mercoledì 30 aprile 2008

Expo vuol dire sviluppo?

L'assegnazione a Milano dell'Expo 2015 è stata accolta con molto entusiasmo, confermando ancora una volta che i grandi eventi, dall'Esposizione universale alle Olimpiadi, hanno un forte sostegno a priori non solo dei decision maker, ma anche dell'opinione pubblica. Di fronte a questo sostegno trasversale, è giusto che l'economista faccia il suo mestiere e provi a indagarne i possibili effetti reali, al di là delle solite immagini retoriche utilizzate dai promotori: oggi "l'Expo pagherà l'Expo", come i greci dissero a suo tempo "i giochi pagheranno i giochi".
L'economia dei grandi eventi è poco studiata. La gran parte del materiale disponibile proviene dai promotori stessi o della stampa che ne commenta gli esiti più visibili. Tuttavia, alcuni lavori, ancora per certi aspetti "pionieristici", sono stati sviluppati. Baade e Matheson, in una lucida analisi, ricordano come il contesto stesso di competizione, con il potere di monopolio dell'ente accreditatore (solo il Bie può concedere una Exposition Universelle, solo il Comitato olimpico internazionale può attribuire le Olimpiadi), crea una situazione di svantaggio per le città candidate. In primo luogo, sono sottoposte a un meccanismo di rilancio: nel processo di candidatura, la configurazione che ottimizza il bilancio costo-beneficio per il territorio non è un punto di equilibrio stabile; i candidati devono a più riprese aumentare la posta per accrescere le loro probabilità di successo. Una volta entrati, non c'è niente che consenta di uscire da questo meccanismo e che garantisca che il bilancio rimanga positivo.
Va poi considerato il sistema delle royalties che gli organizzatori devono pagare agli accreditatori per poter organizzare l'evento: illustra alla perfezione i meccanismi di estrazione della rendita da parte del monopolista. Le royalties sono talmente cospicue che alcuni organismi le coprono della massima riservatezza. Se è comune percezione che i grandi eventi comportano un flusso di reddito per la città ospite, meno diffusa è la percezione che questo reddito ha come contropartita una spesa. Bisogna però ammettere che le informazioni disponibili sull'Expo 2015 sono piuttosto rassicuranti: si parla di 11 milioni di euro, facendo sperare che non sia stata estratta tutta la rendita.
Il punto più critico risiede forse altrove, nella visione distorta dei costi e benefici che può nascere da un progetto del genere.
La considerazione più banale riguarda l'equilibrio economico dell'organizzatore, che in caso di mancata realizzazione degli incassi previsti si troverebbe costretto a chiedere l'applicazione della garanzia dello Stato italiano. Ma al di là dell'equilibrio dell'esercizio, sia a livello dell'ente organizzatore, sia dell'insieme delle amministrazioni coinvolte, quello che merita l'attenzione degli economisti è l'effettivo interesse della collettività nazionale a ospitare un simile evento.
Lavori di analisi economica che fanno uso di concetti cardine, come il surplus, sono rari. Tuttavia, uno studio sulle Olimpiadi invernali di Vancouver del 2010 mostra come queste rappresenteranno per il Canada una perdita netta di benessere. Non tutti i dati necessari sono disponibili e il lavoro si basa su ipotesi perfettibili, tuttavia ricorda a chi lo vorrebbe dimenticare, che al di là dell'equilibrio finanziario degli enti promotori, quello che conta è il contributo delle risorse investite al benessere delle popolazioni.
Tra gli argomenti a favore di un evento di questo tipo si cita quasi sempre l'eredità che lascia. Ci sono tuttavia seri dubbi sull'utilità di molte delle opere realizzate per l'Expo. Di solito, il suo formato implica che diversi padiglioni siano temporanei. Quanto poi agli investimenti più duraturi, in particolare nelle infrastrutture di trasporto, è difficile sostenere che non abbiano un'utilità sociale rilevante, tuttavia sarebbe sbagliato attribuirli all'Expo, tanto che lo stesso dossier di candidatura li categorizza, in maniera corretta, sotto la voce "infrastrutture non legate alla realizzazione dell'Expo".
E sono da prendere con cautela anche le cifre indicate sugli effetti occupazionali. I promotori calcolano l'impatto indiretto della gestione dell'evento a 12.734 posti di lavoro: "ad esclusione dell'occupazione direttamente creata dall'Expo" sostiene il capitolo 21 del dossier di candidatura. Sarebbe comunque più giusto un calcolo che tenesse conto esplicitamente degli effetti di sostituzione. E la pratica di contabilizzare nell'impatto dell'evento sia l'occupazione diretta, che quella indiretta e indotta, seppure prassi corrente nei lavori empirici, solleva forti obbiezioni concettuali.
Queste considerazioni non vogliono essere una valutazione negativa della candidatura all'Expo, ma un chiaro avvertimento contro interpretazioni ingenue dell'economia dei grandi eventi. E un invito a non accettare in maniera acritica affermazioni non dimostrate sugli effetti benefici dell'Expo 2015.

