende (i tuoi "compagni") e ti fornisce (a sua discrezione) il necessario per vivere.

FASCISMO:
Hai 2 mucche. Il governo te le prende e ti vende il latte.

NAZISMO:
Hai 2 mucche. Il governo prende la vacca bianca ed uccide quella nera.

DITTATURA:
Hai 2 mucche. La polizia te le confisca e ti fucila.

FEUDALESIMO:
Hai 2 mucche. Il feudatario prende metà del latte e si tromba la tua morosa.

DEMOCRAZIA:
Hai 2 mucche. Si vota per decidere a chi spetta il latte.

DEMOCRAZIA RAPPRESENTATIVA:
Hai 2 mucche. Si vota per chi eleggerà la persona che deciderà a chi spetta il latte.

ANARCHIA:
Hai 2 mucche. Lasci che si organizzino in autogestione.

CAPITALISMO:
Hai 2 mucche. Ne vendi una per comprare un toro ed avere dei vitelli con cui iniziare un allevamento.

CAPITALISMO SELVAGGIO:
Hai 2 mucche. Fai macellare la prima ed obblighi la seconda a produrre tanto latte come 4 mucche. Alla fine licenzi l'operaio che se ne occupava accusandolo di aver lasciato morire la vacca di sfinimento.

BERLUSCONISMO:
Hai 2 mucche. Ne vendi 3 alla tua Società quotata in borsa, utilizzando lettere di credito aperte da tuo fratello sulla tua banca. Poi fai uno scambio delle lettere di credito, con una partecipazione in una Società soggetta ad offerta pubblica e nell'operazione guadagni 4 mucche beneficiando anche di un abbattimento fiscale per il possesso di 5 mucche. I diritti sulla produzione del latte di 6 mucche vengono trasferiti da un intermediario panamense sul conto di una Società con sede alle Isole Cayman, posseduta clandestinamente da un azionista che rivende alla tua Società i diritti sulla produzione del latte di 7 mucche. Nei libri contabili di questa Società figurano 8 ruminanti con l'opzione d'acquisto per un ulteriore animale. Nel frattempo hai abbattuto le 2 mucche perchè sporcano e puzzano. Quando stanno per beccarti, diventi Presidente del Consiglio.

PRODISMO:
Hai 2 mucche. Tu le mantieni, il governo si prende il latte e ti mette una tassa su:
- Metri cubi della stalla
- Inclinazione del tetto della stalla
- ICI
- Lunghezza della mangiatoia (da collaudare ogni semestre)
- Bollino blu sulla stalla (con cadenza mensile)
- Revisione bimestrale delle mucche
- Registrazione delle mucche con atto notarile
- Registrazione delle mucche a pubblico registro
- Obbligo di un capo mucca responsabile per la 626
- Obbligo di un capo mucca responsabile per i vigili del fuoco
- Bollo da calcolare in base al peso della mucca (5,258 euro al Kg se la lunghezza del pelo rispetta l'euro 5)
- IVA sull'acquisto di acqua e fieno per la mucca
- Tassa sulla compravendita della mucca + IVA
- Tassa sulla donazione della mucca + IVA
- Canone RAI (obbligatorio) + IVA
- Canone Telecom (obbligatorio) + IVA
- Tassa sulla morte della mucca
- Tessera sindacale per il sindacato delle mucche (14,37 euro al mese + tredicesima!!)
- Fondo pensionistico da versare all'INPS, per il sindacalista delle mucche
- IVA sul latte!!!
- IVA sulla mucca
- Marca da bollo annuale di 24,256 euro per ogni zampa della mucca
A TE rimane lo sterco!! Nel frattempo è in approvazione un disegno di Legge sulla tassazione dei rifiuti organici animali.

A voi l'ardua sentenza alle urne. Ma mi raccomando, andate a votare!!

mercoledì 26 marzo 2008

Appello degli urbanisti per il voto a sinistra

Sappiamo tutti che le elezioni politiche del 13 e 14 aprile sono decisive per la società italiana. Ma siamo convinti che è in gioco soprattutto il futuro delle città e del territorio italiani. La vittoria della destra porterebbe sicuramente verso il trasferimento anche formale del potere urbanistico nelle mani di soggetti privati, riprendendo il percorso già avviato negli anni del precedente governo Berlusconi. È una prospettiva drammatica, alla quale fanno da contorno il rilancio indiscriminato delle grandi opere, a cominciare dal ponte sullo Stretto, il ritorno al nucleare e il favore per politiche energetiche ambientalmente insostenibili.
Il Partito Democratico, che dovrebbe essere il naturale antagonista di Berlusconi, si presenta oggi per molti aspetti consenziente con le impostazioni della destra, soprattutto nelle materie di cui stiamo trattando. Quando si legge, nel programma del Partito Democratico, che “l’ideologia della regolamentazione è cattiva consigliera” scompare di fatto ogni differenza con il berlusconismo. In un Paese come il nostro, nel quale quasi la metà del territorio è devastata da un abusivismo sostanzialmente impunito, dove gli energumeni del cemento armato continuano a essere i protagonisti, non solo in materia di edilizia, ma più in generale della finanza e dell’economia, com’è possibile che la regolamentazione dell’uso del territorio sia degradata a ideologia? Ci si rende conto dove possono portare ragionamenti siffatti se estesi ad altri ambiti del vivere civile?
Il programma de La Sinistra l’Arcobaleno, ancorché striminzito per quanto qui interessa, lo condividiamo. L’impegno per politiche ambientalmente corrette e il richiamo alla legge quadro sul governo del territorio ci sembrano importanti e qualificanti. E speriamo che siano un’indicazione ad abbandonare il sostegno a politiche speculative e di dissipazione del territorio che i partiti di sinistra e i verdi hanno praticato, anche molto recentemente, come nel caso del recente piano regolatore di Roma.
Se nel nuovo Parlamento l’unica forza alternativa al Popolo delle Libertà sarà quella del Partito Democratico, diventerà impossibile la resistenza alla politica delle grandi opere, della privatizzazione della città e del territorio, della promozione della rendita immobiliare, dell’ulteriore decadenza del potere pubblico. Per impedire che ciò avvenga, per lasciare aperta la strada verso prospettive meno devastanti, i sottoscritti ritengono che sia utile e necessario votare per La Sinistra l’Arcobaleno.

Alessandro Abaterusso, Diego Accardo, Immacolata Apreda, Maria Giovanna Arghittu, Paolo Baldeschi, Dino Barrera, Piergiorgio Bellagamba, Paolo Berdini, Irene Berlingò, Piero Bevilacqua, Flavia Bianchi, Ivan Blecic, Antonello Boatti, Antonio Bonomi, Rosalinda Brucculeri, Claudio Canestrari, Arnaldo (Bibo) Cecchini, Pino Chiezzi, Gabriella Corona, Donatella D’Arco, Michele De Crecchio, Vezio De Lucia, Pasquale Di Perna, Georg Joseph Frisch, Renato Grimaldi, Anna Guerzoni, Francesco Indovina, Francesco Lo Piccolo, Giovanni Lupo, Alberto Magnaghi, Roberta Madoi, Patrick Marini, Antonietta Mazzette, Lodovico Meneghetti, Maurizio Morandi, Loredana Mozzilli, Paolo Nicoletti, Anna Pacilli, Rossano Pazzagli, Mariangela Perale, Valentino Podestà, Fabrizio Profico, Antonella Radicchi, Raffaele Radicioni, Giulietta Rak, Carla Ravaioli, Sandro Roggio, Mariangela Rosolen, Bernardo Rossi Doria, Edoardo Salzano, Angelo Saracini, Emilio Soave, Sauro Turroni, Manlio Vendittelli, Giuliana Zagabria, ...(firme al 13 marzo 2008)

martedì 25 marzo 2008

Lavoro IT

È davvero cosi verde l'erba del vicino?
Davvero sono sufficienti le mie conoscenze informatiche ed il mio inglese "buono" per candidarmi per un lavoro che mi consenta di uscire dalla condizione di "Bamboccione" a cui questi 1000 euro al mese mi condannano?
Abbiamo provato a chiederlo ad Alex che ha scelto d'avere un futuro al di fuori dell'Italia.

