venerdì 30 maggio 2008

Patente per animali

Desiderate un cane, un criceto, un pesce rosso? Dovrete meritare la patente di padrone. Allevate cavalli? Allora nella stalla dovrete prevedere la moquette per evitare che zoccoli si rovinino. Avete un cane? Allora li dovete lasciare liberi per almeno 5 ore al giorno. Queste ed altre disposizioni entreranno in vigore dal 1 settembre di quest’anno in Svizzera per ampliarsi nel 2010.
La nuova legislazione sulla protezione degli animali è incentrata sulla responsabilità dei detentori: devono conoscere le esigenze dei loro animali e sapere come tenerli correttamente. Pertanto, la formazione riguarderà anche gli agricoltori, i trasportatori di animali e tutte le persone che si occupano professionalmente degli animali, gli amanti di animali selvatici particolarmente difficili da tenere nonché i detentori di cani.
Le ordinanze disciplinano le formazioni, i responsabili, la durata e il contenuto dei corsi. Per i cani, il corso teorico deve durare almeno 5 ore e fornire indicazioni su esigenze particolari, comportamento sociale e impegno necessario. L’addestramento invece, di una durata minima di 5 lezioni da 2 ore, spiega come educare il cane e quali segnali del corpo indicano un atteggiamento minaccioso, di insicurezza oppure di sottomissione. Per tutti gli altri l’UFV (Ufficio Federale di Veterinaria) ha previsto formazione e informazione sul sito http://www.miprendocuradelmioanimale.ch.

giovedì 29 maggio 2008

Data center verdi?

I data center "verdi" sono davvero verdi? E quanta sensibilità c'è riguardo alla questione dei consumi? Poca, secondo uno studio di McKinsey & Co., che si è avvalso dei dati di Uptime Institute per evidenziare uno scenario preoccupante: di questo passo nel 2020 l'energia consumata dai data center finirà per produrre un impatto ambientale sul Pianeta superiore a quello delle aviolinee.
Nel frattempo, i costi dell'elettricità continuano a subire iniezioni di lievito e, secondo The Register, è meglio non aprire data center in Regno Unito, Germania o Italia in quanto sono i paesi dove l'elettricità è più cara. Ma il monito è ben più pressante: nei dirigenti, nei CIO (Chief Information Officer) non alberga sufficiente sensibilità riguardo al problema. E latita anche in chi è gerarchicamente loro superiore, al punto che da più parti giunge la proposta di introdurre un nuovo parametro di valutazione dell'efficienza dei data center, battezzato CADE (Corporate Average Data Efficiency) e del relativo "custode", battezzato "Energy Czar" (lo Zar dell'energia). Nuovi strumenti per tentare di disegnare davvero il fenomeno, proposte che mettono a nudo la situazione caotica attuale.
Oggi, dunque, l'impatto ambientale semplicemente "non è preso ancora in considerazione e ha poca possibilità di essere ritenuto significativo", racconta al New York Times William Forrest, a capo di McKinsey. Ai vecchi tempi dei mainframe, spiega, i data center erano molto più efficienti ma privi di flessibilità: secondo Mr. Forrest, quella disciplina di efficienza va assorbita e portata nei data center moderni.
Forrest riassume nei seguenti punti focali le attuali debolezze dei data center:
- mancanza della supervisione critica di un dirigente;
- scarso/nessun impiego di tecnologia "verde": il concetto comprende il considerare il risparmio energetico anche in fase di progettazione del fabbricato che ospiterà il data center;
- cattiva progettazione degli stadi di alimentazione e raffreddamento;
- management IT inefficiente;
- software progettato o implementato impropriamente.
Un quadro inclemente, al quale però si è costretti a credere: in Gran Bretagna, spiega Sourcewire, lo scorso aprile ogni rack è costato in media circa 1000 euro di energia. E ogni data center ha centinaia di rack, in molti casi anche migliaia.
Non basta, dunque, parlarne: occorre passare ai fatti, il panorama è allarmante ormai da tempo. E ciascun netizen può contribuire, nel suo piccolo, dotandosi di accessori per interrompere realmente l'alimentazione quando il PC non serve e impiegando, durante l'uso, quegli accorgimenti di cui oggi tutti i computer sono dotati: usare (e non disattivare) il Power Management, per far sì che il video si ponga in standby se non c'è attività, che l'hard disk arresti la rotazione in assenza di scambio dati, che la velocità di clock si abbassi se non è richiesta tanta potenza di calcolo. Poco? Certo, sono briciole, tutte insieme potrebbero però formare un pasto abbondante.

Fonte: Marco Valerio Principato - Puntoinformatico.it

mercoledì 28 maggio 2008

Orti scolastici, un esempio di educazione ambientale

Riporto l'intervista su ecoblog.it di Paolo Donati che opera presso la Fondazione Villa Ghigi, un Centro di Educazione Ambientale di Bologna.

Paolo, puoi raccontarci qualcosa dei vostri orti scolastici?
Il progetto “il mio giardino scolastico”, è stata un’esperienza particolarmente articolata che ha coinvolto l’amministrazione di Casalecchio di Reno, alcuni centri di educazione ambientale, numerosi insegnanti e in particolare i docenti, gli alunni, i genitori e il personale ausiliario di due scuole primarie del comune che hanno deciso di ripensare il loro spazio verde rendendolo più interessante e stimolante. Il lavoro in ognuna delle due scuole si è sviluppato in diverse fasi: un momento formativo per insegnanti e tecnici del comune; una fase progettuale in cui le diverse scuole hanno attivato percorsi di progettazione partecipata con gli alunni e i genitori; una serie di laboratori nelle classi legati allo studio e alla conoscenza dello spazio verde a disposizione (studi naturalistici, cartografici, storici, raccolta dei desideri, ecc); una fase legata alla realizzazione (che ha coinvolto i tecnici comunali, gli insegnanti, i genitori e i bambini) e, per finire, una fase di manutenzione del giardino svolta in primo luogo da un gruppo di genitori coordinati da un’insegnante.
Questo progetto di orto scolastico e’ partito nell’anno scolastico 2001-2002 con grande entusiasmo e partecipazione dei genitori. Oggi immagino che quasi tutti i bambini che hanno partecipato ai lavori iniziali siano ormai passati alle scuole medie. E’ stato un problema cambiare continuamente persone?
Nonostante siano passati ormai diversi anni dall’avvio dell’esperienza questa rimane particolarmente vitale in quanto viene periodicamente rinnovato il gruppo operativo (insegnanti e genitori) che si incarica non solo della manutenzione ma anche del progressivo arricchimento degli spazi; ad esempio rispetto all’opuscolo di documentazione, il giardino delle scuole Ciari negli ultimi anni si è arricchito di uno stagno, di un piccolo frutteto e di una pergola di vite.
Come avete gestito il passaggio delle consegne?
Il passaggio delle consegne rispetto alla cura del giardino avviene in maniera piuttosto naturale dato che tutte le classi della scuola sono coinvolte nelle attività di osservazione e studio dei diversi ambienti presenti nello spazio verde (alberi, siepi, aiuole di aromatiche, stagno, orti, prato, ecc.). Per quanto riguarda il gruppo che si occupa della manutenzione questo è rimasto in vita soprattutto grazie all’operato di una insegnante incaricata che coinvolge i nuovi genitori (in base alle loro disponibilità e competenze) nella gestione del giardino.
I “vecchi” bambini tornano ancora a guardare il loro giardino?
Sempre riferendosi alla scuola Bruno Ciari è interessante sottolineare come i bambini siano rimasti legati al giardino anche dopo la loro uscita dalla scuola e tendono a tornare a frequentarlo sia in forma libera (il giardino è fruibile dagli esterni negli orari di apertura della palestra scolastica utilizzata anche da una società sportiva) sia più organizzata. Sotto questo ultimo aspetto, ormai da cinque anni, le quinte uscenti, in un pomeriggio di maggio, tornano alla loro ex scuola per un incontro-festa che dopo l’orario scolastico continua in giardino.
Leggo che avete coinvolto nonni e alpini, per farvi aiutare. Gli adulti e i bambini lavoravano insieme o separatamente?
In termini generali i lavori legati al giardino vengono svolti a titolo volontario il sabato, al di fuori dell’orario scolastico, da un gruppo di insegnanti e genitori con i loro bambini. Diverse attività rientrano invece all’interno di percorsi didattici (ad esempio la conoscenza dell’ambiente stagno prevede anche la sua manutenzione e la gestione degli orti comporta lo svolgimento delle operazioni colturali) e sono portate avanti dalle classi. Alcune attività (che hanno richiesto il coinvolgimento di molte persone come la piantagione della siepe perimetrale) sono state l’occasione per organizzare vere e proprie feste a cui hanno preso parte oltre un centinaio di persone.
Serve una assicurazione particolare per far lavorare i bambini nell’orto scolastico?
I lavori svolti da bambini e insegnanti nell’ambito dell’orario scolastico non richiedo assicurazioni.
I bambini che hanno iniziato a coltivare qualcosa a scuola, lo hanno poi voluto fare anche a casa loro?
Le attività svolte nel giardino hanno sviluppato nei bambini e nelle loro famiglie un forte senso di appartenenza nei confronti della scuola e un notevole interesse per l’osservazione e la cura della natura; diverse famiglie hanno iniziato a prendere parte ad iniziative di carattere ambientale promosse dall’amministrazione e non escludo, ma non ne ho conferma, che siano state intraprese esperienze di orticoltura domestica.
Quale e’ stato l’ostacolo più difficile da superare per la realizzazione di questo progetto?
La fase più complessa del progetto è stata probabilmente quella iniziale dove è stato necessario definire i ruoli dei vari attori dell’iniziativa. Per la riuscita del progetto l’aspetto più importante è stato il profondo e convinto coinvolgimento di un gruppo di insegnanti che ha saputo motivare colleghi e genitori. In questo modo l’esperienza è riuscita a continuare nel tempo e ha avuto ricadute molto concrete nella proposta educativa delle scuole.
Complessivamente come valutate l’esperienza svolta?
Ripensando all’esperienza nel suo complesso, mi sembra che si sia sviluppata in maniera molto positiva; i punti di forza penso vadano ricercati in un impegno reale dei diversi attori dell’iniziativa (amministrazione, centri di educazione ambientale, scuola) il che ha permesso di passare dalla fase progettuale, che in molte esperienze di tipo partecipato tende a rimanere fine a se stessa, all’effettiva realizzazione delle proposte.