martedì 29 aprile 2008

Cambiamenti climatici e fotovoltaico

Spesso la discussione sulle politiche necessarie a fronteggiare i cambiamenti climatici si soffermano solo sugli alti costi che esse avrebbero per la collettività e gran parte dei protagonisti del nostro sistema industriale le considerano nocive alla competitività delle nostre imprese. A questa argomentazione si contrappone la tesi che invece si tratta di una straordinaria opportunità di futuro per il Paese.
A sostegno dell’idea che è più conveniente sviluppare politiche contro il cambio di clima anziché continuare a far di tutto per non deciderle, propongo una riflessione su ciò che sta accadendo nel mercato fotovoltaico italiano. Da circa due anni lo sviluppo di questa tecnologia è stato affidato al “conto energia”, cioè un sistema a tariffa incentivante che remunera ogni KWh immesso in rete da pannelli fotovoltaici (il gestore della rete ha l’obbligo di acquisto), compensando anche il vantaggio ambientale che quella elettricità incorpora (produrlo non produce emissioni inquinanti).
Più o meno un KWh fotovoltaico viene pagato dal gestore della rete 49 centesimi di euro, per 20 anni (un KW di potenza installato occupa nove m2 di tetto e genera ogni anno dai 1100 ai 1400 KWh a seconda dell’insolazione). Sulla base di questo sistema di incentivazione si prevede che entro il 2008 in Italia saranno installati 100MW di nuovi impianti fotovoltaici, moltiplicando il mercato di ben 20 volte e producendo in un anno 125.000MWh di elettricità da fonte solare. Ogni KW installato costa nel nostro paese dai 6.000 ai 7.000 euro, contro i 3.500 tedesco e quindi 100MW costeranno alla collettività dai 50 ai 60 milioni di euro (per dare la misura della truffa che si consumava con il Cip 6 e le cosiddette assimilate ogni anno gli italiani alla voce A3 della bolletta elettrica versavano alle finte rinnovabili quasi 2.000 milioni di euro) compensati però, oltre che dai 100 MW di elettricità prodotta, anche da 600 milioni di euro di investimenti privati, nuova occupazione stimabile attorno alle 7.000 unità e nuovo gettito fiscale in misura ben più rilevante dell’intero incentivo. In realtà si tratta di un’ottima occasione persa dal Paese, visto che gran parte di quei 600 milioni di euro e l’occupazione ad essi legata, hanno creato business all’estero, perché in questo paese è stata fatta fallire la filiera industriale fotovoltaica e le ditte sono costrette a installare pannelli prodotti in Giappone e Germania.
Anche un paese come la Germania nella prima fase ha fatto trarre i benefici dei suoi investimenti all’estero. Ora però la Q-Cells, fondata nel 99, già nel 2006 fatturava 540 milioni di euro e attualmente è, dopo la Sharp, al secondo posto nella graduatoria mondiale. Mentre i nostri mediocri manager pensano a costruire centrali nucleari in Albania e rigassificatori in Italia, i paesi che hanno scelto di fronteggiare il cambio di clima investono sul sole e sulle rinnovabili. Chi avrà più futuro? Rispondo con una battuta: sono certo che i nostri manager d’industria e i loro politici di riferimento se agli inizi del 900 avessero organizzato un convegno sui trasporti avrebbero invitato allevatori di cavalli e costruttori di carrozze anziché quegli strampalati inventori del motore a scoppio.