Domanda: Età e da quanti anni sei fuori dall'Italia?
Quasi 35, ed ormai è più di un anno che sono andato via.
Domanda: Dove sei stato e come hai maturato l'idea di andare via?
Per studio e per lavoro ho girato parecchi contesti IT internazionali, tra cui la Silicon Valley. Ovviamente non è la prima volta che mi sono trasferito all'estero per lavoro ed attualmente mi trovo a Dublino.
Sono circa dodici anni che lavoro nel settore IT, certo la mia esperienza, la mia buona conoscenza dell'inglese e la mia precedente esperienza all'estero, mi hanno aiutato non poco nel trasferimento, anche se la parola giusta sarebbe "emigrazione".
La mia decisione come quella di molti è maturata, ahimè, sopratutto a causa della crisi del settore IT, per come è gestito, soprattutto dal punto di vista della fornitura di consulenza specialistica. Aziende che fanno solo da intermediari, senza nessuna professionalità. Basta vedere gli annunci su Monster.it, ad esempio, di esperti di "conoscenza di prodotti di network" Inter Process Comunication di Unix, per rendersi conto che non sanno di cosa parlano.
Domanda: In Italia se hai più di 35 anni sei un vecchio e se sei senza una laurea ti è difficile inserirti in contesti competitivi: è lo stesso anche fuori?
Il discorso è un po' più complesso. È ovvio che in Italia, come ovunque, un titolo di laurea è importante, ma è ovviamente anche importantissima la capacità e l'esperienza.
Ti faccio un esempio. Un mio collega trasferitosi qualche mese fa è un perito informatico con un'esperienza di parecchi anni. Arrivato qua non ha trovato nessun problema a trovare lavoro.
Il problema è che in Italia, se noti, in tutte le inserzioni vi è scritto che è "preferibile la laurea in ingegneria" anche se il lavoro richiesto è quello di fare data entry o scansionare documenti.
Bisognerebbe guardare assai in Italia, a quale figura si cerca, e scegliere quale tra i vari candidati "fitta" (scusa l'inglesismo) di più. Ma il problema è che tante, troppe volte, le inserzioni che vedi in giro per i portali del lavoro sono per la maggior parte fatte da aziende di 5 o 6 dipendenti che vendono consulenti ad altri e che troppe volte non sanno nemmeno loro cosa il cliente chiede e così, anche per scansionare documenti, cercano un ingegnere.
Per quanto riguarda l'età, io a 35 anni non ho avuto alcun problema ad inserirmi anche in contesti internazionali importanti.
La differenza principale che ho riscontrato è che qui ti cercano per le qualifiche richieste, e per l'esperienza accumulata, ed il concetto di body-rental all'italiana qui è completamente inesistente.
Il recruiter è recruiter e basta. Vive sul supporto nella ricerca del personale e non ha certo (come succede sempre in Italia) la commessa di terze parti.
Domanda: Quanto sono importanti le persone dove lavori tu?
Parecchio, sono importanti e fondamentali per il ruolo che svolgono all'interno della struttura aziendale e cooperano in modo strettissimo tra loro. Qui è impossibile vedere un Sales che dice qualcosa al cliente se prima non è stato confermato dai tecnici o dagli sviluppatori.
È impossibile vedere un Project Manager che non sappia fare il suo lavoro, (come ogni tanto vedi in Italia) perché c'è qualcuno che lo ha messo lì.
Insomma le persone sono importanti, e con loro si prendono assai seriamente i ruoli che ricoprono.
Sono riconosciute le capacità alle persone in modo diretto e anche in modo economico.
Il concetto tutto italiano, "se un professionista è bravo e se ne va a chi importa" è totalmente sconosciuto, se sei bravo, fanno di tutto per evitare che te ne vada.
La qualità e il valore sono regole riconosciute e accettate, sopratutto nel settore IT americano, dove se vali riconoscono il valore e le capacità della persona.
Domanda: Come è avvertita l'innovazione da Voi?
Come fatto fondamentale ed economicamente importantissimo. Più una tecnologia è nuova ed è valida, e più all'estero si prende in considerazione velocemente. All'estero, ad esempio, ho visto aziende nascere dopo pochi mesi che era uscito un rfc su un nuovo tipo di protocollo. Una cosa simile in Italia sarebbe da fantascienza.
Domanda: Pensi che vi sia un IT capace e competitivo in Italia?
Sì esiste, ma è soffocato. Diciamolo una volta per tutte: di tecnici in Italia, ci sono, e sono molto bravi, ma sono in mano ad un mercato italiano fatto di body-rental, di consulenze a mezzo servizio, e di contratti a progetto rinnovabili.
Mi è capitato più di una volta di cercare di spiegare all'azienda che mi vendeva al cliente cosa facessi. Molte volte mi guardavano sgranando gli occhi e rispondendo: "Non ci ho capito un acca".
Tira le conclusioni tu stesso.
Domanda: Quando dici che sei italiano e provi a raccontare come si lavora in Italia cosa ne pensano i tuoi colleghi?
Se ci penso mi viene da ancora da ridere. Molte volte le aziende estere guardano increduli il tuo cv e ti chiedono (e non solo a me, è una domanda ricorrente a tutti i professionisti IT italiani trasferiti): "Perché ha cambiato cosi tante aziende in poco tempo? Ci sembra bravo, perché le aziende non hanno fatto in modo che rimanesse a lavorare dove era?"
Vaglielo a spiegare che molti lavori in Italia sono a progetto con scadenza trimestrale-semestrale od annuale, per un'azienda dove sei consulente del consulente del consulente, e che quando chiudono la commessa ti salutano e ti mettono alla porta, fregandosene se sei Dennis Ritchie o l'ultimo arrivato.
Domanda: Come si riesce a far carriera all'estero? Mi spiego. In Italia dopo un po' un tecnico o diventa manager o la sua carriera è bloccata. Qui come funziona?
No, qui il tecnico fa la carriera del tecnico.
Prima si è tecnici, poi si diventa team leader poi technical manager di più gruppi e poi via via sempre più in alto e qualcuno può diventare anche CTO. Insomma il concetto di carriera bloccata non esiste, perché come ti dicevo prima, qui vali in base a ciò che sei, non a chi conosci.
Certo ovviamente come in tutte le aziende, dipende da quali sbocchi ci sono e da quali sono le possibilità, cambia da azienda a azienda. Ma certo che qui su una cosa sono chiarissimi: ti dicono subito dove e quanto puoi salire. Più seri di cosi.
Domanda: È vero che il lavoro è spesso gestito autonomamente? Il mito che si lavora per obiettivi ed il tempo lo gestisci tu è vero?
Si, tantissime volte ma è anche vero però che esistono delle milestones (le milestones, per le aziende, indipendentemente dalla grandezza e dalla loro prosperità, sono fondamentali), per questo in quel caso si lavora per l'obiettivo comune, e dipende sempre dal contesto, dall'azienda e nel settore in cui si opera.
Comunque confermo che se non ci sono milestones od obiettivi prefissati, mi gestisco autonomamente.
Domanda: Il miglior riconoscimento per il tuo lavoro qual è stato?
Aver sentito per la prima volta alcune frasi come:
"Bravo hai fatto un bel lavoro",
"Non ti preoccupare, è di mia responsabilità la faccenda".
Parole che in Italia non ho mai sentito. In Italia se il lavoro che fai è fatto bene, è una cosa normale, se è fatto male la colpa è la tua; se hai pensato ad una soluzione innovativa, ci aveva pensato qualcun'altro (che non è mai vero, ma cosi minimizzano il tuo lavoro e poi non la applicano) e soprattutto la colpa è sempre la tua. Qualsiasi cosa accada alla fine ti arriva in Carbon Copy una mail che dice che la colpa di tutto è del consulente. Nel "Bel Paese" i meriti agli altri e le rogne a te.

Fonte: Punto Informatico

venerdì 21 marzo 2008

Un piano di governo del territorio a crescita zero

Un esempio concreto e imitabile di come una amministrazione avveduta possa pensare alla sostenibilità dello sviluppo mantenendo vivibile la propria cittadina e i conti in ordine.

Prologo
Cassinetta di Lugagnano (MI) è un comune del Parco Lombardo della Valle del Ticino, riserva della Biosfera UNESCO. Nel mezzo di una bella pianura irrigua, una mezzaluna fertile, che va da Melegnano a Legnano.
Ma come tutti i comuni a sud della grande metropoli milanese, è sottoposto ad una fortissima pressione a costruire. Infatti, il sud-ovest Milano, con il solo 19% di territorio urbanizzato, è il naturale luogo dove sfogare l’ “incontinenza” edilizia della grande metropoli e dove realizzare grandi infrastrutture, dettate dal modello di sviluppo che ha già creato Malpensa e che ci porterà (forse) Expo2015 e tutte le sue conseguenze.

Elezioni
Quando nel 2002 il sindaco Domenico Finiguerra è stato eletto, con il 51% alla guida dell'amministrazione comunale di Cassinetta di Lugagnano, il programma elettorale al capitolo “urbanistica” prevedeva in maniera molto chiara ed esplicita la volontà di:
- non procedere a nessun nuovo piano di insediamenti residenziali se non attraverso il recupero di volumi già esistenti
- puntare sulla valorizzazione del centro storico e del patrimonio artistico ed architettonico (il Naviglio Grande, le sue ville, i parchi ed i giardini)
- salvaguardare l’agricoltura
- promuovere la qualità ambientale e il turismo
- opporsi alle grandi infrastrutture legate all’aeroporto di Malpensa.

Crescita Zero
La scelta del risparmio del suolo e l’adozione del principio ispiratore cosiddetto della “crescita zero” per tutta la politica urbanistica dell’amministrazione derivava dalle seguenti convinzioni/constatazioni:
- non è sostenibile un modello di sviluppo che prevede il consumo sistematico del suolo, l’impoverimento delle risorse naturali, la progressiva ed inesorabile urbanizzazione e conurbazione tra diverse città e paesi;
- non è più sostenibile il meccanismo deleterio che spinge le amministrazioni a “utilizzare” il territorio come risorsa per finanziare la spesa corrente.

La decisione
La decisione di adottare la “crescita zero” quale faro della politica urbanistica, anche se già ampiamente prevista dal programma amministrativo, è stata confermata successivamente anche attraverso assemblee pubbliche aperte a tutta la cittadinanza.
Nell’ambito del procedimento partecipato di elaborazione del PGT il dilemma da sciogliere è stato sostanzialmente il seguente: “per finanziarie le opere e i servizi necessari alla comunità, la comunità stessa preferisce:
- ricorrere al finanziamento delle opere necessarie per mezzo di nuove lottizzazioni (e conseguente incremento di popolazione, e conseguente necessità di nuovi servizi, e conseguente necessità di nuove lottizzazioni, e via così fino all’esaurimento delle aree libere);
- oppure, ricorrere al finanziamento per mezzo di accensione di mutui con conseguente ricaduta sulla fiscalità locale?
Dal dibattito che ne è sortito, non c’è stata nessuna levata di scudi in nome del motto “giù le tasse”, anzi, le considerazioni più ricorrenti sono state: “vogliamo mantenere integro il territorio e non vogliamo crescere”, oppure “siamo scappati dall’hinterland milanese e abbiamo scelto Cassinetta di Lugagnano per la sue qualità ambientale”.
L’amministrazione, pertanto, con grande sorpresa anche degli urbanisti incaricati ha ritenuto giusta e confermato la decisione di non prevedere nessuna zona di espansione.

Il bilancio comunale
Fin dall’insediamento, la politica di bilancio è stata improntata al massimo rigore, puntando alla realizzazione di un importante e strategico obiettivo: “l’emancipazione” del bilancio dagli oneri di urbanizzazione. Progressivamente, a partire dal 2002, è stata ridotta fino allo 0 (zero) % (obiettivo raggiunto contestualmente all’approvazione del PGT) la quota di oneri di urbanizzazione destinata al finanziamento delle spese correnti.
Inoltre, anche sul lato delle spese in conto capitale (investimenti) si è proceduto con una intensa e faticosa ricerca di contributi provinciali, regionali e statali a fondo perduto.
Il Comune di Cassinetta di Lugagnano, nell’ultimo quinquennio ha realizzato opere per circa 4 milioni di euro grazie a contributi della Regione Lombardia e della Provincia di Milano.
I pochissimi interventi di recupero dei volumi esistenti o alcuni micro-interventi sono stati autorizzati dall’amministrazione a fronte di ingenti opere pubbliche (a titolo di esempio, con il recupero di una villa del ‘500 e di annesso fienile a fini abitativi, l’amministrazione si è vista realizzare opere aggiuntive per 400 mila euro; la costruzione di una nuova farmacia privata è stata accompagnata alla realizzazione del nuovo polo sanitario).
Moltissime sono state le iniziative realizzate per mezzo di sponsorizzazioni (si cita a titolo di esempio la sponsorizzazione del Piano Colore allegato allo stesso PGT da parte di Caparol).
La scuola materna è stata costruita accendendo un mutuo finanziato con l’incremento di un punto dell’ICI sulle attività produttive.
L’ICI sulla prima casa è rimasta ferma al 6 per mille e l’addizionale Irpef al 2%. La tariffa rifiuti prevede il recupero del 100% a carico dei contribuenti. Ma la raccolta differenziata è oltre il 73%.
Si fa notare che se non avesse scelto l’opzione crescita zero, l’amministrazione avrebbe potuto ridurre, e di molto, la pressione fiscale sui cittadini e sulle imprese.
L’offerta di servizi sociali, educativi e culturali è aumentata e non è stato fatto nessun taglio alla spesa per servizi alla persona.

Piano di Governo del Territorio
Il PGT del Comune di Cassinetta di Lugagnano è stato approvato definitivamente nel mese marzo 2007, alla vigilia delle elezioni amministrative. Non prevede nessuna zona di espansione. E’ incentrato sul recupero e sulla valorizzazione del patrimonio esistente ed è corredato di un dettagliatissimo Piano del Colore.

Conclusioni
Riassumendo arrivare ad un PGT a crescita zero è possibile, ma sono necessarie le seguenti condizioni:
1. solidità della maggioranza e impermeabilità alle pressioni esterne che spesso pongono l’amministratore di fronte a offerte difficili da rifiutare: “se mi fai realizzare questo intervento edilizio, ti sistemi il bilancio, fai tante opere pubbliche utili senza sforzo e vieni rieletto oppure fai carriera”.
2. forte condivisione della scelta da parte della comunità e continua partecipazione della stessa (i bambini, le associazioni, i gruppi informali, i singoli cittadini) alle decisioni assunte dell’amministrazione
3. seria politica di bilancio che renda indipendenti sia le spese correnti che quelle in conto capitale dagli oneri di urbanizzazione dovuti a nuovi insediamenti e che ricerchi risorse alternative
4. utilizzo ed incentivo al recupero di tutti i volumi esistenti

Una postilla
Alle ultime elezioni amministrative del 2007, la lista civica (rosso-verde) è stata riconfermata con oltre il 63% dei voti, in netta controtendenza rispetto a tutta la provincia di Milano, dove il centrosinistra ha perso in comuni importanti come San Donato Milanese, Rho, Pieve Emanuele, Buccinasco, Monza e Garbagnate Milanese.