martedì 27 maggio 2008

Enti locali generosi

Se nella pubblica amministrazione il merito resta ancora un sogno, ci si accontenti almeno della «virtuosità». Grazie a questa parolina magica sarà distribuito a circa 550 mila dipendenti pubblici un aumento fino all’1,5 per cento del monte salari. Naturalmente oltre a quello del 4,85 per cento, uguale per tutti, stabilito dall’ultimo contratto nazionale e che costerà alle casse dello Stato 887 milioni di euro. Unica condizione per avere l’aumentino supplementare è che l’amministrazione di appartenenza sia considerata «virtuosa». E come si valuta questa virtù? Non sulla base di una particolare produttività del lavoro, né sull’efficienza degli uffici, e neppure sulla qualità dei servizi resi ai cittadini. Semplicemente, si può essere considerati «virtuosi» se si rispetta un determinato tetto di spesa per il personale in rapporto alle entrate o alle uscite. Punto e basta.
Va subito precisato che non si tratta di una cosa nuova. Il principio era stato già introdotto con il precedente contratto degli enti locali, stipulato quando c’era il precedente governo di Silvio Berlusconi. Soltanto che ora i soldi destinati a quel regalino sono aumentati ancora, raggiungendo la ragguardevole somma di 175 milioni di euro. E regalino, se è vero quello che hanno scritto i giudici della Corte dei conti, è proprio il termine esatto. Perché, hanno rilevato i magistrati contabili, «dalla relazione tecnica dell’Aran risulta che l’83,2% degli enti locali raggiunge la condizione di virtuosità, mentre il 100% delle Regioni e delle città metropolitane raggiungono per intero il cosiddetto parametro di virtuosità per esse stabilito. Come appare evidente, questo parametro appare facilmente raggiungibile dalla quasi totalità degli enti».
Non che questo possa essere considerato stupefacente, in un Paese nel quale gli incentivi economici ai dipendenti pubblici vengono corrisposti prevalentemente sulla base di un criterio disarmante: la sola presenza sul luogo di lavoro. Ma il fatto che sia definito «virtuoso» l’ovvio rispetto di un tetto di spesa fissato per legge, e che il mancato rispetto di quel limite dia luogo non a una sanzione, ma soltanto a un mancato premio, dev’essere apparso tanto macroscopico al Tesoro da indurre il ragioniere generale dello Stato Mario Canzio a segnalare come «la condizione di virtuosità degli enti» fosse «ancorata a un unico e insufficiente parametro». Ma più di quello non ha potuto fare. Così al presidente della sezione della Corte dei conti che ha esaminato la faccenda, Rosario Elio Baldanza, non è rimasto, qualche settimana fa, che bocciare il contratto. Rilasciando una «certificazione non positiva». Con questa motivazione: «La corresponsione di rilevanti risorse aggiuntive, fino all’1,5% del monte salari, risulta correlata a parametri non indicativi di una effettiva virtuosità gestionale, in mancanza di una finalizzazione delle risorse stesse a miglioramenti di produttività individuale e dei servizi».
Ciliegina sulla torta: quando si è fatto il contratto, lo Stato non conosceva nemmeno il numero esatto dei dipendenti degli enti locali a cui si doveva pagare l’aumento. La Ragioneria generale aveva infatti una cifra, e l’Aran, l’agenzia governativa incaricata di negoziare materialmente il contratto con i sindacati (e al cui vertice paradosso vuole che siedano sindacalisti del calibro dell’ex segretario confederale della Uil Giancarlo Fontanelli, e personalità almeno molto vicine al sindacato come il direttore della pubblicazione della Cgil Quaderni di Rassegna sindacale, Domenico Carrieri), ne aveva una diversa. Tremila persone in più. Ma stai a guardare il capello?

Fonte: Sergio Rizzo - Il Corriere.it

lunedì 26 maggio 2008

Acqua minerale o del rubinetto?

La pubblicità incalza e invoglia, presentandoci l’acqua minerale sempre meno come una bevanda che serve ad accompagnare il cibo e sempre più come una fonte di salute e addirittura di bellezza. Non essendoci invece pressoché alcuna informazione sulla qualità dell’acqua che esce dal rubinetto di casa, si è naturalmente portati a pensare che questa non abbia nessuna delle proprietà vantate dalle acque in bottiglia e la si guarda con sospetto. La verità è che l'acqua minerale non è migliore dell'acqua potabile.
Spot e manifesti giocano su alcuni concetti chiave come la scarsa presenza di sodio o il residuo fisso molto basso. Ora, chi deve osservare una dieta povera di sodio, come gli ipertesi, non è certo dell’acqua che deve preoccuparsi, ma semmai dell’alimentazione: il sodio abbonda in molti cibi, e quello che si può assumere mangiando è senz’altro assai di più di quello che si ingerisce bevendo un’acqua ricca di sodio. In ogni caso l’acqua potabile fornita dalla maggior parte degli acquedotti ha livelli di sodio contenuti, perciò non c’è una grande differenza rispetto alle minerali. Tanto più che alcune marche che vantano di avere pochissimmo sodio, alla prova delle analisi ne hanno comunque poco ma più di quanto dicono.
Quanto al residuo fisso, che testimonia la quantità dei vari sali disciolti (sodio, potassio, magnesio, cloruri, solfati, bicarbonati), sulle etichette è riportato come valore a 180 °C perché, dopo aver fatto evaporare un litro d’acqua a quella temperatura, si può verificare quanti sali sono rimasti. L’ideale per il consumo quotidiano è un’acqua oligominerale, con un residuo fisso inferiore ai 500 mg/l.
Nelle inchieste condotte da Altroconsumo sull'acqua potabile distribuita dall'acquedotto, nessun campione prelevato dal rubinetto superava i 700 mg/l: l'acqua offerta dall'acquedotto, quindi, è quasi sempre comparabile all'oligominerale.
Il concetto resta sempre lo stesso: la qualità dell’acqua potabile italiana è buona, non ci sono motivi fondati per ritenere l'acqua minerale più salutare. Ciò non significa che l'acqua in bottiglia non sia di buona qualità. Sopravvalutare la minerale però è poco ragionevole, tanto quanto diffidare dell'acqua dell'acquedotto, rigidamente e regolarmente controllata sotto il profilo igienico. Bere una o l'altra è una scelta soprattutto di gusto, legata al sapore ed eventualmente alla voglia di bollicine. Nessuna virtù particolare dunque e nessun rischio in gioco: bere dalla bottiglia o dal rubinetto fa una notevole differenza solo per il portafoglio.
Tra l’altro, a ben guardare, i soldi spesi per la minerale servono non tanto a pagare la materia prima, ma tutte le altre voci che gravitano attorno al business dell'acqua: pubblicità, trasporto, imballaggio.