lunedì 28 aprile 2008

ICT, Italia dietro Porto Rico e Cipro

Certe classifiche lasciano il tempo che trovano ma non quelle del World Economic Forum (WEF) e in particolare non quella del Network Readiness Index dell'IT Global Report, quell'indice che di anno in anno sintetizza una quantità di diversi parametri di valutazione, tutti tesi a identificare la capacità dei singoli paesi di abbracciare l'era digitale, di essere pronti all'adozione operativa, culturale ed economica delle opportunità offerte dalle nuove tecnologie. Un indice che quest'anno boccia l'Italia, piazzandola al 42esimo posto dietro Porto Rico, Thailandia e Cipro.
L'anno scorso l'Italia era riuscito a piazzarsi al 38esimo posto di quella classifica internazionale. Ben dietro i maggiori partner europei, si trattava comunque di un risultato incoraggiante perché il posizionamento precedente era il 45esimo posto.
L'indice è significativo perché raccoglie i risultati dei paesi visti da tre punti di vista o, come dicono gli esperti del WEF, in "tre dimensioni". La prima è quella che raccoglie l'ambiente infrastrutturale, regolatorio e finanziario/economico in cui si muove l'ICT locale (qui l'Italia si piazza al 55esimo posto); la seconda indaga sulla readiness dei singoli individui, delle aziende e delle istituzioni nell'avvantaggiarsi dell'ICT (Italia 46esima); la terza elabora il modo in cui vengono utilizzate le più innovative tecnologie della Comunicazione e dell'Informazione (Italia 33esima). Dati che precipitano l'Italia in una situazione complessiva di arretratezza e difficoltà sia quando la si osserva a livello globale sia quando la si esamina da un punto di vista prettamente europeo.
I "punti di forza", se così si possono chiamare, sono pochi e per certi versi sorprendenti. Secondo il WEF l'Italia brilla per i bassi costi della telefonia mobile: tre minuti di chiamata costano meno solo in Egitto. Brilla anche per i bassi costi della connettività broad band. Per gli esperti WEF, infatti, l'Italia è terza a parimerito con USA, Svezia, Finlandia, Francia, Singapore e Corea nell'offrire banda larga a costi contenuti. Altra eccezione peraltro significativa è il risultato dell'Italia nello specifico indice legato all'uso dell'ICT nel Governo e alla conquistata efficienza di questo utilizzo. In questo indice l'Italia è in 5a posizione dietro Singapore, Estonia, Danimarca ed Islanda.
Se l'Italia si piazza al 6o posto per quanto riguarda il numero di utenze di telefonia mobile è solo 27esima nella diffusione del personal computer, 54esima nell'indice dell'utilizzo di Internet nelle imprese e addirittura 94esima nella qualità delle istituzioni scientifiche. Per non parlare del 97esimo posto rimediato dalle capacità del Governo di promuovere l'ICT.
Ci sono poi altri indici a disegnare la situazione italiana, a far comprendere quante difficoltà l'Italia incontri nell'affacciarsi all'era digitale: l'Italia è 48esima nella disponibilità di scienziati e ingegneri, 66esima nella libertà di stampa e 113esima nei tempi di risoluzione delle dispute contrattuali, elemento naturalmente decisivo anche nel business ICT.
Il dato peggiore per quanto riguarda l'Italia riguarda però il peso dei regolamenti governativi, ovvero quanto costa all'individuo e all'azienda adeguarsi alle regole imposte dal governo: qui l'Italia è al 124esimo posto, subito dopo il Camerun.
In cima all'indice della readiness tecnologica ancora una volta il WEF piazza la Danimarca, inossidabile regina del mondo delle tecnologie e delle comunicazioni. Al secondo posto è la Svezia, poi la Svizzera e via via con Stati Uniti, Finlandia, Olanda, Islanda, Corea del Sud e Norvegia.

giovedì 24 aprile 2008

Ma la rottamazione delle auto porta benefici ambientali?