Fonte: Eddyburg

giovedì 20 marzo 2008

I mezzi pubblici secondo Google

Raggiungere dalla stazione l'albergo arroccato sui colli nei paraggi della città, precipitarsi contando solo sui mezzi pubblici alla sede dell'azienda dove sostenere un colloquio di lavoro. Quello che potrebbe apparire un insormontabile ostacolo per un turista non parlante italiano o per un trepidante candidato al posto di lavoro agognato è una minuzia da affrontare a colpi di clic, promettono da Google Transit.
Tratte, itinerari, trasbordi, orari di percorrenza e orari di partenza di autobus, metro, tram e treni: Google li ha integrati nelle mappe della provincia di Firenze e della città di Torino, presto il servizio sarà disponibile anche per le città di Genova e di Venezia, mentre Google sta organizzando incontri con amministratori locali e aziende per estendere il servizio a quante più aree possibile.
Basta inserire due punti di riferimento situati nella città, stazioni o attività commerciali che siano, basta inserire indirizzo di partenza e indirizzo di arrivo, selezionare l'orario nel quale si desidera affrontare il viaggio: Google Transit restituisce una scaletta e una tabella di marcia ad hoc delle operazioni da compiere, evidenziate sulla mappa e spiegate in formato testuale.
Google Transit, scaturito dal 20 per cento di tempo nel quale i dipendenti Google sono incoraggiati a lavorare su progetti a piacere, è attivo dal 2005: la copertura si è progressivamente ampliata e ora sono una trentina le mappe delle città nelle quali il servizio è disponibile.
È un tentativo di incoraggiare cittadini e pendolari ad una mobilità sostenibile offrendo loro gli strumenti per sfruttare al meglio i mezzi pubblici, è un modo per semplificare la vita ai turisti, spesso atterriti dalla complessità del districarsi tra linee, orari e percorsi per muoversi in città sconosciute.
Gratuito per gli stessi operatori dei mezzi pubblici, il servizio consente di dare alle aziende dei trasporti locali una visibilità altrimenti difficile da ottenere: probabile che un turista si rivolga ai servizi di Google, meno probabile che il visitatore estero decida di pianificare un viaggio rivolgendosi ai servizi online delle innumerevoli aziende dei trasporti locali per organizzare tratte e trasbordi. Allo stesso modo, per gli abitanti della zona sarà più immediato calcolare in maniera integrata percorsi per ottimizzare i tempi che intercorrono tra sveglia e caffè e cartellino da timbrare.

Fonte: Punto Informatico

mercoledì 19 marzo 2008

Farmaci sotto accusa

Un articolo molto lungo, ma che ritengo importante per la conoscenza sull'argomento farmaci dei quali troppo spesso se ne fa un abuso di consumi.

L'onnipresente nimesulide, l'Aulin per intenderci, ritirato in Irlanda, Finlandia e Spagna perché può causare gravi danni al fegato. Gli sciroppi per la tosse e il raffreddore messi sotto accusa negli Usa perché pericolosi per i bambini, oltre che probabilmente inutili. Le gocce o gli spray per decongestionare il naso. Il diffusissimo rosiglitazone, antidiabetico, al centro di una bufera dai contorni inquietanti. E lo psicofarmaco olanzapina, che è tra i più venduti. Si allunga la lista dei farmaci che sembrano fare più male che bene.
Cominciamo da quelli che ora, in tempo di influenza, sono tra i più venduti nelle farmacie italiane: prodotti da banco per tosse e raffreddore. Dal 2000 a oggi i centri antiveleni statunitensi hanno ricevuto più di 750 mila chiamate in relazione all'uso di questi prodotti, e tra il 2004 e il 2005 più di 120 bambini americani sotto i sei anni sono morti a causa di sciroppi contro i sintomi da raffreddamento. Perché? "È difficile fare un discorso unico su questi prodotti, costituiti da varie misture di antistaminici, decongestionanti, sedativi della tosse, espettoranti", spiega Maurizio Bonati del laboratorio per la Salute materno-infantile dell'Istituto Mario Negri di Milano: "Ognuna di queste componenti di per sé o insieme alle altre può dare effetti indesiderati, e non esistono prove che servano davvero".
È di pochi giorni fa uno studio che non ha trovato differenze tra gli sciroppi per la tosse e il classico sistema del latte caldo col miele. Tra i sedativi della tosse è stata la stessa azienda produttrice a ritirare dal mercato mondiale il clobutinolo (Silomat), in commercio in Italia da più di trent'anni, ma per il quale studi su volontari sani hanno dimostrato un aumento del rischio di aritmie del cuore.
Di decongestionanti nasali, in Italia, si è occupato un gruppo di lavoro costituito nel 2006 all'interno dell'Agenzia italiana del farmaco (Aifa) guidato da Maurizio Bonati, che racconta: "Solo dal Centro antiveleni dell'Ospedale Niguarda di Milano abbiamo ricevuto una cinquantina di segnalazioni su questi prodotti. Per fortuna non risultano decessi, ma disturbi del respiro, della coscienza e reazioni cutanee anche importanti". Le autorità raccomandano, quindi, di non usarli sotto i 12 anni di età. Sotto i due, poi, sono assolutamente vietati, anche se, annota Bonati, "essendo prodotti che si possono acquistare liberamente in farmacia, è difficile controllare che questi limiti siano rispettati". Ma non sono l'unico pericolo in agguato per i bambini raffreddati: "Attenzione c'è per i cortisonici per aerosol, come il beclometasone (Clenil) di cui in Italia siamo i più grandi consumatori al mondo", aggiunge il farmacologo. A un bambino italiano su quattro, infatti, per ogni raffreddore vengono prescritti aerosol a base di farmaci che dovrebbero essere usati soltanto negli asmatici.
Altro fenomeno che non ha pari negli altri paesi è la 'passione' per la nimesulide, che fino all'ultimo allarme deteneva in Italia il primato assoluto nelle vendite degli antinfiammatori, con una fetta di mercato superiore al 50 per cento. Dai dati della Rete nazionale di farmacovigilanza risulta che i 25 milioni di confezioni di nimesulide vendute ogni anno in Italia, per lo più in bustine prese con leggerezza al primo starnuto o a un accenno di mal di testa, per i dolori mestruali o la lombalgia, hanno provocato anche nel nostro Paese non pochi effetti collaterali: dal 2001 a metà del 2007 le segnalazioni di possibili reazioni avverse sono state più di 700, la metà delle quali considerate gravi.
Nello stesso periodo i decessi sarebbero stati solo sul territorio nazionale una ventina. Eppure per molti italiani, ignari che il provvedimento fosse già stato preso da tempo anche in Finlandia e Spagna, la notizia che la nimesulide era stata ritirata in Irlanda dopo alcuni casi letali è stata una doccia fredda. L'Aifa, dopo aver soppesato rischi e benefici, ha deciso di mantenerla sul mercato: può essere usata, ma solo su indicazione specifica del medico, che di volta in volta ne valuta la necessità e l'assenza di possibili altri fattori di rischio come l'abuso di alcol o la concomitante assunzione di farmaci che possono danneggiare il fegato. Gli stessi produttori raccomandano che non venga preso, come di solito accade, per il trattamento di febbre e sintomi influenzali e che non si superino i 100 mg. al giorno. "La scelta di non ritirarlo", spiega Mauro Venegoni, responsabile della farmacovigilanza per l'Agenzia italiana del farmaco, "è stata motivata da una valutazione degli effetti che questo provvedimento avrebbe provocato: sulla base di studi pubblicati in Italia abbiamo calcolato che se tutti i pazienti che usano nimesulide fossero passati ad altri medicinali più sicuri per il fegato, ma meno per lo stomaco, la riduzione di poche centinaia di casi di danni epatici sarebbe stata ampiamente superata da un maggior numero di ricoveri per sanguinamenti gastrici e perforazioni intestinali". Il provvedimento sembra sia stato sufficiente, visto che in poche settimane il consumo del medicinale si è quasi dimezzato, riportandosi ai livelli degli altri paesi europei, dove è solo uno dei tanti antinfiammatori a disposizione, non quello di prima scelta.
"È chiaro che in questo campo non esiste il farmaco ideale, che toglie infiammazione e dolore senza nessun tipo di rischio", spiega Venegoni. Lo ha insegnato anche la storia dell'antinfiammatorio per l'artrite rofecoxib, il Vioxx (vedi box, a pag. 129), ritirato quando è emerso che raddoppiava il rischio di ictus e infarto. Eppure in Europa ci sono ancora sul mercato prodotti analoghi. "Sta al medico individualizzare la scelta: il coxib può essere utile nel caso di una persona che ha sofferto di ulcera ma non ha fattori di rischio cardiovascolare", afferma Venegoni. Certo è che la vicenda Vioxx ha mostrato macroscopicamente ciò che, in misura minore, emerge anche dagli allarmi più recenti: la medicina da ingoiare ai primi sintomi di qualcosa, senza pensarci su più di tanto, non esiste. Qualunque cosa abbia un effetto terapeutico rischia di avere anche un effetto collaterale, che in certi casi può essere molto dannoso.
Questa verità, oggi sotto gli occhi di tutti, rischia di avere un impatto assai serio sui fatturati delle aziende se si pensa che il fallimento del Vioxx, da cui si prevedeva un ritorno di 3 miliardi di dollari l'anno, ha provocato per l'azienda (Merck) un crollo del valore del mercato di 25 miliardi. Non stupisce, allora, che stia prendendo le forme di un giallo industriale la faccenda del rosiglitazone, antidiabetico diffusissimo col nome di Avandia, oggetto negli ultimi mesi di una battaglia a colpi di lavori scientifici e dichiarazioni degli enti di regolamentazione statunitensi ed europei (Fda ed Emea). Premettiamo che entrambe le agenzie continuano a considerare positivo il rapporto tra rischi e benefici del farmaco e del 'cugino' giapponese, il pioglitazone (Actos, di Takeda), accusati di provocare scompensi cardiaci e fratture ossee.
La questione è così riassumibile: il diabete non preoccupa tanto di per sé, quanto per le conseguenze a lungo termine dell'eccesso di zuccheri nel sangue. Tra coloro in cui la malattia è comparsa in età adulta, spesso accompagnata da sovrappeso, colesterolo e pressione alta, i rischi maggiori sono quelli a danno delle coronarie e delle altre arterie. Il rosiglitazone è stato accolto con entusiasmo perché efficace nel ridurre la glicemia: "Peccato che aumenti il rischio di scompenso cardiaco, infarto e ictus", sostiene Steven Nissen, noto cardiologo della Cleveland Clinic dell'omonima città, nell'Ohio, il più fervente sostenitore di questa battaglia. La risposta di altri studiosi era stata che, dall'analisi dei dati, risulta che la mortalità non cambia. Ora, però, l'ultima ricerca pubblicata sul 'Journal of the American Medical Association' sembra dare ragione ai nemici del rosiglitazone: nei diabetici che hanno più di 66 anni ai rischi noti si associa (come peraltro era prevedibile) anche un maggior rischio di lasciarci la pelle.
La vicenda rosiglitazone, come prima quella del Vioxx, riporta in primo piano la necessità che sui farmaci vengano condotti studi indipendenti, ovvero non finanziati dalle aziende produttrici. È stato il caso di una recente scoperta fatta a proposito di due sostanze, pergolide e cabergolina, usate contro il morbo di Parkinson. "Ci siamo insospettiti per l'alta frequenza con cui i nostri malati venivano sottoposti a interventi chirurgici di sostituzione delle valvole cardiache", racconta Gianni Pezzoli, direttore del Centro Parkinson degli Istituti clinici di perfezionamento di Milano: "Così abbiamo controllato, con l'ecografia, il cuore di un centinaio di pazienti che prendevano pergolide o cabergolina, farmaci che per il loro meccanismo d'azione potevano essere chiamati in causa, e di una quarantina che invece si curavano con medicine di altro tipo". Mentre tra i primi più di un malato su quattro mostrava gravi danni alle valvole, tra gli altri nessuno presentava lesioni simili. Il lavoro italiano, pubblicato sul prestigioso 'New England Journal of Medicine', è stato poi confermato da un'analisi retrospettiva condotta sul Registro nazionale britannico che ha esaminato più di 11 mila persone.
Guai seri si prospettano anche per la multinazionale Eli Lilly che produce l'olanzapina, un diffusissimo psicofarmaco venduto col nome di Zyprexa, prodotto di punta da 4 miliardi di dollari di entrate l'anno. Ma, nell'ultimo biennio, 26 mila pazienti hanno chiesto e ottenuto di essere risarciti, per un totale di 1,2 miliardi di dollari. Ma non è tutto: oltre alle richieste di risarcimento, l'azienda deve fronteggiare l'accusa di aver tenuto nascosti i dati che dimostravano per il farmaco un alto rischio di gravi effetti collaterali, tra cui il diabete, e di aver incoraggiato i medici a prescriverlo al di fuori delle indicazioni autorizzate. Il tutto complicato dal fatto che la società rivendica il diritto a tenere riservate le proprie informazioni, importanti ai fini industriali.
Diversa è stata invece la politica della Pfizer, che con una decisione a sorpresa ha interrotto improvvisamente la sperimentazione di quello che doveva essere il suo blockbuster: torcetrapib, una molecola che facendo alzare il colesterolo hdl, quello 'buono', si pensava potesse proteggere il cuore e i vasi. Invece sul campo si è verificato il contrario. E 24 ore soltanto dopo l'annuncio dello stop alla sperimentazione, il valore di mercato dell'azienda è crollato di 21 miliardi di dollari. Ma è probabile che questo sia stato il prezzo da pagare per risparmiare decine di migliaia di vite umane e altrettanti risarcimenti milionari.