venerdì 23 maggio 2008

Il nuovo per Confindustria è il vecchio nel mondo

Nella relazione che accompagna il programma di lavoro della prossima Presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, viene rimarcata la «necessità di collegare la crescita ai problemi energetici e ambientali». Un’apertura importante da parte del mondo delle imprese verso la sostenibilità. Ma l’anima conservatrice confindustriale emerge, con grande forza, nell’editoriale che scrive il direttore Maurizio Beretta in prima pagina sul Sole24Ore. Per la crescita, che viene indicata come obiettivo strategico per l’Italia, (e in questo non in dissonanza naturalmente con la neo Presidente) è altrettanto strategico dare priorità alle grandi opere infrastrutturali.
Beretta scrive infatti che questa è una «leva essenziale per rilanciare l’insufficiente crescita economica», uno strumento necessario «per non vanificare gli investimenti in maggiore competitività delle imprese» per il fatto che «merci e materie prime restano ferme per ore su vie di comunicazione sature e congestionate», «un buon affare per i contribuenti e i cittadini», «una scelta senza alternative se vogliamo evitare il rischio del declino», «un valore anche simbolico».
Naturalmente non dimentica di sottolineare che «analisi puntuali sono necessarie anche per scegliere le priorità d’investimento» e che «gli investimenti devono riguardare anche quei gangli vitali che sono le città». Forte del fatto che questo schema «sembra oggi condiviso da tutte le forze politiche rappresentate nel nuovo parlamento», l’appello di Beretta è quindi: avanti tutta col cemento. Senza perdere tempo a valutare costi e benefici dei progetti che riguardano almeno le infrastrutture già in campo, come invece richiamava Roberto Perotti dell’Università Bocconi qualche giorno fa (sempre sul Sole24 ore); e soprattutto senza permettere che la spinta propulsiva verso le grandi opere “modernizzatici” venga intaccata da qualche scrupolo riguardo a quanto dovrà essere richiesto agli italiani per renderla possibile.
«Alla tipica famiglia di quattro persone vengono richiesti 4mila euro per l’Alta velocità» scriveva Perotti e l’abbattimento dell’1% delle emissioni grazie alla Torino Lione verrebbe a costare 16miliardi da ripartire tra i contribuenti, a fronte di una «perdita in valore attuale netta per la società di 25 miliardi, includendo i risparmi di tempo di percorrenza, le minori emissioni, la diminuzione degli incidenti stradali» continua Perotti «secondo l’unico tentativo di analisi costi-benefici seria della Torino Lione, di Remi Proud’Homme su la voce.info». Senza scomodare i problemi ambientali, sono quelli economici che mostrano quanto l’appello del direttore di Confindustria sappia di stantio.
Quanto richiami alla luce i vetusti modelli degli anni 50, l’epoca della (necessaria) ricostruzione del dopoguerra; del boom economico foriero di una nuova fiducia nel futuro, dopo il dramma del conflitto mondiale. Ma quanto siano invece assai poco innovativi e capaci di futuro nel mondo attuale, che ha un estremo bisogno di liberarsi di un modello economico assai datato, assecondato dagli aiuti di Stato (che adesso interverranno anche per mantenere in vita con accanimento terapeutico la compagnia aerea di bandiera, a proposito della politica dei segni), per lasciare spazio ad una economia basata sull’innovazione tecnologica, sul minore utilizzo di materie prime (compreso il suolo), sull’innovazione dei processi, sullo sviluppo di energie alternative, sull’erogazione dei servizi anziché sul consumo, sulla conservazione e la crescita (quella sì moderna) del capitale naturale anziché sul suo consumo.
Un’economia che senza dubbio ha bisogno anche di una rete inftrastrutturale efficiente, di trasporti su ferro per le merci e le persone. Ma sarebbe bene, nel confronto che Beretta fa con gli altri paesi europei sull’estensione delle ferrovie, non limitarsi solo all’alta velocità, quando abbiamo un paese che ha ancora intere linee ferroviarie a binario unico, collegamenti ottocenteschi tra le due sponde, quando si rarefanno, anziché intensificarsi, i collegamenti via mare, pur avendo l’Italia oltre 8000 chilometri di coste.
E’ facile allora evocare anche il valore simbolico di certe opere, quali il ponte sullo stretto di Messina, su cui si riscaldano già gli appetiti (e non solo degli imprenditori di Confindustria), quando i benefici ricadono solo da una parte (quella delle imprese) e i costi (tanto per non cambiare) solo sulla collettività.

mercoledì 21 maggio 2008

Detersivi alla spina, in condominio

L’uso di distributori alla spina per i detersivi si sta ampliando, arrivando fino negli spazi comuni dei condomini o nelle lavanderie di ospedali, scuole o grandi alberghi. A Fa’ la cosa giusta si è avuto modo di vedere da vicino il DDH proposto dalla Chimital.
Un DDH (Detergent Dosing Hub) è un macchinario che permette di diluire e dosare i detergenti. Permette il riuso dei flaconi in plastica e permette di risparmiare sia sul prezzo dei prodotti che sulla produzione di rifiuti. Il macchinario va collegato ad una presa di acqua e di corrente e può essere azionato sia liberamente (quando a utilizzarlo è il personale di una sola struttura), sia con un sistema di contabilità (per addebitarne l’uso a diversi utenti come potrebbero essere i condomini).
Ogni distributore contiene cinque diversi prodotti, scelti tra i detergenti per i piatti, per il bucato, per pavimenti e per le superfici. Si può scegliere la fornitura tra varie marche di ogni prodotto, tutte certificate ecolabel. Il macchinario può anche essere montato in un camioncino, per essere usato da ditte di pulizia che lavorano in località diverse.
In futuro pensano di collegare questi distributori a dei sensori di livello per il telerilevamento, in modo da inviare in automatico la richiesta di ricarica quando la quantità di un certo prodotto scende sotto la soglia di attenzione.

martedì 20 maggio 2008

Tutto libero, ma non troppo

Sarà anche vero che la sinistra non ha capito la gente, che è lontana dalla realtà, come negarlo. Ma anche i grandi giornali non scherzano.
Per esempio: dopo gli acuti strali lanciati dalla grande stampa contro la pubblicazione in rete dei redditi 2005 degli italiani, pare che i lettori non siano così scandalizzati. Populismo di sinistra, tuonano gli editoriali. E anche: gogna! E pure: violazione della privacy!
Tutti più o meno d’accordo nel dire che quei dati non dovevano esser messi in rete (salvo naturalmente pubblicarne a dozzine e centinaia). Ma poi, guarda tu come va il mondo, gli stessi giornali chiedono ai loro lettori: è giusto pubblicarli in rete? Risultati: l’84 per cento dei lettori di Repubblica dice sì. Il 54 e passa per cento dei lettori del Corriere dice sì. E’ abbastanza per sostenere che hanno perso il contatto coi loro lettori?
La faccenda è piuttosto strabiliante. Ma non la faccenda dei redditi, che alla fine è una cosuccia veniale che spiega poco e nulla sul Paese. Ciò che strabilia è che ci siano costantemente informazioni in libertà vigilata.
Beppe Grillo riempie una piazza, un blog, arringa e infiamma centinaia di migliaia di persone. E’ un fatto pubblico. Ma se una trasmissione tivù riprende le sue parole (diritto di cronaca) apriti cielo: era una faccenda pubblica, ma perché renderla “troppo” pubblica?
I redditi degli italiani sono pubblici, ce lo ripetono come un mantra proprio quelli contrari alla pubblicazione, ma così, dicono, sono “troppo” pubblici. Maledizione, eccoci al cospetto di una parola elastica, per cui una cosa è teoricamente nota a tutti, ma se lo diventa davvero scattano infiniti problemi, dalla privacy all’opportunità, dall’istigazione all’invidia sociale, fino all’istigazione al sequestro di persona, come se la mafia avesse bisogno dei redditi pubblicati su internet.
Alla fine, resta la sensazione di vivere in un posto in cui c’è una specie di libertà vigilata. Tutto libero, ma non troppo, tutto pubblico, ma non troppo. Tutto trasparente, ma non troppo. Tutto un po’ stupido. Un po’ troppo.