Gli incentivi alla rottamazione delle automobili potremmo definirli un esempio di politiche ambientali bipartisan, in quanto adottate in maniera più o meno simile da tutti i governi di centrosinistra o di centrodestra che si sono succeduti alla guida del paese negli ultimi dieci anni. Ma la rottamazione delle automobili si può davvero annoverare tra le misure ambientali? Siamo certi che produca effettivamente vantaggi da questo punto di vista?
Se lo è chiesto Legambiente che è andata a cercare quali aziende automobilistiche producono analisi di questo tipo per poter comparare tra di loro i risultati e scoprire se effettivamente si produce una minor quantità di anidride carbonica nel cambio dell’automobile con modelli più recenti, così come indicato dai decreti per incentivare la rottamazione delle vecchie auto in circolazione. Chiedendosi il motivo per cui a nessun Governo, prima ancora di ricorrere all’appuntamento con i decreti per la rottamazione delle automobili, sia mai venuto in mente di calcolare se effettivamente questo provvedimento ha ripercussioni positive sull’ambiente e sull’atmosfera e di quanto.
La modalità per farlo esiste e si chiama Life cycle assessment (valutazione del ciclo di vita), un metodo oggettivo di valutazione e quantificazione dei carichi energetici ed ambientali e degli impatti potenziali associati dall’acquisizione delle materie prime al fine vita (dalla culla alla tomba). Ma si sa, il tema del contabilità ambientale in questo paese è peregrino.
La valutazione dell’efficacia del rinnovo del parco automobilistico sulla riduzione delle emissioni, Legambiente l’ha fatta partendo dai dati disponibili sul sito di Volkswagen, una delle poche marche automobilistiche che ha realizzato una analisi di questo tipo. Per fare questa valutazione l’associazione ambientalista ha utilizzato i valori di emissioni complessive di Co2 prodotte da una autovettura nell’arco dell’intero ciclo di vita (produzione, uso, approvvigionamento petrolifero, smaltimento) relativi ad una berlina diesel attualmente in commercio, pubblicizzata come una tra le più ecologiche del suo segmento e li ha paragonati con quelli analoghi di una vettura di 10 anni senza particolari dispositivi ambientali.
I risultati, pubblicati su La Repubblica, evidenziano come il maggiore ricorso al rinnovo del parco auto porti a una maggiore quantità di emissioni di Co2: esattamente il contrario di quello che hanno sostenuto finora sia i Governi che le case automobilistiche nel presentare i vantaggi della rottamazione. Misure che non risultano vantaggiose nemmeno se si tiene conto del fatto che i nuovi modelli sono ambientalmente meno impattanti rispetto ai precedenti, perché anche la minore produzione di emissioni per chilometro percorso non compensa (nel breve-medio periodo di vita) la quantità di energia (e dunque di emissioni supplementari) necessarie a costruire le vetture.
Meglio allora pensare ad altre misure per ridurre le emissioni inquinanti come ha annunciato di voler fare l’amministrazione francese nel suo prossimo semestre di presidenza europea anticipando, nella Grenelle de l’environnement di novembre, l’introduzione di una ecotassa sulle automobili. O con misure che disincentivino l’uso dell’auto come quella introdotta a gennaio dal Comune di Milano che ha ottenuto già dati interessanti nei primi tre mesi di applicazione. Nonostante l’ecopass sia esteso da gennaio solo al centro storico, la riduzione del traffico ottenuta è stata infatti del 19,5%, un dato che fa dire all’assessore che il ticket non solo rimarrà anche per tutto il prossimo anno ma che sarà anche esteso ad altre aree della città. Ipotesi appoggiata anche da Legambiente che spinge sull’obiettivo di passare «dal centro alle tangenziali esterne».