Fonte: L'Espresso

martedì 18 marzo 2008

Le ragioni forti di una sinistra debole

Dunque il Financial Times alla pattuglia di deputati laburisti che si sono riuniti fuori da Westminster a cantare "Bandiera rossa" per dire: vogliamo un partito più di sinistra, manda a dire che è inutile che si affannino perché «i partiti stanno diventando tutti eguali». Da noi vi è chi afferma – la sostanza è la stessa – che i buoni politici non possono che essere riformisti senza aggettivi, i soli in grado di porsi e risolvere – sono espressioni di Massimo Cacciari - "problemi concreti" con "progetti concreti", tal che parlare di destra, sinistra e anche centro non ha più senso alcuno.
Questo è il credo dei novatori della politica, decisi a seppellire le vecchie ideologie e le relative contrapposizioni. Mi sembra che, se davvero destra, sinistra e centro non hanno più senso, allora quel che ne consegue è un amalgama politico e che le diversità dei programmi e delle soluzioni concretamente proposte e attuate si riducono a differenze di natura tecnica, da sciogliere alla luce di una razionalità non di parte ma rispondente ad un interesse valevole per tutte le componenti sociali.
I fautori dell´amalgama si presentano come novatori. Credono di esserlo, ma non lo sono. Nella storia moderna essi hanno fatto ripetutamente la loro comparsa come teorici della pacificazione e della concretezza. Il regime orleanista – di cui fu grande esponente Guizot, il quale argomentò che la politica utile era quella capace di riconoscersi nel "giusto mezzo", l´unico in grado di produrre risultati fattivi – costituì un esempio di questo approccio; su una linea analoga si pose in Italia Depretis, il quale invitò il partito liberale ad abbandonare la divisione tra Destra e Sinistra, lasciando al di fuori le dannose estreme di opposto segno; sull´appello a convergere, ridotte le opposizioni al nulla, su una politica capace di risolvere i problemi concreti con soluzioni concrete al riparo di obsoleti scontri di parte, si basò anche la politica sociale ed economica dei regimi totalitari. Ora non siamo più nel XIX e nel XX secolo, ma il Leitmotiv ritorna nelle vesti della politica "democratica" che proclama defunte le distinzioni tra destra e sinistra e che, riducendo tutto a centro, annulla lo stesso centro.
Il paradosso di questa posizione è che essa viene fatta oggi valere proprio mentre, come ricorda opportunamente Giddens, «le società industrializzate hanno raggiunto un livello di diseguaglianza, un gap tra ricchi e poveri, troppo grande». Insomma, mentre tutti i partiti, secondo il Financial Times, starebbero per diventare eguali, gli uomini diventano sempre più diseguali. Ma, se le cose stanno così – e così stanno – (il governatore della Banca d´Italia ci ha recentemente comunicato che nel nostro paese il 10 per cento possiede il 45 per cento del reddito, ed è da vedersi ulteriormente quali siano le proporzioni all´interno di questo 45 per cento), possiamo concludere che vengano meno le ragioni della sinistra e di una lotta politicamente organizzata per contrastare una simile tendenza al fine di raggiungere una più equa distribuzione della ricchezza? possiamo ignorare che vi è un sistema di potere che ha operato e opera per conseguire e mantenere quel gap di ricchezza che spacca in relazione ai livelli di benessere e malessere il corpo sociale a tutela di interessi che non sono certo quelli di coloro ne sono le vittime? possiamo non vedere che il mercato così come funzionante non agisce in maniera neutra, ma è dominato da potentati finanziari e industriali il cui obiettivo è di convogliare le risorse a loro prevalente beneficio con la conseguenza di dividere le persone tra chi dorme sonni più che tranquilli e chi invece sonni agitati perché non sa come campare? Le soluzioni dei problemi che vanno bene per gli uni non vanno affatto bene per gli altri.
I potentati economici non si limitano a operare per mantenere e accrescere i loro soldi. Sanno che per poterlo fare devono essere in grado di ottenere il maggior consenso possibile a partire dal processo elettorale. Sono essi che posseggono e controllano la maggior parte dei mass media, in primo luogo la televisione, che li utilizzano per sostenere che non vi è contrasto di interessi, che si dà un unico interesse, che il solo modo per le masse dei lavoratori dipendenti di migliorare la loro condizione non è di contrastare i meccanismi causa di abissali diseguaglianze, ma di produrre di più, di non continuare a far valere vecchi diritti sociali e a chiedere un posto stabile, di accettare ogni richiesta in tema di flessibilità e di precarietà, in quanto rispondente agli interessi oggettivi delle imprese e quindi comuni ai datori di lavoro e ai lavoratori. Lo spettro delle vacche magre viene sempre agitato agli occhi dei lavoratori per indurli a non "pretendere" irresponsabilmente oggi quel miglioramento che viene affidato al domani.
Orbene, chi non accetta un simile stato di cose è di sinistra e chi lo promuove non lo è. Si guardi inoltre ai «temi eticamente sensibili», ai modi di intendere la laicità, ai modi di affrontare le questioni poste dall´immigrazione e dall´integrazione, e si vedrà se anche qui i partiti sono ormai tutti la stessa cosa. Lo si vada dire agli spagnoli che andranno al voto domenica prossima che il partito di Zapatero e quello del suo antagonista non hanno se non un´immagine confondibile nello specchio.
Ma, detto questo, la sinistra ha un problema, e un grosso problema. Le sue ragioni persistono, e forti, poiché, in un mondo segnato da abissi di diseguaglianza nella disponibilità delle risorse che danno agli individui una vita dignitosa, non vengono meno. Ma la sua capacità di azione è debole. Essa è in una condizione di frustrazione di fronte all´iniziativa dei suoi avversari, le sue risposte in termini di efficacia politica e sociale sono maldefinite, incerte, rispecchiano un complesso di inferiorità. Se non saprà reagire, tornare ad essere protagonista della scena politica e sociale, ciò non significherà che la distinzione tra sinistra e destra non abbia più motivo di essere: significherà piuttosto che la sinistra avrà perso la partita e che la non sinistra avrà vinto. Se poi per sempre o meno, si vedrà.

Fonte: Eddyburg

lunedì 17 marzo 2008

Denigrare le ecomamme

E’ stato pubblicato nei gironi scorsi un articolo sulle ecomamme, definite angeli della pattumiera da Paola Vitali sull’Occidentale. Lo spunto per denigrare gli ambientalisti nasce da una notizia di cronaca statunitense: l’autorganizzazione di gruppi di mamme (ecomoms) con lo scopo di migliorare gli aspetti ecologici del loro lavoro quotidiano.
Vitali utilizza tecniche da manuale per mettere in ridicolo i comportamenti di queste persone. Il terzo paragrafo inizia dicendo: “Una nuova generazione di eco-ansiose, come molte di loro si definiscono, sempre più assalita dal senso di colpa per gli sprechi incontrollati che tanto male fanno a Gaia, trova la sua purificazione in un corredo di diktat che trasformano le famiglie in piccoli inferni di abitudini meticolose, nei fatti un vero e proprio lavoro. E che consacrano la Ecomamma come nuova versione della madre veramente alla moda,...”
Il paragrafo inizia dando un giudizio “eco-ansiose” su persone sconosciute, giustificato dal fatto che sono loro stesse a definirsi tali. Le parole esatte nell’articolo originale sono “I used to feel anxiety. Now I feel I’m doing something.” Ovvero: “Ero solita sentirmi ansiosa, ora sento che sto facendo qualcosa”. Il sentimento spiacevole era riferito al passato, ad un tempo precedente la partecipazione al gruppo, che ha fatto allontanare l’ansia e procurato benessere.
Si passa poi agli effetti che le mamme hanno sulla vita familiare: “diktat che trasformano le famiglie in piccoli inferni di abitudini meticolose”. Nell’articolo originale la figlia tredicenne di una ecomamma diceva di essere orgogliosa di portare il maglione in casa, d’inverno, perché sua madre aveva abbassato il termostato. Altro che piccolo inferno! Ora, pensando a cosa possa aver spinto Vitali ad esprimersi in questo modo, ho ipotizzato, senza poter giungere ad una conclusione, un suo irrisolto conflitto con la madre, lo scopo di colpire di sponda le “mamme verdi” nostrane con scopi politici, o semplicemente di ribaltare il risultato ottenuto da persone che si impegnano per dare un futuro migliore ai propri cari evidenziando la scomodità del processo. Fatto sta che ha preso una intervista e l’ha tradotta invertendo il senso delle parole originali.
Proseguendo la lettura del New York Times, Linda Buzzell (eco-terapista) spiega come “l’attivismo può aiutare a combattere la depressione, ma se veniamo presi dalla smania di salvare il mondo da soli, siamo sulla strada del fallimento e della delusione (burnout). ”Riley Dunlap, professore di sociologia della Oklahoma State University, spiega come oggi la gente preferisca questi gruppi locali e spontanei rispetto all’aderire alle grandi associazioni nazionali in auge nei decenni passati. Quello che funziona nelle ecomamme e’ il supporto reciproco, il piacere di incontrarsi e scambiare esperienze, il senso di appartenenza a un gruppo e la socialità come effetto collaterale dell’adesione ad un ideale condiviso.
Ora lo stile della Vitali: parte con due paragrafi dai toni neutri, alza i toni analizzando psicologicamente le mamme “Da eco-ansiose a eco-maniache, quindi, dal senso di colpa per il pianeta a quello per la propria inadeguatezza.” Inserisce un tocco apocalittico sul controllo demografico (mamme che abortiscono) e conclude esprimendo compassione “per la salute mentale delle donne costrette a occupare il proprio tempo concentrate su una serie pressoché inesauribile di micro-attività quotidiane eco-compatibili.”
In pratica ci sta dicendo che le persone “sane di mente” se ne fregano delle conseguenze delle loro azioni quotidiane sull’ambiente. Meglio comprare la prima cosa che capita che perdere tempo a informarsi. Meglio evitare di trasmettere i propri valori con l’esempio, per non creare un inferno domestico. Meglio andare da uno strizzacervelli che trovare conforto gratuito tra i propri conoscenti o iniziare a cambiare il mondo in meglio partendo dal proprio piccolo orto.
Concordo con lei quando conclude che “dovremmo invece preoccuparci, se il fenomeno dovesse diffondersi dai salotti dell’Alliance delle mamme verdi fino ai parchi giochi delle nostre città”. Certo che per Vitali sarebbe fonte di preoccupazione assistere all’auto-organizzazione di una parte fondamentale della popolazione, che ha voglia di capire e di non limitarsi a quello che dice la pubblicità e di sviluppare senso critico.