Alessandro Robecchi

lunedì 19 maggio 2008

Plastica riciclata al posto del cemento

Mentre in Italia si pensa a stornare i soldi destinati alla ricerca per tenere a galla Alitalia, in piccoli (e grandi) paesi dell’UE si va in tutt’altra direzione. Il riciclaggio esiste da molto tempo, ma è stato appena negli anni Settanta del secolo scorso che sono comparsi i centri di raccolta e riciclaggio e soltanto alla fine degli anni Ottanta è iniziata la raccolta porta a porta.
Un gruppo proveniente da aziende ed istituti di Spagna (Hormigones Uniland) , Lettonia (Partneris L.V., University Of Latvia/Institute Of Polymer Mechanics) e Lituania (Virginijus Ir Ko, J.S.C., Institute Of Thermal Insulation Of Vilnius Gediminas Technical University) è pronto a lanciare una soluzione ecologica per la gestione dei rifiuti plastici destinata al mercato europeo il “Quality Building Materials From Polymer Waste”. Si tratta di Sandplast, un programma finanziato dall’Europe-wide Network for Industrial R&D, (Eureka), che ha sviluppato una tecnologia per la produzione di materiali da costruzione in calcestruzzo che utilizza polimeri presi dai rifiuti e filler inerti.
Si tratta di un sistema per riutilizzare quel 25% di materiali come bottiglie di plastica, contenitori e vasetti dello yogurt, che sono inadatti al riciclaggio perché contengono miscele di diversi tipi di polimeri; non sono redditizi dal punto di vista economico; sono troppo sporchi. I ricercatori lettoni e la Hormigones Uniland, un´industria del cemento spagnola, hanno trovato una soluzione: sono riusciti a trasformare i polimeri termoplastici dei rifiuti in una sostanza legante che può essere miscelata con altri materiali, come la sabbia, per formare mattoni polimerici simili al calcestruzzo ma privi di questo materiale.
«I mattoni polimerici hanno l´aspetto di normali mattoni fatti di calcestruzzo – spiega al bollettino di informazione scientifica dell’UE Cordis Juris Balodis, project manager al Centro tecnologico lettone - Tuttavia, il materiale polimerico assorbe meno acqua, quindi è ottimo per resistere alle variazioni della temperatura come ad esempio il gelo». Un prodotto molto interessante, che potrebbe essere utilizzato per una serie di applicazioni, compresi gli arredi urbani e i cordoli dei marciapiedi. La produzione è per ora ancora lenta, tre mattoni al minuto, ma si pensa di arrivare presto a 30 - 60 mattoni al minuto. I mattoni innovativi saranno meno costosi rispetto ai mattoni tradizionali ed avranno una buona ricaduta sull´ambiente, trasformando i polimeri inutilizzabili presenti nei rifiuti in materiale economicamente vantaggioso.
La tecnologia è già stata applicata in Lettonia per produrre mattoni polimerici per pavimentazioni e in Lituania per una forma di calcestruzzo molto leggero. Secondo le aziende e le università che stanno lavorando al progetto «i principali clienti sarebbero le aziende che si occupano di smaltimento dei rifiuti e aziende che producono grandi quantità di rifiuti contenenti polimeri».
Al progetto la Lettonia contribuisce al 47%, la Lituania per il 20% e la Spagna per il 33% ed i tre Paesi sono convinti del potenziale commerciale della tecnica che ha contribuito a sviluppare nel progetto, tanto che il ricercatore Valdis Leitlands ha poi lanciato Partneris L.V., un´azienda spin-off per sviluppare nuovi prodotti per l´edilizia a partire dai polimeri presenti nei rifiuti, e insieme a Hormigones Uniland, che produce due milioni di metri cubi di calcestruzzo miscelato all’anno, ed a partner lituani, sta attuando i test dei prodotti sviluppati e identificando i mercati. «Visto che la Lettonia è un Paese piccolo – spiega Balodis - è importante per noi esplorare mercati all´estero. Il partner spagnolo conosce bene i mercati».

venerdì 16 maggio 2008

Acqua di rubinetto: agli italiani non va giù

Crisi o non crisi economica, per l’italiano consumatore, l’acqua minerale, naturale o gassata che sia, purché non di rubinetto, non si tocca. I dati raccolti dall’ultimo rapporto di Legambiente “Un Paese in bottiglia” parlano chiaro: “Il nostro, è il Paese in cui si ha il maggior consumo di acqua in bottiglia nel mondo, con 194 litri pro capite solo nel 2006 (oltre mezzo litro a testa al giorno) - si legge nel dossier- Un dato in costante aumento che si è triplicato in poco più di 20 anni (nel 1985 erano appena 65 litri) e con esso anche il volume di affari per i produttori di acqua minerale è aumentato e di molto.
Ma perché agli italiani non piace proprio l’acqua di rubinetto? Secondo Legambiente oltre ad una questione di gusto e sapore dell’acqua, viviamo una pressione continua dovuta ad una martellante campagna pubblicitaria (dai dati di Altreconomia risulta che in Italia nel 2005 le aziende hanno investito in pubblicità circa 124 milioni di euro, una cifra 4 volte maggiore rispetto al 1990, quando i consumi pro capite erano poco più della metà di quelli attuali): “e sostanzialmente alla sfiducia nei confronti dell’acqua distribuita attraverso gli acquedotti piuttosto che al miglioramento delle condizioni di vita e ad una crescente ricerca di beni salutari, come invece sostenuto dalle industrie del settore”.
L’altra faccia della medaglia è che le industrie delle acque minerali godono di ottima salute: secondo Beverfood nel nostro Paese nel 2006 erano attive 189 fonti e 304 marche di acque minerali in grado di generare un volume di affari di 2,2 miliardi di euro, grazie all’imbottigliamento di 12 miliardi di litri di acqua, a fronte - come sottolinea il dossier - di investimenti molto bassi. Ad oggi sono solo 8 le Regioni in cui è previsto un pagamento proporzionale agli ettari in concessione e ai litri prelevati o imbottigliati: Basilicata, Campania, Lazio, Lombardia, Marche, Piemonte, Umbria e Veneto.
Anche se per lo più si tratta di cifre molto basse, come i 5 centesimi ogni mille litri in Campania o i 30 centesimi della Basilicata. Nel Lazio si pagano invece 2 euro e la cifra varia se si utilizza il vetro per le bottiglie o se si attua il servizio di vuoto a rendere. Ad oggi il canone più alto per volume imbottigliato si paga in Veneto, con 3 euro ogni mille litri. Da non dimenticare, infine, che le acque in bottiglia hanno un impatto devastante sull’ambiente, considerando che secondo i dati di Mineracqua per produrre le bottiglie di plastica per le acque minerali sono state utilizzate 350mila tonnellate di PET, si può stimare un consumo di 665mila tonnellate di petrolio e un’emissione di gas serra complessiva di circa 910mila tonnellate di CO2 equivalente e che solo il 18% delle bottiglie di acqua minerale viaggia su ferrovia.
Il punto è che solo il 2% degli italiani beve acqua di rubinetto. Va bene il marketing e la capacità di vendere, ma forse un consumo così eccessivo di acqua minerale in bottiglia vuol significare che proprio gli italiani non hanno fiducia in quella che sgorga dal rubinetto e che dunque il vuoto lasciato dalla mancanza di fiducia tra istituzioni e cittadini è enorme. Come fare a riconquistare la fiducia nel rubinetto di acqua potabile?