mercoledì 23 aprile 2008

L'Expo decuplica il valore dei terreni

Un terreno che fino a due giorni fa valeva uno ora vale dieci. Hanno fruttato bene i 255mila metri quadrati di proprietà della società Belgioiosa Srl controllata direttamente dal gruppo Raggio di Luna appartenente alla famiglia Cabassi, dopo una recente operazione di scissione di Sintesi a favore di Raggio di Luna.
Negli anni '50 la proprietà era di un milione di metri quadrati. Poi dopo sette espropri in un colpo solo il restante lotto (Fiorenza) verrà dato in concessione di diritto di superficie al Comune di Milano che lo utilizzerà per l'Expo 2015. In base all'accordo con il Comune sottoscritto lo scorso luglio entro 18 mesi dalla conclusione dell'Expo Belgioiosa riavrà indietro 150mila metri quadrati, 105mila in meno rispetto ai 255mila attuali che però hanno una destinazione d'uso agricola. A partire dal 2016, quando saranno state smantellate le strutture temporanee che saranno abbattute al termine dell'Expo e con l'obbligo di non realizzare attività industriali che compromettano l'ambiente, Cabassi invece potrà edificare con un indice pari a 0,6 (o 0,5, è uno dei punti da definire in dettaglio). Supponendo che il terreno agricolo valga circa 10-12 euro al metro quadrato moltiplicati per 255mila metri quadrati si ha un valore attuale del terreno di 2,55-3,06 milioni di euro. Valutando almeno 3mila euro al metro quadrato i 30mila metri quadrati che si potranno costruire a partire dal 2016 (esclusi i sotterranei e quindi eventuali box) si ottiene un valore del diritto di costruire – in cui c'è ovviamente anche un margine di rischio – di circa 22,5 milioni di euro (il 25% di 90 milioni di euro) a cui, sommando una rivalutazione del bene pari almeno all'inflazione per dieci anni, si arriva a 30 milioni di euro contro i tre attuali.
Per diventare operativo l'accordo è vincolato all'approvazione di un piano urbanistico che escluda attività produttive insalubri e contempli la destinazione a verde e parco urbano di una superficie minima pari alla metà di quella oggetto di urbanizzazione. Il master plan dell'Expo 2015 «allo stato attuale – spiega Giancarlo Tancredi, dirigente del settore progetti strategici del Comune di Milano – prevede un'area "rossa" di oltre un milione di metri quadrati dove per intenderci si pagherà il biglietto e un'area "blu" delle stesse dimensioni dove verranno realizzate tutte le opere in qualche modo accessorie alla manifestazione stessa». Quindi altri 15-20 proprietari di aree adiacenti all'area dell'Expo 2015 potrebbero essere coinvolti nel progetto. Tra questi c'è la Camfin – il cui socio di maggioranza è la Gpi controllata da Marco Tronchetti Provera – proprietaria di un'area di 120mila metri quadrati situata nel Comune di Rho di cui metà a destinazione a uso industriale (ex capannoni) e terziario e metà agricola. Lo scorso 12 settembre il Cda di Camfin ha deliberato la dismissione dell'area, ritenuta non più strategica. Decisione confermata anche dopo la notizia dell'assegnazione dell'Expo.
Altro grande protagonista della vicenda è EuroMilano, proprietario di un'area di 530mila metri quadri (Cascina Merlata) situata nel Comune di Milano, e adiacente al Comune di Rho, comprata l'anno scorso prima che si mettesse in moto la macchina organizzatrice della candidatura. Rilevata dalla società Ecce, l'area ospiterà il villaggio dell'Expo. «La nostra acquisizione – spiega Chiara Elena Gerosa di EuroMilano – va inquadrata nella strategia di puntare sullo sviluppo del quadrante nord ovest di Milano. Siamo partiti con l'area di via Palizzi dove abbiamo realizzato il progetto Milano Certosa, trasformando un'area dismessa di oltre 450 mila metri quadri fino a pochi anni fa occupata dagli impianti delle raffinerie Fina». Altro importante progetto il recupero e la ridefinizione della Bovisa, storico quartiere industriale milanese dove EuroMilano sta realizzando una sede del Politecnico di Milano (60mila mq) e dove ha già realizzato in comodato d'uso per tre anni la Triennale Bovisa, aperta lo scorso novembre e già visitata da 44mila appassionati d'arte.
Ovviamente tra i protagonisti c'è anche la Fondazione Fiera Milano. A fronte delle opere di urbanizzazione realizzate sull'intera area di sua proprietà (oltre 600mila mq) il Comune di Milano ne conserverà a titolo definitivo 55 mila metri quadrati sui quali verrà costruita una torre, elemento architettonico emblematico che sarà mantenuta anche dopo la chiusura della manifestazione. Terminata l'Expo gli edifici e le strutture permanenti verranno destinati al pubblico utilizzo, mentre quelli temporanei saranno abbattuti a spese del Comune di Milano.
Il terzo e ultimo proprietario delle aree oggetto della cessione del diritto di superficie sono le Poste italiane, uno dei sette esprioprianti dell'originale tenuta Cabassi, che si sposteranno lasciando un'area di 80mila metri quadrati al Comune di Milano.