giovedì 13 marzo 2008

La sostenibilità del Partito Democratico

Sul sito del Partito Democratico si trova il programma di governo del nuovo partito. Era meglio l’annuncio delle 12 azioni di governo! Era meglio il meno del più! Ridotto a slogan, necessariamente semplificante e parziale, il programma del Partito Democratico lasciava spazio a interpretazioni e speranze. Poteva essere letto come una prima traccia di un programma ancora da costruire, certo, sbilanciato sul fronte dell’economia e dell’impresa ma giustificato da una congiuntura economica sfavorevole, la recessione negli Stati Uniti, la globalizzazione, si sa come va il mondo.
Adesso è peggio! Non lasciano perplesse solo alcune proposte specifiche del programma, ma è l’ambizione del testo a destare la preoccupazione maggiore. Anche il programma dell’Unione aveva l’ambizione di essere onnicomprensivo, era però costruito in centinaia di incontri con tutte le parti della società (vi ricordate la fabbrica del programma?). Oggi, invece, i 4 problemi dell’Italia, i 10 pilastri del progetto, le 12 azioni di governo, sono frutto soltanto di una ristrettissima cerchia di dirigenti di partito. Non è anche questo un problema di qualità della democrazia?
Con il suo programma, il Partito Democratico sembra voler smarcarsi soprattutto a sinistra. In certi passaggi si percepisce l’euforia di chi, abbandonato anche l’ultimo riferimento alla propria storia, si sente finalmente libero di dire ciò che pensa veramente e, verrebbe da dire, lo fa con una retorica quasi futurista: l’efficienza economica si trova nella crescita, la disuguaglianza si affronta con il mercato, l’ambientalismo si risolve nell’imperativo del fare.
Delle ideologie del secolo passato si mantengono solo quelle peggiori. “L’economia fornisce il metodo, ma l’obiettivo è cambiare l’anima” ebbe a dire Margareth Thatcher. Questo sembra essere diventato il leitmotiv. Nulla è rimasto di quell’embedded liberalism che era la sostanza del programma di Prodi: sviluppo sì, ma sostenibile. “Noi crediamo che la tutela dei beni comuni ambientali e la valorizzazione dei territori siano ormai un cardine della civiltà contemporanea, nonché un criterio generale per orientare lo sviluppo sociale ed economico”. La nuova parola d’ordine è, invece, infrastrutture moderne e quindi sostenibili. La modernità come sinonimo di sostenibilità!
È vero, l’Italia ha bisogno di nuove infrastrutture. Ma insieme ha bisogno di un nuovo patto tra cittadini e istituzioni, ha bisogno di una nuova fiducia nell’amministrazione pubblica. Non c’è bisogno di meno Stato ma di uno Stato più autorevole, capace di gestire la cosa pubblica in modo trasparente e democratico. È certamente vero che potrebbero servire nuovi inceneritori: ma per bruciare quel che resta dopo una riduzione delle confezioni dei prodotti e la raccolta differenziata; è certamente vero che servono nuove linee ferroviarie: ma per rispondere a un oggettivo bisogno di mobilità; è certamente vero che servono nuovi impianti per la produzione di energia: ma non quelli a maggiore impatto sul territorio e l'ambiente.
Nel programma del Partito Democratico, la risposta ai problemi oggettivi del nostro Paese sembra essere, invece, tutta improntata su facili, per quanto demagogiche scorciatoie. Ancora una volta, le risorse ambientali e territoriali sono destinate a soccombere alle politiche economiche. Ciò è particolarmente evidente in almeno tre punti del programma:
- alla lettera b) del primo punto torna la svendita del patrimonio pubblico con l’obiettivo di ridurre il debito pubblico – e Tremonti ringrazia;
- alla lettera a) del punto 5, nel capitolo dedicato all’ambientalismo del fare, compare il nucleare – ma i nostri politici lo sanno che la Germania della cancelliera Markel, non più di due mesi fa, nel proprio programma per il clima ha tassativamente escluso lo sviluppo di nuovi impianti nucleari?;
- infine, alla successiva lettera b), si preannuncia la fine della pianificazione urbanistica come la conosciamo oggi: “in tema di pianificazione dell’uso e di governo del territorio, l’ideologia della regolamentazione è cattiva consigliera”. Ma in che modo, e soprattutto chi sceglierà allora fra tutela del territorio e sviluppo urbano? Si preannuncia una privatizzazione del governo del territorio anch’essa già proposta dal precedente governo di centrodestra?
È difficile credere che ogni riferimento alla sostenibilità ambientale nel programma di Prodi sia stato esclusivo appannaggio della sinistra radicale e che, con la dissoluzione dell’Unione, si sia dissolto anche la coscienza ambientale del Partito Democratico. Pur comparendo tra i dieci pilastri del programma, fra le azioni di governo la sostenibilità ambientale non è però mai citata. Da un partito riformista che comprende autorevoli esponenti dell’ambientalismo italiano, ci si doveva aspettare un impegno diverso. Ma soprattutto ci si doveva aspettare una maggiore assunzione di responsabilità per il nostro Paese e per le generazioni future.

mercoledì 12 marzo 2008

La consegna ecologica delle merci in centro

Per decongestionare dal traffico il centro storico della città di Aosta si sta studiando il modo di applicare il sistema usato a Padova: un cityporto in cui smistare le merci da distribuire con mezzi a basso impatto ambientale. E’ partita all’inizio di febbraio la fase operativa per la predisposizione di uno studio di fattibilità che potrebbe includere mezzi a metano, corsie preferenziali e ottimizzazione del carico per l’ultimo miglio.
Cambiare il sistema delle consegne coinvolge tutti i commercianti e li costringe a qualche modifica della loro routine, ma, come si legge nel comunicato diramato dalla Camera di Commercio, “Cityporto rappresenta l’unico modello italiano di trasporto ecologico delle merci nei centri urbani che permetta di raggiungere in solo 4 anni l’autonomia economica, a tutto vantaggio della collettività.”
L’esempio di Padova e’ guardato con interesse anche dalle amministrazioni comunali di Modena e Como perché permette in un colpo solo di snellire il traffico, ridurre l’inquinamento e abbassare i costi della distribuzione merci in ambito urbano. Peccato che in città come Milano, dove nonostante l’ecopass si sono già superati tutti i giorni di sforamento delle soglie di inquinamento previsti dall’Unione Europea per quest’anno, si pensi solo a qualche misura non strutturale come le domeniche a piedi.

martedì 11 marzo 2008

WiMax italiano

Ha superato tutte le aspettative, raggiungendo un incasso da record che farebbe gola anche al produttore di un cine-panettone. L'asta della gara per l'assegnazione dei 35 diritti d'uso delle frequenze WiMax si è chiusa e il Ministero delle Comunicazioni ne ha comunicato i risultati ufficiali. Un numero svetta su tutti, l'incasso finale appunto, pari a 136.337.000 euro.
Come già anticipato, si tratta del risultato più elevato (+ 176% sulla base d'asta) raggiunto in una gara WiMax svoltasi nell'Unione Europea, il che naturalmente non significa nulla se non che le licenze sono costate molto e che gli operatori assegnatari dovranno rientrare dei soldi investiti. Si sono contesi i lotti in 9 giornate di rilanci, 48 tornate. Una competizione vivace, che secondo il ministro delle TLC Paolo Gentiloni è "testimonianza sia dell'interesse per questa nuova tecnologia di banda larga senza fili, sia dell'impegno che le imprese vincitrici vorranno sostenere per far partire in Italia i servizi WiMax".
La gara è stata una sorpresa anche sotto il profilo dei partecipanti. Contrariamente ai timori e alle polemiche iniziali (sfociati in un ricorso che poi il TAR ha rigettato), le licenze non sono finite nelle mani dei "soliti noti": ad eccezione di Telecom Italia, i nomi dei futuri operatori WiMax rappresentano una novità, almeno sullo scenario italiano delle TLC. Con l'incumbent, le aziende aggiudicatarie delle fette più consistenti della torta sono E-Via (gruppo Retelit), AFT (Linkem) e la rivelazione AriaDSL, che dalla sua posizione di outsider è riuscita a tenere testa alle concorrenti, ponendosi addirittura in testa alla classifica con un investimento pari a 47.570.000 euro.
Il piccolo provider umbro ha potuto contare sul supporto mecenatistico-imprenditoriale del finanziere israeliano Davidi Gilo che attraverso il fondo Gilo Ventures ha rilevato il 75% del capitale di AriaDSL, azienda che ha conosciuto in veste di cliente quando ha pensato di dotare di un collegamento broad band la sua casa di vacanza nei dintorni di Todi.
Ma ecco qui di seguito la tabella che descrive in che modo sono state catturate le licenze disponibili, e dunque quali sono i fornitori destinati ad essere nelle aree indicate gli operatori WiMax di riferimento. In ballo come noto c'erano i diritti d'uso delle frequenze nella banda 3.4-3.6 GHz, come noto suddivisi in "blocco A", "blocco B" e "blocco C". I primi due, A e B, riguardano lotti macroregionali, la cui estensione supera quella delle singole regioni: in tutto sono 7. Il C è invece rilasciato a livello regionale (con suddivisione provinciale nel caso delle Province Autonome di Trento e Bolzano) per 21 regioni.

Aggiudicatari dei 7 diritti d'uso nazionali - Blocco A
Area 1 - Lombardia-Bolzano-Trento: AriaDSL
Area 2 - Valle d'Aosta-Piemonte-Liguria-Toscana: AriaDSL
Area 3 - Friuli Venezia Giulia-Veneto-Emilia Romagna-Marche: AriaDSL
Area 4 - Umbria-Lazio-Abruzzo-Molise: AriaDSL
Area 5 - Campania-Puglia-Basilicata-Calabria: AriaDSL
Area 6 - Sicilia: A.F.T.
Area 7 - Sardegna: AriaDSL

Aggiudicatari dei 7 diritti d'uso nazionali - Blocco B
Area 1 - Lombardia-Bolzano-Trento: E-VIA GRUPPO RETELIT
Area 2 - Valle d'Aosta-Piemonte-Liguria-Toscana: E-VIA GRUPPO RETELIT
Area 3 - Friuli Venezia Giulia-Veneto-Emilia Romagna-Marche: E-VIA GRUPPO RETELIT
Area 4 - Umbria-Lazio-Abruzzo-Molise: Telecom Italia
Area 5 - Campania-Puglia-Basilicata-Calabria: Telecom Italia
Area 6 - Sicilia: Tourist Ferry Boat-Temix-Medianet Comunicazioni
Area 7 - Sardegna: Telecom Italia

Aggiudicatari dei 21 diritti d'uso regionali - Blocco C
Lombardia: A.F.T.
Provincia Autonoma di Bolzano: Brennercom
Provincia Autonoma di Trento: MGM Productions - Profit Group
Valle d'Aosta: Ribes Informatica-Hal Service-Lan Service-Informatica System-Tex97-B.B.Bell
Piemonte: A.F.T.
Liguria: MGM Productions Profit Group
Toscana: MGM Productions Profit Group
Friuli Venezia Giulia: Assomax
Veneto: A.F.T.
Emilia Romagna: Infracom
Marche: City Carrier
Umbria: A.F.T.
Lazio: A.F.T.
Abruzzo: A.F.T.
Molise: A.F.T.
Campania: A.F.T.
Puglia: A.F.T.
Basilicata: A.F.T.
Calabria: A.F.T.
Sicilia: AriaDSL
Sardegna: A.F.T.