Vero - Falso dell’acqua del rubinetto

L’acqua ha sapore di cloro
Vero. Ma per far sfumare il cloro si lascia decantare l’acqua in una brocca di vetro
Le acque di rubinetto sono troppo ricche di minerali e poco adatte per quelle diete povere di elementi nutritivi come sodio, magnesio o potassio
Falso. Come ricorda l’Inran (Ente pubblico di ricerca su alimenti e nutrizione) «Non è vero che occorra preferire le acque oligominerali rispetto alle acque maggiormente mineralizzate per mantenere la linea o “curare la cellulite”. I sali contenuti nell’acqua favoriscono l’eliminazione di quelli contenuti in eccesso nell’organismo. Nei bambini, in particolare, sarebbe bene non utilizzare le acque oligominerali in modo esclusivo, ma bisognerebbe alternarle con quelle più ricche di minerali, in quanto una diuresi eccessiva può impoverire di sali minerali un organismo in crescita.»
L’eccessivo calcare contenuto nelle acque di rubinetto favorisce i calcoli renali
Falso. Come spiega la guida dell’Inran: le persone predisposte a formare calcoli renali devono bere abbondantemente e ripetutamente nel corso della giornata, senza temere che il calcio contenuto nell’acqua possa favorire la formazione dei calcoli stessi: anzi, è stato dimostrato che anche le acque minerali ricche di calcio possono costituire al riguardo un fattore protettivo e la capacità dell’intestino umano di assorbire il calcio contenuto nelle acque (spesso presente in quantità consistente) è considerata addirittura simile a quella relativa al calcio contenuto nel latte.

giovedì 15 maggio 2008

Cielo grigio su, erba verde giù

I polmoni verdi delle città italiane godono di ottima salute e si stanno gradualmente espandendo. Ma la qualità dell’aria in cui sono immersi non è altrettanto buona, nonostante le emissioni da traffico siano in calo.
Queste le principali conclusioni del IV Rapporto APAT sulla qualità dell’ambiente, che ha dedicato uno specifico focus proprio alla natura e alla biodiversità in città. Il verde pubblico cresce in tutte le 24 città italiane sopra i 150.000 abitanti monitorate tra il 2000 e il 2006: Napoli ottiene i risultati migliori e cresce del 19,5 per cento, seguita da Cagliari, con l’otto per cento, e Torino, col 5,6 per cento. Passando ai valori assoluti, il record spetta a Cagliari, con il 53 per cento della superficie coperta di verde. Taranto, Foggia, Messina, Bari e Reggio Calabria sono invece i fanalini di coda.
In media, continua a crescere anche il numero dei veicoli, soprattutto al Sud, dove fa eccezione soltanto Napoli, con una diminuzione del sei per cento. Una nota di merito va anche a Milano, che ha registrato un calo del nove per cento. Roma, nonostante scenda del 4,5 per cento, si aggiudica il primato assoluto con 699 veicoli ogni 1.000 abitanti. Le auto “Euro 4” aumentano in ogni città, superando la soglia del 10 per cento, ma i dati sulle emissioni di PM10 dimostrano che il trasporto su strada è il principale fattore di inquinamento in 19 delle 24 città considerate. In 11 città il suo contributo supera il 50 per cento del totale ed a Roma, Torino e Messina è superiore al 60 per cento.
Anche la metà o più delle emissioni degli ossidi di azoto, precursori di quella parte di PM10 che si forma in atmosfera, in 18 città sono dovute al traffico, con eccezioni a Venezia e Taranto, dove l’industria fa la parte del leone. Stesso discorso per monossido di carbonio e benzene, mentre gli ossidi di zolfo arrivano soprattutto dall’industria. Nonostante tutto, le emissioni totali di PM10 diminuiscono in tutte le città rispetto al 2000. Cosa che non è successa per quanto riguarda i rifiuti. Nelle grandi città, tra 2002 e 2006 la produzione è infatti cresciuta del 5,1 per cento, mente nel resto del paese dell’8,9 per cento. Padova è campionessa di raccolta differenziata: nel 2006 ha raggiunto il 39 per cento, seguita da Torino col 36,7, Brescia col 35,8 e Prato col 35. Restano sotto il 10 per cento città come Cagliari, Napoli, Catania e Messina.
I cittadini italiani se la cavano meglio con gli sprechi di acqua. Il consumo per uso domestico è infatti sceso dai 75,3 metri cubi pro capite del 2000 ai 69,4 del 2006. Le città più “sciupone” sono Torino con 88,8 metri cubi per abitante, Brescia con 84,4, e Roma con 83,4, mentre le più virtuose sono Livorno, Foggia e Prato, rispettivamente con circa 47,49 e 50 metri cubi per abitante.
Scarsi gli sforzi per diminuire i rumori. La classificazione acustica prevista dalla legge per adesso viene effettuata solo in 14 città, sei città hanno approvato il piano di risanamento e solo cinque hanno predisposto una relazione biennale sullo stato acustico.

mercoledì 14 maggio 2008

Bollette elettroniche, l'occasione sfugge

In Italia, come del resto in quasi tutti i paesi europei, oltre il 90% delle bollette viaggia per posta. 600 milioni di bollette, cui vanno aggiunte un paio di centinaia di milioni di comunicazioni bancarie. I grandi fatturatori - telco e utility - risparmierebbero circa 100 milioni di euro l'anno se un cliente su cinque si convertisse al digitale.
PayItGreen (un'associazione di banche che promuove l'uso di strumenti elettronici di pagamento) ha stimato il beneficio per l'ambiente nell'ipotesi che negli USA una famiglia su cinque passi a bollette e pagamenti elettronici: non si risolverebbe certo il problema del global warming, ma l'impatto sarebbe interessante - equivalente a salvare 2 milioni di alberi, o ridurre di 2 milioni di tonnellate le immissioni di gas serra.
Ricevere bollette elettroniche presenta diversi vantaggi anche per i clienti - non ultimo, ridurre il rischio di furto d'identità che spesso deriva dal furto di documenti cartacei "offline". In ogni caso, chi passa alla bollettazione elettronica è generalmente soddisfatto e non chiede di tornare indietro.
Come mai qualcosa che piace a tutti - clienti, banche, utility/telco - non riesce a decollare? A causa del "come" il servizio viene offerto.
Quasi sempre, una nota sulla bolletta o un link sul sito invita il cliente a richiedere l'invio della bolletta elettronica. Quasi sempre il messaggio viene visto solo da una piccola percentuale dei clienti. Quasi sempre solo pochissimi clienti rispondono all'invito - dal 4 all'8% dopo 2-3 anni. Quasi sempre, a quel punto, l'utility/telco ha perso ogni interesse in una iniziativa che non fa risparmiare e che - evidentemente - non piace.
Alcuni operatori USA hanno provato un approccio diverso. Invece di aspettare che il cliente chieda l'invio della bolletta elettronica, di propria iniziativa inviano per mail la bolletta al cliente e nel contempo continuano a spedirgliela per posta.
La bolletta elettronica non è semplicemente la versione PDF della bolletta cartacea, ma qualcosa di più utile e attrattivo. È accompagnata da grafici che permettono al cliente di capire come sta spendendo i suoi soldi. O da un bottone che permette di pagarla on line. Ed è sempre possibile scaricarsi una vecchia bolletta qualora non la si trovi più.
È facile monitorare automaticamente quali clienti la mail non la aprono neanche, e quali invece sembrano apprezzare il nuovo servizio. Questi ultimi, dopo 3-4 bollette elettroniche, ricevono una comunicazione nella quale si dice che la prossima sarà l'ultima bolletta inviata anche per posta. Se lo desidera, il cliente può chiedere - con un click - di continuare a ricevere bollette cartacce. Pochissimi lo fanno, meno del 10%.
Perché funziona? Perché questi operatori hanno capito che il cliente non ha nulla contro le bollette elettroniche ma - comprensibilmente - dà pochissima priorità alla cosa. In pratica, non avrà mai cinque minuti per riempire il formulario che serve per richiedere l'invio delle bollette elettroniche.
La maggior parte delle telco/utility ritiene invece che i clienti siano sentimentalmente attaccati alla bolletta cartacea e che senza un loro assenso esplicito si rischi di scontentarli. Paradossalmente, questo convincimento deriva proprio dallo scarso successo dell'approccio tradizionale.
Tutto apposto allora? Non ancora. Utility e telco in genere hanno solamente le mail di una piccola quota dei propri clienti e raccogliere le altre può essere dispendioso.
Per il cliente non è particolarmente interessante ricevere per mail la bolletta dell'ADSL e, ad esempio, continuare a ricevere per posta le bollette di elettricità, gas, TV via satellite, autostrada, telefono e cellulare, oltre agli estratti conto della banca e della carta di credito.
C'è anche un problema di "stoccaggio a lungo termine". Che succede se, per un motivo qualsiasi, devo tirare fuori tutte le bollette di 24 mesi fa? Andarle a recuperare sul sito di ciascun provider non è molto pratico.
Ci vuole qualcuno che consolidi il processo, eviti la necessità di raccogliere più volte la mail del cliente, garantisca la privacy e fornisca un servizio sicuro di archivio digitale dei documenti.
Questo ruolo potrebbe essere giocato dalle banche (che sono interessate allo sviluppo dei pagamenti elettronici) piuttosto che dalle Poste che sono coinvolte nella fase di stampa (per la quota di bollette stampate con posta ibrida), consegna e pagamento (per la quota pagata con bollettini postali o via BancoPosta) delle bollette.