martedì 22 aprile 2008

L’eurocrazia reintroduce la pena di morte

In nessun Paese europeo è ormai in vigore la pena capitale. Ma ora, tutti stanno per introdurla senza saperlo - o senza dirlo - semplicemente per il fatto di ratificare il Trattato di Lisbona, la cosiddetta costituzione europea. Lo segnala Helga Zepp-Larouche (la moglie di Lyndon), messa a sua volta sull’avviso da un insigne gruppo di giuristi tedeschi ed austriaci.
Uno di loro, il professor Albrecht Schachtschneider, uno dei quattro giuristi che stilarono uno storico esposto contro il Trattato di Maastricht, ha spiegato come la pena di morte venga reintrodotta alla chetichella. Non è citata nel testo del trattato, ma in una nota di una nota a piè di pagina.
Proprio così: chi accetta il Trattato di Lisbona accetta con ciò anche la Carta dell’Unione Europea. La quale proclama: la pena di morte è abolita, ma poi rimanda ad una nota a piè di pagina, in cui si legge: «Eccetto che in caso di guerra, di disordini, di insurrezione» (war, riots, upheaval). La cosa è di estrema gravità giuridica.
Un intero super-diritto penale speciale viene affermato in una nota, senza alcuna definizione dei reati da punire con la pena suprema. Chi decide che i «disordini» eventuali hanno raggiunto un’intensità tale da far sospendere l’abrogazione della pena di morte? Quali tribunali la irrogheranno? Tribunali speciali, appositamente allestiti per l’emergenza? E quando una serie di proteste di massa comincerà a venire giudicata come «insurrezione», passibile di morte?
Ed anche la menzione del caso di guerra, che potrebbe sembrare accettabile (molti Paesi mantengono la pena suprema nel diritto di guerra), assume invece una terribile ambiguità nel contesto del Trattato di Lisbona.
Difatti, per la Clausola di Solidarietà, ogni nazione europea è tenuta a partecipare ad azioni militari quando si tratti di lottare contro «azioni terroristiche» in qualunque altra nazione. Ovviamente, nota Helga Zepp, il concetto di «azione terroristica» è molto indefinito, colmabile a piacere dei significati più opportuni. Chi ha il potere di definire un atto «terroristico»?
Quello almeno lo sappiamo: Israele. Il popolo eletto ha il potere di definire «terroristici» gli atti di autodifesa del popolo palestinese come dei libanesi sciiti (Hezbollah) o addirittura designare interi stati (Siria, Iraq, Iran) come «terroristi», e la definizione di Israele viene immediatamente adottata dai servi noachici europei.
Come noto, Sion cerca continuamente di ampliare la latitudine della fattispecie delittuosa: i proclami dell’imam di Carmagnola sono «complicità in terrorismo» per i vari ministri dell’Interno, e sono costati al patetico personaggio l’espulsione con decreto di polizia, extra-giudiziale: gli è andata ancora bene, col Trattato di Lisbona rischiava la testa. Ma noi, sotto il Trattato, ci resteremo.