Come stabilito dal Ministero, le licenze avranno una durata di 15 anni a partire dalla data di rilascio, saranno rinnovabili e non potranno essere cedute a terzi senza una preventiva autorizzazione del Ministero.
"Trascorsi i 30 mesi dal rilascio del relativo diritto d'uso - precisano dal dicastero - gli aggiudicatari che non utilizzino completamente le frequenze assegnate, sono tenuti a soddisfare richieste di soggetti terzi di accesso alle frequenze stesse, sulla base di negoziazione commerciale".
A questo punto non resta che vedere come e quando gli operatori realizzeranno la copertura di propria competenza e a quali condizioni commerciali si proporranno sui mercati consumer e business. Da questo, dalle performance dei network che porranno in essere e soprattutto dalle tariffe e dalle modalità di accesso che prevederanno per clienti e partner dipenderà il futuro del WiMax, e la possibilità che possa davvero trasformarsi, come dice il Ministero, nell'arma definitiva contro il digital divide.
Secondo una nota del Ministero, 4,2 milioni di cittadini italiani sono privi di banda larga, vale a dire il 7,5 per cento del totale della popolazione. Questi cittadini vivono in 2.556 comuni, il 32 per cento del totale. E la battaglia del WiMax si giocherà proprio in quei comuni.

Fonte: Punto Informatico

lunedì 10 marzo 2008

Fustino elettorale

Oggi le campagne elettorali si organizzano, come ormai affermano tutti i manager del settore, o su “idee-guida” valoriali, come è il caso dei political preachers statunitensi, o su issues che interessano direttamente la vita quotidiana dei cittadini.
Morte le ideologie, finite le grandi narrazioni storiche in cui si identificavano vasti gruppi di cittadini, cessata la protezione geopolitica che aveva fatto parlare Ronchey di un “fattore K”, la vendita delle scelte politiche è simile sempre di più alla campagna per la diffusione dei prodotti di largo consumo. Uso del “testimonial” (il leader politico, in questo caso) creazione di slogans forti e semplici, scarsa innovazione nella comunicazione, simbolizzazione di alcuni temi. Un partito politico si vende con le stesse tecniche del fustino di detersivo, che serve a tutti, è abbastanza anonimo, e comunque evoca messaggi rassicuranti e universali, niente affatto collegati alla funzione del detersivo, che è appunto quella di pulire. Inoltre, la comunicazione politica è, e deve essere, suadente e non creare associazioni negative o complesse, e deve parlare all’area pre-razionale dei sentimenti, delle pulsioni, delle abitudini.
Quel genio di Séguéla, che ha avuto l’unico torto di far incontrare Sarkozy e Carla Bruni, ha fatto vincere Mitterrand con lo slogan “la forza tranquilla”, ancora insuperato nella comunicazione politica. Non implica una attività da parte dello spettatore-elettore che deve sempre rimanere passivo, come invece il “we can” di Obama, ma ti sottopone il messaggio di un lento e piacevole abbandono a un padre buono, forte e autorevole. Poi, come diceva lo spin doctor di Tony Blair, “noi possiamo fare tutto, ma non possiamo creare il carisma”.
Nel caso della campagna elettorale italiana, abbiamo leaders che comunicano insieme troppi concetti (e spesso abborracciati, si vede che non sono statisti) oppure veicolano un eccesso di messaggi consolatori e edulcorati, che senza l’effetto carismatico “bambolizzano” come dicono gli spin doctors, l’elettore ma non lo fidelizzano. Compreranno subito un fustino di detersivo, ma non è detto che sia quello che produci tu. La sequenza di botte e risposte sulle issues, poi, depotenzia il messaggio e le rende poco credibili.
Il problema è che, nel marketing politico attuale, non si vende più un prodotto (la riforma universitaria, l’aumento delle pensioni, gli asili-nido) ma la certezza della capacità di risolvere i problemi. La moneta è comandata a Francoforte, e non da noi, i flussi di capitale arrivano da ben altre linee che non da Montecitorio, la divisione internazionale del lavoro si discute nei think tanks internazionali, che poi la inducono sui governi. Quindi, nessuno può più fare promesse, ma solo vendere l’aura magica della potenza e della credibilità di risolvere imprevisti problemi futuri.

venerdì 7 marzo 2008

Casa matta - 2

Segue da: http://gianlucaaiello.blogspot.com/2008/03/casa-matta-1.html

L’analisi del mercato del settore residenziale nel 2006 conferma la maggior crescita del volume di compravendite nei comuni della provincia e anche la progressiva riduzione della quota di mercato delle città capoluogo: meno quattro punti percentuali rispetto all’anno 2000». Questa riflessione dell’OMI, se analizzata in termini di impatto sul territorio, è allarmante.
Il processo di “svuotamento” delle metropoli ne determina, in realtà, solo un mostruoso allargamento. In un paese in cui le strade sono da sempre insufficienti per garantire una normale viabilità, in cui il tasso di utilizzo dei treni (e la loro qualità) è decisamente inferiore al resto d’Europa e in cui il potere è in mano ai palazzinari (che non di rado entrano in politica o la sostengono attivamente), la fuga dalla città si materializza in un allargamento della stessa, che segue i cittadini fin nei comuni limitrofi.
Le conseguenze non sono ancora chiare a tutti, ma non tarderà il momento in cui anche i politici e i cittadini meno attenti si renderanno conto che l’acqua scarseggia e che la qualità dell’aria e della vita nell’hinterland è persino peggiore di quella delle città. Perché, seppure congestionate, le metropoli hanno comunque strutture e anticorpi per reagire; i comuni periferici (dove un immobile residenziale ha ormai un prezzo oscillante tra i 2.500 e i 4.000 euro al metro quadro), invece, rimangono sostanzialmente dei paesotti che si allargano a macchia d’olio ma che non vengono dotati di risorse su rotaia per far fronte alle esigenze dei pendolari.
Le strade statali e provinciali, così, si congestionano, e lo stress della città, cui si sommano decine di chilometri di percorrenza al giorno, non lascia neppure per un istante il cittadino in fuga.
Il mattone è però anche un ottimo sistema per verificare se esista ancora il divario tra le tre macroregioni dello stivale. Secondo gli ultimi studi in materia, il numero di manufatti edili cresce ogni anno maggiormente al Nord (2,06 per cento), seguito dal Centro (1,88 per cento) e dal Sud (1,20 per cento), il che rappresenta, se vogliamo, anche una mappatura fedele delle due Italie in cui economicamente continua a essere suddivisa la penisola. Questi dati, però, si riferiscono alle costruzioni regolari e non a quelle abusive, settore in cui invece l’Italia si rovescia e il Sud primeggia sul Centro e sul Nord. In materia di abusivismo, i dati sono inquietanti. Nel decennio compreso dal 31 dicembre 1993 (ultima data utile per l’ammissione di immobili al condono – il primo berlusconiano) alla fine del 2003 sono state realizzate in Italia oltre 200.000 nuove abitazioni abusive. E altre 230.000 case erano sorte nel giro di appena due anni (1983/84) come conseguenza delle voci che anticiparono ampiamente il primo condono, quello craxiano del 1985.
Il terzo condono in vent’anni, il secondo berlusconiano, quello del novembre 2003, ha dato nuova forza ad abusivisti e mariuoli di tutt’Italia se, come ha denunciato Legambiente nel rapporto Ambiente Italia 2006, «140.000 edifici fuorilegge sono stati costruiti dal 2001 al 2005» nel nostro martoriato paese. Ormai è difficilissimo trovare un immobile che non abbia subìto “aggiustamenti”, a volte sanati, altre in attesa di sanatoria, altre neppure.
Gli agenti immobiliari dovrebbero essere i garanti (anche contro gli abusi) di chi acquista. Invece costoro rappresentano non di rado uno degli anelli più deboli e negativi della “catena immobiliare” nazionale. Basti pensare che, secondo i dati della FIAIP, la Federazione Italiana Agenti Immobiliari Professionali, che raggruppa gli addetti del settore (quelli “in regola”), le persone abilitate a svolgere i compiti di mediatore sono circa 11.000. Un dato impressionante. Destinato ad aumentare a dismisura, poiché il 13 luglio 2007 la federazione di categoria ha approvato la nascita del “praticantato professionalizzante”, «un percorso professionale con il quale il “giovane agente immobiliare” si formerebbe per accedere alla professione con pratica, corso di formazione e verifica finale» (da un comunicato stampa ufficiale pubblicato sul sito della FIAIP).
Una sanatoria (anche qui!) in piena regola, se si pensa che, durante un’intervista di qualche tempo fa, il presidente della FIAIP, Franco Arosio, aveva ammesso che in Italia sono attive circa altre 55.000 persone, soprattutto ma non solo giovani, che svolgono il mestiere in modo «abusivo».
Questo non vuol dire che gli “abusivi” spuntino da sotto i tombini nelle notti di luna piena: spesso, infatti, lavorano per agenzie in piena regola, pagati a provvigione e privi di qualsiasi formazione e referenza. Così muore una professione che una volta, in definitiva, era svolta in modo diverso e magari ancora attribuiva un valore alla stretta di mano.
Certo, il sensale vecchio stampo non aveva tesserino in tasca e spesso, quando vi portava a visitare un immobile, arrivava sporco dalla vigna. Ma non percepisca certo il tre (o quattro) per cento dal compratore e altrettanto dal venditore (malcostume solo italiano) e valeva ancora qualcosa, la stretta di mano... Oggi, hai persino il timore che gli agenti immobiliari ti soppesino l’arto e lo mettano in vendita a tua insaputa su internet.