martedì 13 maggio 2008

Gli Ogm non servono contro la fame

La Coldiretti ha preparato il Forum internazionale “Domani Energia” organizzato insieme allo Studio Ambrosetti il 17 aprile a Venezia. «La crisi energetica – spiega la più grande associazione agricola italiana - insieme alla insufficiente disponibilità alimentare è una delle maggiori cause dell´aumento dei prezzi a livello globale, con tensioni sociali ed inflazione che minacciano le opportunità di sviluppo dell´economia.
Un effetto della crescita nella domanda di cibo ed energia da parte dei Paesi emergenti, del cambiamento climatico e anche della destinazione a scopi energetici dei prodotti agricoli. Su come conciliare lo sviluppo di fonti energetiche alternative al petrolio rispettose dell´ambiente con l´obiettivo di garantire una adeguata alimentazione, si sono confrontati al Forum scienziati, economisti ed esperti di fama mondiale. Al Forum sono stati resi noti i risultati di un sondaggio su “quale sarà l´energia del futuro” e stilata la classifica, con esposizione, dei “cibi che sprecano energia ed inquinano” per favorire comportamenti di consumo più sostenibili.
Ma le rivolte del pane dei Paesi poveri hanno profonde radici nell’agricoltura dei Paesi ricchi, cosa della quale è consapevole anche Coldiretti che rende noti i risultati di un’analisi svolta in occasione della divulgazione dei dati Istat sull´inflazione nel mese di marzo e sottolinea che: «Aumentano i prezzi di tutte le materie prime agricole come grano, soia, orzo, mais e soprattutto il riso che è stato quotato quasi il 50% in più rispetto ai valori di inizio anno alla chiusura del Chicago Board of Trade che rappresenta il punto di riferimento del commercio internazionale delle materie prime agricole».
Per l’Italia questo si traduce in un aumento tendenziale degli alimentari del 5,5% con punte del 16,8% per la pasta e del 13% per il pane. Secondo Coldiretti «le speculazioni che si sono spostate sul mercato delle materie prime agricole sono una delle cause dell´andamento delle quotazioni che sono comunque sostenute dalla domanda di nuovi paesi emergenti come Cina e India, dalle informazioni sull´andamento climatico e sull´aumento e dalla scarsità delle scorte che per il riso quest´anno secondo il Dipartimento statunitense dell´agricoltura non dovrebbero superare i 72 milioni di tonnellate, il livello più basso negli ultimi 25 anni».
La scarsa disponibilità di materie prime agricole produrrà probabilmente nel 2008 un aumento del raccolto dei cereali a livello mondiale, la Fao prevede un record di 2,2 miliardi di tonnellate, con un più 3% a livello planetario ed il 13% in più nell’Unione Europea. Secondo la Coldiretti, «In Italia si registra una crescita nei terreni coltivati a grano duro e tenero del 17% con quasi 2,5 milioni di ettari di terreno sono stati seminati. Siamo di fronte ad un cambiamento delle gerarchie all´interno dell´economia e un ruolo nuovo e centrale da svolgere per l´agricoltura nei prossimi anni sia nella fornitura di beni alimentari che come opportunità per lo sviluppo di alternative energetiche. Uno scenario che deve significare una nuova attenzione per sostenere la crescita del settore a livello nazionale, comunitario ed internazionale».
Ma gli agricoltori italiani non credono, che gli Ogm siano la soluzione della crisi alimentare, della riduzione mondiale nelle scorte di cereali o per mitigare l´aumento dei prezzi come in molti vorrebbero far credere anche in Italia. «Il forte aumento delle coltivazioni Ogm nel mondo sotto le pressioni delle multinazionali non solo non ha risolto il problema della fame, ma ha anche aggravato la dipendenza economica dall´estero di molti Paesi in via di Sviluppo – si legge in una nota dell’associazione - Nel mondo ci sono 854 milioni di persone che soffrono la fame, un numero che non è mai calato dal 1990-1992 mentre nello stesso periodo si è avuto un forte incremento delle superfici coltivate con organismi geneticamente modificati (Ogm) che hanno raggiunto i 114 milioni di ettari. L´esperienza ha dimostrato che i Paesi più poveri che decidono di aprire le proprie frontiere agli Ogm corrono il rischio di divenire dipendenti delle grandi multinazionali che detengono sia la centralità della produzione che della distribuzione con una sorta di nuovo colonialismo che vedrebbe gli agricoltori costretti ad acquistare ogni anno le sementi a prezzi alti e con raccolti dagli esiti incerti.
La diffusione di queste coltivazioni Ogm nei paesi poveri - conclude la Coldiretti - si concentra peraltro sopratutto su produzioni destinate all´esportazione che non riforniscono il mercato interno dove lasciano una situazione aggravata dalla perdita di varietà locali e in generale della biodiversità».

venerdì 9 maggio 2008

Risparmio alla spina

"Ridurre imballaggi e risparmiare energia utilizzando i detersivi alla spina non solo è possibile, ma doveroso". Con queste parole, Filiberto Zaratti, Assessore della Regione Lazio all'Ambiente ha aperto la cerimonia di inaugurazione del primo distributore di detersivi alla spina del Lazio all'ipermercato Panorama di via Tiburtina a Roma.
“Con questa iniziativa iniziamo un percorso virtuoso, per utilizzare meno energia, meno acqua e meno risorse ambientali” ha poi continuato. Ad esempio per realizzare un contenitore per detersivi del peso di 75 grammi si utilizzano 239 litri d'acqua, 1,46 kWh d'energia e si emettono ben 133,9 grammi di anidride carbonica.
“Il sistema che attiviamo – ha aggiunto Zaratti - consente oggi ai cittadini di abbattere questi consumi riutilizzando il contenitore decine di volte, diminuendo, inoltre, in maniera drastica il volume dei rifiuti direttamente alla fonte”.
Il distributore è il primo di dieci che saranno posizionati in tutta la Regione, la quale ha favorito la creazione di tavoli di lavoro a cui sono stati invitati tutti gli attori potenzialmente interessati. Infatti la scelta dei prodotti che saranno distribuiti dalle diverse catene della grande distribuzione è frutto di accordi commerciali fra le aziende produttrici e distributrici che hanno aderito al progetto.
Ogni distributore di detersivi alla spina sarà dotato di un calcolatore dei risparmi ambientali, uno strumento di comunicazione che consentirà al cittadino di conoscere al momento stesso dell'acquisto il proprio apporto all'iniziativa. Nello stesso tempo potrà verificare l'andamento del progetto: i dati riportano il numero di flaconi ricaricati, la mancata emissione di CO2, i kWh di energia risparmiata e i metri cubi d'acqua non utilizzati.