Fonte: Modus Vivendi

giovedì 6 marzo 2008

Casa matta - 1

Sono stati 1.830.098 (dei quali 845.051 residenziali) gli immobili oggetto in Italia di compravendita nel corso di tutto il 2006. Il dato, pubblicato nel Rapporto immobiliare 2007 a cura dell’Ufficio studi della Direzione centrale dell’Osservatorio Mercato Immobiliare (OMI) dell’Agenzia del Territorio, mostra un incremento dell’1,3 per cento rispetto al 2005 (1.805.758) e, soprattutto, indica che il mercato immobiliare nazionale è ancora vivo e aggressivo, nonostante da alcuni anni molti osservatori annuncino che «la bolla (speculativa) sta per scoppiare». Il paese reale evidenzia, invece, che alla fine del 2007il numero di compravendite dell’anno in corso sfiorerà i due milioni di unità e rimpolperà ulteriormente la statistica, secondo la quale dal gennaio 2000 al dicembre 2006 il mercato del mattone è cresciuto complessivamente del 30 per cento. Uno sviluppo enorme, favorito dai clamorosi accadimenti internazionali (l’attacco terroristico contro le Torri Gemelle a New York, quello militare statunitense prima contro l’Afghanistan poi contro l’Iraq ...), ma decisamente inferiore a quello dei prezzi, che in molte città, al metro quadrato, sono addirittura quadruplicati, mentre il livello etico e deontologico dei mediatori immobiliari italiani – che ormai dominano completamente il mercato senza lasciare il minimo spazio alle compravendite tra privati – continua a essere molto basso, per dire che ormai peggio di così non può andare.
Lo sviluppo del mercato immobiliare, per quanto impressionante, aveva già cominciato ad essere evidente (e, per i compratori, assai preoccupante) dalla seconda metà degli anni Novanta, in tempi cioè in cu ancora nessuno si aspettava l’esplodere dell’inferno successivo all’11 settembre 2001, e in cui nel settore finanziario le principali preoccupazioni erano dettate dalla crisi del comparto informatico.
Secondo l’OMI, «si può notare come l’ultimo ciclo immobiliare sia iniziato a partire dal 1997 e abbia registrato ad oggi un tasso medio annuo di crescita del 6,3 per cento circa. Il volume di compravendite di abitazioni negli ultimi nove anni è quindi incrementato del 75 per cento circa, con una crescita davvero impressionante del mercato residenziale». Sulla base dei calcoli di Nomisma, nel 2008 i prezzi degli immobili residenziali saliranno ancora del 5,6 per cento, degli uffici del 4,3 per cento e dei negozi del 2,6 per cento. La bolla quindi, nonostante la crisi dei mutui negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, è destinata a restare gonfia e in quota ancora per un bel po’. E questo a prescindere dal fatto che in Italia siano accesi mutui per circa 1,3 miliardi di euro e che ormai le banche e le finanziarie legate alle agenzie immobiliari non chiedano più le garanzie di una volta (impiego a tempo indeterminato e busta paga) per l’accensione di un mutuo ma abbiano cominciato a erogare finanziamenti – in tempi di smantellamento dello stato sociale – anche a chi ha contratti a rischio ma ha un padre o un nonno in vita che possano garantire con i loro capitali o, alle brutte, con la pensione. Si tratta, in sostanza, di un gioco spericolato a raschiare il fondo per non sforzarsi a inventare dei modelli di sviluppo meno rischiosi e, possibilmente, più etici. Una sorta di “capitalismo all’amatriciana” che rischia di portare il paese a fondo, con conseguenze “argentine”.
Per fare delle cifre e dare un corpo al mostro fin qui descritto, basti pensare che i successivi apprezzamenti del costo del denaro decisi dalla Banca Centrale Europea hanno fatto sì che, dal 2005 ad oggi, chi aveva un mutuo (preso a tasso variabile, come la maggioranza degli italiani) di 4-600 euro al mese si ritrovi con 100-150 euro in più da pagare alle banche, mentre lo stipendio è rimasto probabilmente lo stesso di allora (ma, nel frattempo, pane, latte, scarpe, canone tv, tasse, treni, carburanti, acqua ... tutto è aumentato). È una situazione che fa tremare le vene nei polsi, a pensarci bene.
Un altro aspetto assai rilevante,sempre tratto dal Rapporto immobiliare 2007 dell’OMI, va portato all’attenzione del lettore per cercare di capire che cosa stia accadendo in Italia nel settore immobiliare.
«Nei rapporti precedenti – scrive l’OMI – si era posta l’attenzione sullo spostamento del mercato residenziale dalle città capoluogo ai centri minori della provincia. Tale fenomeno è strettamente collegato a due fattori principali: il primo è il considerevole aumento dei prezzi delle abitazioni nei centri maggiori che spinge a cercare soluzioni più economiche nei comuni limitrofi; il secondo è la maggiore disponibilità di nuove costruzioni nei comuni dell’hinterland, piuttosto che nei capoluoghi, dove il territorio è, in molti casi, saturo e scarseggiano le aree edificabili. Altro eventuale incremento delle compravendite nei comuni minori può riguardare l’investimento in seconde case nei comuni turistici.

Fonte: Modus Vivendi

Continua: http://gianlucaaiello.blogspot.com/2008/03/casa-matta-2.html

martedì 4 marzo 2008

Nei programmi elettorali ci sarà un po' di cura del ferro?

Mi auguro che le notizia dei rialzi del prezzo della benzina siano state lette e meditate dagli estensori dei programmi elettorali delle varie forze politiche. Potrebbe aiutarli a prendere decisioni giuste su molte questioni, a cominciare da quelle relative alle scelte infrastrutturali. In primo luogo da loro ci si aspetta una risposta a questa domanda: il prezzo del barile nei prossimi anni continuerà a crescere, sfondando il tetto dei 150 dollari o si tratta solo di una congiuntura sfavorevole destinata a esaurirsi rapidamente? Molti analisti e altrettanti economisti sostengono si tratti ormai di un fenomeno strutturale ed è quindi prevedibile una costante crescita del prezzo del barile.
Uscire dalla dipendenza dal petrolio è dunque una scelta necessaria, non solo per ragioni ambientali, ma anche per quella del suo costo. Nessuno naturalmente pretende che sia realizzata in una legislatura, ma almeno che qualcuno chieda i voti per indirizzare nei prossimi 5 anni il paese in questa direzione. Il nuovo aumento del prezzo della benzina dovrebbe far riflettere anche sul programma infrastrutturale che ogni forza politica presenterà agli elettori. Autostrade e strade o ferrovia e cabotaggio? Trasporti collettivi o individuali?
La notizia di oggi sulla benzina è una ulteriore conferma che a questo paese serve una potente cura del ferro, non solo per le note ragioni ambientali, ma anche per i costi sempre più insostenibili dell’auto e dei carburanti che la alimentano. Ogni mese i dati Istat ci dicono che sempre più italiani non arrivano a fine mese e che da tempo le famiglie hanno tagliato spese più o meno essenziali.
Domando molto sommessamente: con un costo della benzina in costante crescita quante persone nel futuro si potranno permettere di usare la macchina per andare a lavorare o semplicemente per spostarsi (il Codacons prevede 150 euro di spesa in più a famiglia per benzina)?
Quasi sicuramente sarà l’ultima delle rinunce che un'italiano farà, ma è certo che quelli che vi dovranno rinunciare perché non riusciranno a mantenerla saranno sempre di più. Ed allora che senso ha riproporre continuamente, sia da destra che da sinistra, faraonici programmi di nuove autostrade ed invece usare la scure per le risorse destinate ai treni dei pendolari o per tramvie e metropolitane?
Da tempo non ne ha alcuno per ragioni ambientali e di inquinamento, ma ora a queste va aggiunta quella dell’insostenibilità economica. Ed allora prima di spendere miliardi di euro in nuove autostrade o per aumentare le corsie nei tratti da tempo saturi, non è meglio porsi la domanda se, per quando saranno finite, avranno clienti sufficienti?
In realtà nessuna di queste opere regge ad una seria valutazione costi benefici, anzi lo fa solo per il fatto che i costi sono pubblici (tangenti comprese) e privati i benefici. Chissà se il nuovo prezzo della benzina suggerirà alla politica queste riflessioni e farà emergere proposte che impediscano questo sperpero di denaro pubblico.