Premio “Pietro Croce” per l'abolizione della sperimentazione animale

Nell’ottobre 2006 si spense Pietro Croce, tra i padri fondatori del movimento antivivisezionista. Autore del libro “Vivisezione o scienza” è diventato presidente onorario del Comitato Scientifico Equivita. A lui è dedicato l’omonimo premio, iniziativa dello stesso Equivita insieme ad Animalisti Italiani e al Movimento Ecologico Nazionale.
Il Premio, giunto alla sua seconda edizione, “vuole essere – spiegano i promotori - un incitamento per tutti, anche per quelli che non concorrono, ad agire, ciascuno nella misura in cui è capace, per promuovere e accelerare questo indispensabile rinnovamento culturale, onde evitare di essere conniventi (con il silenzio) di un “errore ed orrore metodologico”.
A concorrere al Premio saranno progetti di ricerca con l’obiettivo di raggiungere “l’abolizione della sperimentazione animale, o la promozione di metodi di ricerca scientificamente validi”. I progetti, che potranno riguardare la sfera scientifica, giuridico-politica, di comunicazione e didattica, dovranno essere inviati entro il 20 giugno 2008 all’indirizzo: Comitato Scientifico Equivita - Via Pietro Antonio Micheli, 62 00197 – Roma oppure all’indirizzo e-mail: equivita@equivita.it.
In palio un finanziamento di 4000 euro grazie al contributo del Movimento Ecologico e della Federazione dei Verdi Italiani. Prevista anche la possibilità di due vincitori “parimenti meritevoli”. In questo caso il premio sarà suddiviso tra due concorrenti.

giovedì 8 maggio 2008

Gli RFID riducono i rifiuti

I microchip in radiofrequenza RFID infilati nei cassonetti dei rifiuti conquistano anche l'Australia, dopo aver fatto il pieno nelle municipalità inglesi. Una delle teste di ponte della nuova tendenza è la città di Randwick, Nuovo Galles del Sud, dove il consiglio cittadino ha cominciato dal mese scorso a sostituire i 78mila cassonetti standard con quelli con radiofrequenza.
La città segue le mosse dell'attiguo governo locale di Ryde che già aveva provveduto a sostituire 90mila cassonetti nel 2006. Entrambe le istituzioni hanno stretto accordi con la società WSN Environmental Solutions, controllata dallo Stato, che si occupa della raccolta dei rifiuti e del peso dei cassonetti durante l'operazione.
Grazie al chip di controllo integrato, il peso dei cestoni di spazzatura viene registrato e identificato a partire dall'ID specifico della zona di pertinenza, infine archiviato all'interno dei furgoni preposti alla raccolta che trasporteranno poi i dati alla sede centrale.
Al contrario della già citata soluzione inglese, però, le informazioni non serviranno per identificare e discriminare tra cittadini virtuosi e irresponsabili, bensì per avere un'idea precisa sulle diverse percentuali di riciclaggio da zona a zona. "I dati sul peso dei cassonetti aiuterà a identificare i pesi medi secondo il tipo e il sobborgo. Queste informazioni saranno inoltre usate per creare materiale educativo sui rifiuti" ha dichiarato la portavoce del consiglio cittadino Alexandra Power.
Senza considerare la possibilità di ripristinare la posizione originaria dei cassonetti andati "perduti", sostiene la portavoce. Insomma i chip di radiocontrollo servono a tutto tranne che a spiare le abitudini di riciclaggio dei cittadini, come qualcuno ha prospettato: "Le informazioni raccolte saranno accessibili solo dalla società appaltatrice, WSN Environmental Solutions, e dal consiglio - continua Power - Entrambe le parti sono legate dalla policy sulla privacy del consiglio e le informazioni non saranno usate per nessun altro scopo che non sia quello indicato".
Secondo quanto comunicato dal portavoce della città di Ryde Lee Kirkland, il sistema si è già rivelato utile in quella zona per incrementare le percentuali di riciclaggio dei rifiuti fino al 48%.

mercoledì 7 maggio 2008

La bolletta che non c’è

Guardiamoci intorno, ma per una volta cercando di essere davvero consapevoli di ciò che ci passa sotto gli occhi. Libri, carta regalo, notes, giornali, tovagliolini, scatole, carta igienica o per la cucina, calendari, agende, fazzoletti e così via: montagne di carta invadono la nostra casa. E' quindi molto importante sia sceglierla ecologica (riciclata o ottenuta da coltivazioni certificate) sia smaltirla correttamente per poterla riutilizzare come materia prima “seconda”, salvando la vita a tanti alberi. Ma c’è una domanda “a monte” di questi nostri comportamenti potenzialmente più o meno ecologici: quanta di questa carta effettivamente ci serve?
Basta focalizzarsi sulla cassetta della posta. Giorno dopo giorno, viene intasata da decine di fogli di ogni tipo, e la pubblicità – in genere non richiesta – ne è la quota più significativa. Si va dai semplici foglietti della pizza a domicilio ai patinatissimi libretti di negozi di mobili, passando per gli ingombranti fogliettoni con le offerte dei supermercati. Provate a conservare tutte queste cartacce per una settimana e poi pesatele... Su questo fronte possiamo farci poco, al massimo mettere fuori dal portone una cassetta condominiale da cui attingere se interessati.
Ma lo stesso non vale per il resto della posta, per lo più bollette ed estratti conto bancari. È qui che possiamo davvero fare qualcosa e dare un taglio agli sprechi. Luce, gas, telefono, banca, carte di credito eccetera: tutte comunicazioni importanti, anche perché incidono direttamente sulle nostre finanze. Comunicazioni che vanno non solo controllate ma anche conservate per qualche anno, dal momento che fanno fede per eventuali contestazioni. Ma è davvero necessario avere ogni mese o bimestre tra le mani quattro o cinque fogli (di cui solo uno con informazioni utili) per ogni utenza? Fasci di carta che riempiono cassetti e faldoni fino al giorno in cui, presi dalla disperazione, buttiamo tutto.
Per fortuna c’è una via d’uscita: il conto elettronico. Magari non è indicato per il pensionato o gli irriducibili nemici del computer. Ma per tutti gli altri, e stiamo parlando di milioni di persone, rinunciare agli estratti conto cartacei è oggi una possibilità a portata di mouse. Sono infatti sempre di più le aziende che offrono la scelta tra conto cartaceo ed elettronico, anche incentivando l’uso di quest’ultimo con concorsi ed agevolazioni. I vantaggi sono innumerevoli: tanta carta risparmiata, tanti trasporti inquinanti evitati, le spese di spedizione – che paghiamo noi – cancellate, fine degli archivi polverosi. Svantaggi? Nessuno. Una mail avvisa che l’estratto conto è disponibile on line, in una pagina cui possiamo accedere con una password e dove rimane archiviato; possiamo consultarlo o eventualmente stamparlo (magari solo per la parte che ci interessa); il pagamento si può effettuare sempre via internet, o alle ricevitorie e ai bancomat abilitati.
Una recente ricerca del CNR ha quantificato in 12.000 ettari il risparmio (per difetto) di foresta che si avrebbe sostituendo negli uffici un documento su cinque con un equivalente digitale: ovvero sei milioni di alberi salvati e 900.000tonnellate di emissioni di CO2 evitate.

martedì 6 maggio 2008

Inquinamento farmacologico

Solo di antibiotici, in Europa, si consumano più di 10.000 tonnellate ogni anno, equamente spartite tra umani (52 per cento) e animali (48 per cento).
I fiumi e i laghi europei sono ricchi di principi farmacologicamente attivi: tutte le varietà degli antibiotici, con in testa le penicilline, ma non mancano i cardiovascolari – che del resto sono i farmaci più prescritti –, gli anticolesterolici, i farmaci per il sistema nervoso. Nelle acque del nord Europa abbondano gli antidepressivi ed i sedativi, al sud gli antibiotici. Ma nelle acque potabili di Milano è possibile rintracciare buone concentrazioni di Diazepam, diffuso ansiolitico. Mentre nel Po l’Ibuprofene, noto antinfiammatorio analgesico, presenta concentrazioni significative.
Da dove vengono queste sostanze e perché le ritroviamo ancora pressoché intatte nelle acque? Un ampio lavoro del Mario Negri di Milano chiarisce che il problema non è tanto quello dei farmaci scaduti o residui, che vengono malamente smaltiti gettandoli nella spazzatura invece che negli appositi contenitori. La componente fondamentale dell’inquinamento farmacologico deriva dalle urine e dalle feci degli assuntori di farmaci, animali e umani. La fonte dell’inquinamento sono quindi i pazienti, oppure quegli animali che vengono imbottiti di farmaci (che poi ci rimangiamo) non perché stanno male, ma per farli crescere di più e più rapidamente. L’organismo non metabolizza completamente gran parte dei farmaci. Anzi, ci sono alcune sostanze che vengono rilasciate, nelle deiezioni, praticamente tal quali e con le fognature vanno poi a finire nelle acque. Ma i depuratori? Anche quando ci sono e funzionano al meglio (e come sappiamo è raro) i grandi depuratori cittadini non sono in grado di smaltire i farmaci, le cui concentrazioni sono relativamente basse (al massimo si parla di microgrammi per metro cubo) ma estremamente attive. I farmacologi del Mario Negri riferiscono di un esperimento che mostra la pericolosità di queste miscele di medicine diluite in acqua. Usando concentrazioni simili a quelle ritrovate nelle nostre acque, i ricercatori hanno dimostrato che esse “sono in grado di esercitare, su cellule umane e animali in cultura, importanti effetti tossici sulla proliferazione cellulare. Effetti significativamente superiori a quelli esercitati dai singoli farmaci”. Insomma, questo cocktail ha effetti ben più negativi dei singoli principi attivi.
Che fare? Gli svedesi hanno messo a punto un modello per la classificazione dei farmaci in base alle loro caratteristiche ecotossicologiche, tradotto in un opuscolo distribuito a tutti i prescrittori di quel paese. In questo vademecum, il medico trova la tradizionale classificazione dei farmaci in base alla loro azione terapeutica e, accanto, trova anche la valutazione dei rischi ambientali legati al loro utilizzo. Per esempio, a parità di efficacia terapeutica, è possibile scegliere un antibiotico che lascerà minori tracce inquinanti di un altro. La Green Pharmacy è quindi una possibilità concreta che andrebbe introdotta nel nostro paese, così come un adeguamento tecnologico dei depuratori. Ma il punto davvero fondamentale è un altro. Si tratta di ridurre drasticamente il consumo di farmaci chimici, spesso inutili e dannosi: agli umani, agli altri animali e all’ambiente.

lunedì 5 maggio 2008

USA, amici e nemici

Cinque anni fa la guerra e poi, dal 9 aprile 2003, l’occupazione dell’Iraq.
Una guerra che continua e senza che per ora si intravveda una via d’uscita. L’unica speranza di qualche cambiamento potrà forse venire dal nuovo presidente degli Stati Uniti, che sarà eletto in novembre.
Ma la campagna americana sembra più incentrata sull’economia interna che sulla guerra in corso in Iraq e in Afghanistan, sebbene le spese militari incidano pesantemente sul bilancio americano. Perdite di dollari ma anche di vite umane: il 23 marzo scorso i soldati americani uccisi in Iraq hanno raggiunto la cifra di 4.000 più circa altri 200 di altre nazionalità, soprattutto britannici. La Gran bretagna avrebbe dovuto sganciarsi progressivamente dal sud dell’Iraq, ma il ritiro non ha potuto seguire i ritmi programmati e a Bassora restano ancora 4.000 soldati, invece dei 2.500 previsti. Proprio mentre è cessata la tregua proclamata qualche mese fa dall’esercito al Mahdi, la milizia armata del leader sciita radicale Muqtada al Sadr, che si scontra, non solo con le truppe di occupazione, ma direttamente con il governo di Nouri al Maliki.
Dopo cinque anni il bilancio è tragico: le vittime irachene non si contano nemmeno, si parla comunque di cifre impressionanti di centinaia di migliaia, la popolazione è al limite della sopportazione: l’elettricità manca per ore, a volte per giorni, si supplisce con i generatori, ma la maggior parte non se li può permettere perché il gasolio è caro e si trova solo al mercato nero. Senza elettricità non c’è acqua e quando finalmente arriva dal rubinetto esce di tutto, vermi compresi, perché molte tubature sono state inquinate dalle fogne, mancano il lavoro e la sicurezza. Gli unici in grado di riportare un minimo di sicurezza sono gli ex soldati di Saddam, che conoscono il terreno perfettamente. Quell’esercito che il proconsole Paul Bremer con una miopia estrema aveva sciolto al suo arrivo a Baghdad subito dopo l’occupazione. Con lo scioglimento dell’esercito, del ministero della Difesa, di quello dell’Informazione e del partito Baath, non solo Bremer aveva buttato sul lastrico centinaia di migliaia di lavoratori ma aveva provocato il collasso di un paese che precipitava nel caos e di cui gli USA non avrebbero mai più ripreso il controllo. I soldati armati e ben addestrati di Saddam avrebbero costituito la base dei gruppi della resistenza armata, cui si sarebbero aggiunte anche le milizie baathiste. In un paese a partito unico, come era l’Iraq, tutti i funzionari dello stato e delle imprese dovevano per forza essere iscritti al Baath. Questi quadri erano gli unici in grado di far funzionare un paese sottoposto da tredici anni a un regime di embargo, che impediva l’importazione di pezzi di ricambio. Anche gli impianti di estrazione del petrolio potevano funzionare solo con l’abilità di ingegneri che conoscevano alla perfezione le loro macchine e tutti gli espedienti per rimetterle in moto. Una volta cacciati o fuggiti per paura di rappresaglie, la situazione è precipitata.
Dopo cinque anni, il petrolio estratto è inferiore a quello che estraeva Saddam sotto regime di embargo: la risoluzione ONU oil for food permetteva l’esportazione di petrolio solo per importare cibo e medicine. Allora il cibo importato veniva distribuito in razioni mensili a tutta la popolazione: ora le razioni sono diminuite, mentre le condizioni della popolazione non sono migliorate. Mancano medici (molti, come altri esperti e intellettuali, sono fuggiti all’estero per le minacce dei gruppi armati che li considerano collaborazionisti) e medicine. Manca lavoro: le vedove sono costrette a prostituirsi e poi corrono il rischio di essere uccise. Il problema maggiore resta la sicurezza. Oltre due milioni di iracheni sono fuggiti in Siria e in Giordania, mentre altri due milioni sono sfollati all’interno del paese.
Il generale USA David Petraeus, ben sapendo che solo gli ex militari di Saddam avrebbero potuto riportare la sicurezza, ha fatto un accordo con alcuni gruppi – i consigli del Risveglio – fornendo loro armi e soldi perché ripulissero da al Qaeda soprattutto Baghdad. Anche i gruppi della resistenza, che pure in passato si erano alleati con al Qaeda, ormai hanno trovato questa presenza ingombrante e impopolare (i terroristi con il loro jihad uccidono quasi esclusivamente iracheni) e quindi hanno iniziato a combatterla. Questo ha riportato la calma in alcuni quartieri di Baghdad che però nel frattempo erano stati ripuliti etnicamente e isolati da alti lastroni di cemento. E i profughi che sono rientrati (pochi) con l’illusione del miglioramento della situazione spesso non hanno più ritrovato la loro casa, occupata da altri.
Comunque per ora l’accordo ha funzionato, ma fino a quando? In cambio i gruppi sunniti del risveglio hanno chiesto di essere reinseriti nell’esercito, ma il governo, a maggioranza sciita, si oppone. E i sunniti del sahwa (risveglio) non aspetteranno a lungo. Allora gli americani si ritroveranno di fronte gruppi da loro stessi armati.

Giuliana Sgrena