Un mare di plastica

“Mare, profumo di mare”, recitava la sigla di una nota serie televisiva degli anni ’80. Ma che tipo di profumo può avere oggi l’Oceano Pacifico, dove secondo gli esperti esiste un minestrone galleggiante di plastica grande quasi il doppio degli Stati Uniti? Così gli oceanografi definiscono la massa di rifiuti che galleggia nel Pacifico, tenuta insieme dalle correnti sottomarine, che cresce a un ritmo vertiginoso e che costituisce di fatto la più grande discarica del mondo. L'isola galleggiante, scrive l'Independent, inizia a formarsi 500 miglia al largo della California, attraversa il Pacifico meridionale, oltrepassa le Hawaii e arriva fin quasi al Giappone. L'oceanografo americano Charles Moore, che l'ha scoperta, la chiama “la grande massa di immondizia del Pacifico” o “il gorgo di spazzatura”.
Il “Pacific Trash Vortex”, ossia “gorgo di immondizia del Pacifico”, è un'isola di spazzatura, soprattutto plastica, formatasi nell'Oceano Pacifico a partire dagli anni Cinquanta, con un diametro di circa 2500 km , pari ad una superfice di 4.909.000 Km2, una profondità di 30 metri ed un peso di 3.500.000 tonnellate, grazie all'azione della North Pacific Subtropical Gyre, una corrente oceanica dotata di un particolare movimento a spirale orario, che permette ai rifiuti galleggianti di aggregarsi fra di loro.
La North Pacific Gyre, o Vortice del Nord Pacifico (conosciuto anche come Vortice Subtropicale del Nord Pacifico) è una corrente oceanica a forma di vortice circolare localizzato tra l'equatore il 50° di latitudine nord. Occupa approssimativamente un'area di 34 milioni di km2, si muove in senso orario ed è formato prevalentemente da quattro correnti oceaniche : la Corrente del Nord Pacifico a nord, la Corrente della California ad est, la Corrente nord equatoriale a sud e la Corrente Kuroshio a ovest. Il centro di tale vortice è una regione relativamente stazionaria dell'Oceano Pacifico (ci si riferisce spesso a quest'area come la latitudine dei cavalli) al cui centro si accumulano notevoli quantità di rifiuti, soprattutto plastica, ed altri detriti a formare una enorme "nube" di spazzatura che ha assunto il informale definizione di Isola orientale di Immondizia o Vortice di Pattumiera del Pacifico. Storicamente questi rifiuti erano spontaneamente sottoposti a biodegradazione, mentre in questo luogo si sta accumulando una enorme quantità di plastica e di rottami marini. La plastica invece di essere fotodegradata si disintegrata in pezzi sempre più piccoli, che mantengono la caratteristica di polimerica anche quando raggiungono le dimensioni di una molecola, la cui ulteriore assimilazione è molto difficile. La fotodegradazione della plastica può produrre inquinamento di PCB. Il galleggiamento di tali particelle che apparentemente assomiglia a zooplancton, inganna i molluschi che se ne cibano, causandone l'introduzione nella catena alimentare. In alcuni campioni di acqua marina presi nel 2001 la quantità di plastica superava di un fattore sei quella dello zooplancton (la vita animale dominante dell'area).
Occasionalmente, improvvisi mutamenti nelle correnti oceaniche provocano la caduta, da parte di navi cargo di interi containers che non solo vanno ad alimentare il Nord Pacific Gyre, ma arenano su spiagge poste ai confini del PTV. La più famosa è avvenuta nel 1990; dalla nave Hansa Carrier sono caduti in mare ben 80.000, tra stivali e scarpe da ginnastica della Nike che, nei tre anni successivi, si sono arenati tra le spiagge degli stati della British Columbia, Washington, Oregon e Hawaii E questa non è stato l'unico caso: nel 1992 sono caduti in mare, decine di migliaia di vasche da bagno giocattolo e nel 1994 attrezzatura per hockey. Questi eventi sono molto utili per determinare, da parte di diversi istituzioni, i flussi delle correnti oceaniche su scala globale.
Per diversi anni alcuni ricercatori oceanici, tra cui Charle Moore, hanno investigato a fondo la diffusione e la concentrazione dei detriti plastici presenti nel North Pacific Gyre. La concentrazione della plastica è di 3.34x106 frammenti per km2, con una media di 5.1kg/km2 raccolti utilizzando una rete a strascico rettangolare delle dimensioni di 0.9x0.15 m2. A 10 mt di profondità è stata individuata una concentrazione di detriti pari a poco meno la metà di quella in superficie, detriti che consistono principalmente di monofilamenti, fibre di polimeri incrostati di plancton e diatomee.
Marcus Eriksen, ricercatore della Marine Research Foundation creata da Moore, spiega: “Inizialmente la gente si era fatta l'idea di un'isola di rifiuti di plastica sulla quale si sarebbe potuto camminare, ma non è così. È una specie di infinito minestrone di plastica, che si estende su di un’area grande forse il doppio degli Stati Uniti”. L'oceanografo Curtis Ebbesmeyer, che da più di 15 anni si occupa del problema della dispersione della plastica nei mari, paragona il gorgo di spazzatura a un organismo vivente: "Si divincola come un grosso animale senza guinzaglio", dice. Quando la “bestia” si avvicina alla terraferma, come è accaduto alle Hawaii, le conseguenze sono gravissime. “La massa di rifiuti rigurgita pezzi e le spiagge si coprono di un tappeto di plastica”.
Qualcuno potrebbe pensare che tutto sommato il mare è talmente grande che prima o poi riassorbirà anche l’odiata plastica. Ma il problema vero è l’effetto che il lento rilascio di PCB (Policlorobifenili) ha sulla catena alimentare che nasce dal mare, che coinvolge direttamente anche noi esseri umani.
Di recente, alcuni ricercatori dell’Università di Oslo, in cooperazione con gli esperti del Dipartimento di Ostetricia e Ginecologia dell’Università di Tokyo, hanno pubblicato uno studio intitolato “Accertamento di contaminazione umana con agenti chimici che determinano disregolazione estrogenica ed il loro rischio per la riproduzione umana.” In questo documento, i ricercatori hanno postulato una teoria sui possibili effetti estrogenici di contaminanti ambientali come PCB, diossina ed insetticidi, che sta provocando molta preoccupazione. La "teoria estrogenica" indica che la persistente bioaccumulazione di agenti chimici influenza lo sviluppo fetale agendo come estrogeni. Questi determinano danni permanenti, in particolare negli organi riproduttivi. La teoria è basata sui rapporti su animali delle regione dei Gran Laghi in nord l'America, e sugli alligatori della Florida e sulla pesca nei fiumi in Gran Bretagna. Una riduzione della qualità del seme umano si è verificata durante il corso degli ultimi 50 anni, ed è stata indicata la possibilità che questo sia il risultato di una larga contaminazione ambientale. L'Incidenza più alta di altre malattie come ipospadia, criptorchidismo e cancro del testicolo indica anche che qualcosa sta colpendo la salute riproduttiva del maschio. Se l'incidenza più alta di endometriosi e cancro del seno può essere spiegata dall'ipotesi estrogenica è un forte interrogativo. Che molti contaminanti ambientali hanno effetti estrogenici, è stato documentato.
“La vittoria ha molti padri, la sconfitta è orfana” dicevano latini, e così anche per quello che riguarda il nostro maremagnum di rifiuti vagante, nessuno sembra avere particolarmente fretta di dichiararsene l’autore. Ma da dove può essere nata una tale marea di plastica e rifiuti non biodegradabili? Di sicuro non può essere semplicemente frutto del rilascio di oggetti o scarti da parte di navi in transito nei mari del pacifico. Le enciclopedie alla voce “rifiuti oceanici” hanno due voci, il “jetsam”, vale a dire il volontario lancio fuori bordo (jettisoned) di oggetti, generalmente per situazioni di emergenza, e il “flotsam”, descritto come la perdita di materiale di bordo in seguito a incidenti o schianti. Appare evidente che nessuna di queste due spiegazioni si attaglia alla situazione in essere, quante navi avrebbero dovuto naufragare per produrre una tale quantità di materiale inquinante? Certo, esistono casi limite come quello succitato della nave Hansa Carrier, che il 27 maggio del 1990, mentre procedeva verso gli Stati Uniti provenendo dalla Corea, naufragò a causa di una terribile tempesta tropicale, e 80.000 scarpe finirono in mare. Ma si tratta di casi rari e isolati, tant’è vero che il caso della Hansa Carrier è tutt’ora uno dei più studiati dagli oceanografi perchè è stato utilissimo per capire la struttura delle correnti oceaniche (http://www.msc.ucla.edu/oceanglobe/pdf/nike_invest.pdf).
Ma se si tratta di casi così rari, come ha fatto a formarsi un’isola galleggiante di rifiuti grande quasi il doppio degli Stati Uniti?
Tornano in mente i traghetti nostrani, che carichi di rifiuti che nessuno desidera, approdano in Sicilia o in Sardegna in cerca di una zona di stoccaggio, con carichi di 800 tonnellate di immondizia per viaggio. Riguardo ai rifiuti del Pacifico, l’ipotesi più credibile allo stato attuale è che si tratti di rifiuti domestici che nessuno voleva, provenienti da parti del mondo dove lo stoccaggio e lo smaltimento dei rifiuti rappresenti un grosso problema. Nella sterminata discarica infatti si può trovare un po’ di tutto, dai palloni da calcio ai mattoncini del Lego, fino ai famigerati sacchetti di plastica, difficile quindi pensare a materiale di uso comune su di una nave. La massa inquinante in realtà è formata da due parti: la massa orientale, a sud-ovest del Giappone e quella occidentale a nord-ovest delle Hawaii. Curtis Ebbesmeyer, un oceanografo che da oltre 15 anni studia il problema della plastica dispersa in mare, ha paragonato il ”minestrone” ad un gigantesco organismo vivente: “Si divincola come un grosso animale senza guinzaglio”. E quando si avvicina alla terraferma, come succede all’arcipelago delle Hawaii, le conseguenza sono drammatiche: “È come se vomitasse e le spiagge si coprono di ‘confetti’ di plastica”. David Karl, un oceanografo dell’università delle Hawaii ha dichiarato che ulteriori ricerche sono necessarie per stabilire l’estensione e la composizione del ”minestrone di plastica”. Ma da dove proviene, fisicamente, la marea di plastica che sta imbrattando le isole Hawaii?
Il tratto di mare interessato all’inquinamento è sito tra Giappone e le coste della California, e interessa la zona delle isole Hawaii, in genere considerato un autentico paradiso ecologico. Una rapida analisi delle correnti oceaniche ci dimostra che per giungere in quel punto, la massa inquinante può provenire solo dal nord, e più esattamente dal Mare di Bering. In quel punto probabilmente si è generata la marea di plastica grande due volte gli USA che ora affligge il cuore del Pacifico. Lo Stretto di Bering è uno stretto marino tra Capo Dezhnev, il punto più ad est del continente asiatico, e Capo Principe di Galles, il punto più ad ovest del continente americano. È largo circa 85 chilometri , con una profondità compresa tra 30 e 50 metri . Lo stretto unisce il mar Chuckhi (parte dell'Oceano Artico) a nord con il Mare di Bering (parte dell'Oceano Pacifico) a sud.
Naturalmente, solo lo stato americano dell’Alaska e la Federazione Russa si affacciano su di quel tratto di mare del nord, generalmente disabitato per chilometri e quasi mai monitorato da strutture civili o agenzie di stampa. L’Alaska è da sempre uno stato molto attento all’ambiente, difatti il mare di Bering è da sempre una importante risorsa ittica per gli Stati Uniti, da sola tale zona – uno dei sistemi marini più ricchi del pianeta – sostiene metà della industria ittica degli States. Per proteggere queste zone, che custodiscono tra l’altro l’Alaska Maritime National Wildlife Refuge e le Pribilof Islands, definite come le 'Galapagos del Nord', il governo americano – probabilmente preoccupato dalla possibilità di perdere una redditizia risorsa di pesca - ha di recente lanciato una serie di iniziative ambientali, come la “Pacific Environment”, con lo scopo di creare aree marine protette e prevenire perdite di sostanze inquinanti dalle navi.
Difficile pensare che interi carichi di ecoballe siano stati rilasciati dallo stato dell’Alaska così vicino a casa propria. Gli americani, quando devono disfarsi di rifiuti (specie se tossici o radioattivi), lo fanno ben lontano dalle loro coste, possibilmente in qualche sperduto paradiso ecologico del terzo mondo, dove non esistono quei diritti civili a cui sembrano così allergici. Dall’altra parte del mare di Bering, invece, abbiamo l’amministrazione Russa, che da anni riceve numerosi ammonizioni internazionali per la scarsa attenzione all’ambiente.
La Kamcatka , o Kamchatka, è una penisola lunga 1.250 km situata nell’estremo oriente russo. Ha una superficie di 472.300 km2. A est si affaccia sull'Oceano Pacifico mentre a ovest si trova il mar di Okhotsk. Al largo della penisola si trova la fossa delle Curili con una profondità di 10.500 m . La Kamchatka fino al 1991 era interdetta agli stranieri e persino agli stessi russi non di tale regione, per via della sua incredibile importanza strategica.
Dato il suo clima subartico e la natura selvaggia del luogo, la Kamchatka è poco popolata, meno di una persona per km quadrato, e vive ancora di risorse ittiche e rurali, ben lontano dai ritmi di vita moderni delle capitali europee. La zona è ancora prevalentemente abitata anzi da ceppi etnici autoctoni della Kamchatka, come i Koryaks, gli Itelmen, i Chukchies, gli Evens.
Eppure, un luogo di bellezza selvaggia come la Kamchatka deve combattere una strenua lotta contro l’inquinamento ambientale. La penisola difatti è piena di agenti chimici inquinanti dovuti alla massiccia presenza nella zona di basi militari sovietiche, ormai per la maggior parte scarsamente controllate e mal amministrate.
La Kamchatka in effetti è la zona d’attracco della Flotta Sovietica di Sommergibili del Pacifico, ospita numerose basi aeree ed è zona di test per missili ICBM. La massiccia presenza dei militari russi in zona ha contaminato il terreno di metalli pesanti, radiazioni e diversi agenti inquinanti.
Una grossa base navale nei pressi di Petropavlovsk è piena di sottomarini nucleari malmessi, e in tempi recenti si verificano spesso affondamenti dovuti alla problemi di manutenzione, carente o addirittura totalmente inesistente.
Cosa vuol dire tutto ciò? È possibile che i russi, in qualche maniera, siano responsabili del disastro ecologico in atto nell’oceano Pacifico? Di sicuro, negli anni scorsi diversi giornalisti sovietici pur di indagare sul degrado e la corruzione del proprio paese, hanno rischiato il lavoro, la salute o talvolta (come nel caso della reporter di Novaja Gazeta, Anna Politkovskaya) la vita stessa. Nella Russia di Putin esistono una serie di collusioni, omissioni, giri d’affari e di interessi economici poco leciti, corruzioni e stravolgimenti delle vita pubblica, nel novero delle quali il fine tende inevitabilmente a giustificare i mezzi. In un quadro sociale e politico del genere, è possibile immaginare che i controlli, specie in ambito ecologico, siano di certo minori di altre parti del mondo, e altresì è facile trovare persone disposte, per pochi rubli, a compiere lavori ai limiti del legale, o ben oltre. Non è un mistero, ad esempio, che ad oggi i maggiori commerci illegali di materiale radioattivo sembrano partire quasi tutti dall’ex Unione Sovietica. E allora, l’enorme blob di plastica e oggetti inquinanti che sta galleggiando nel Pacifico, è nato forse dal degrado sociale e dalla carenza di controlli esistenti oggi nell’ex Urss, già denunciati diverse volte dalle numerosi leghe ambientali di tutto il mondo? Questo allo stato attuale delle cose non è dato saperlo, ma probabilmente i responsabili delle agenzie ambientali internazionali farebbero bene a iniziare le loro ricerche da lì. Sempre che la sempre maggiore necessità, specie in Europa, delle risorse energetiche provenienti dall’Est, non finiscano per rendere l’occidente sordo al grido di dolore che oggi proviene dall’Oceano Pacifico.