La critica ad Israele per le atrocità contro i palestinesi è - come ha sancito l’esimio giurista delle note-spese truccate, Napolitano - puro e semplice «antisemitismo». Dunque già quasi «complicità in terrorismo». Ancora uno sforzo (del «grande amico di Israele», il Salame) e rischiamo tutti di finire impiccati: a piè di pagina. Ossia in qualche scantinato del Viminale, o della Corte Europea? Non si sa.
Il testo del Trattato di Lisbona viene ratificato di nascosto dai parlamenti nazionali, senza discussione pubblica nè dibattito aperto. In Germania, dice Zepp-LaRouche, il testo non è stato nemmeno pubblicato (e non vorrei sbagliare, nemmeno in Italia). Del resto, così com’è, è incomprensibile per i non addetti ai lavori.
Per comprenderlo, bisogna integrarlo passo passo con la Costituzione europea defunta - quella che fu bocciata per referendum da Francia e Olanda nel 2005 - perchè ad essa fa riferimento Lisbona. E in che modo?
Con un trucco ben noto al sistema parlamentare-leguleio italiano: la inserzione. Il trattato di Lisbona è tutto un seguito di espressioni come: «Articolo 5, punto 9, sotto-sezione 2 - la parola A è sostituita dalla parola B». E ciò per 400 volte. Solo dopo che uno studente di legge di Lipsia s’è accollato la fatica, e l’ha postata su siti web, il governo tedesco ha messo in circolazione il testo.
Alcuni giuristi, fra cui il citato Schachtschneider, e il professor Hans Klecatsky, uno degli estensori della costituzione austriaca, hanno dunque esaminato il lavoro di taglia-e-cuci burocratico. Hanno ritrovato la pena di morte per «disordini» a piè di pagina, e molto di più.
Soprattutto, il definitivo esautoramento dei parlamenti: di quello europeo, il solo corpo elettivo della UE, e a maggior ragione dei parlamenti nazionali, chiamati solo a ratificare senza discutere ciò che decidono la Commissione e il Consiglio. Anche e soprattutto in caso di «guerra, disordini, insurrezioni» e «atti di terrorismo»: basta che uno Stato, un ministro Frattini qualunque, proclami che è in corso un «atto di terrorismo» (i quali, come sappiamo, possono esesre provocati «false flag»), e tutti i Paesi si trovano in guerra, senza diritto di esenzione nè di veto.
E’ comicamente significativo che l’onnipotente Commissione si arroghi la decisione su tutto, tranne che sulla «politica estera e sulla sicurezza»: a decidere quelle per noi ci pensa la NATO. Ossia Us-raele. Che abbiamo visto come decide e definisce i «terroristi»: domani, non potremo più rifiutarci a partecipare alla prossima invasione per il bene di Sion.
Ripetiamo: tutto ciò sta passando alla chetichella, di nascosto dai cittadini. Zitti zitti piano piano. La prova viene da uno scoop del Daily Mail irlandese.
L’Irlanda è il solo, ultimo Paese, in cui il Trattato di Lisbona sarà sottoposto a referendum popolare, perchè così prevede la Costituzione irlandese (che poi sarà abolita). Il giornale è venuto in possesso di un memorandum al governo britannico, in cui la diplomatica britannica Elizabeth Green rende noto il risultato di un suo incontro dietro le quinte con Dan Mulhall (direttore generale al ministero Esteri irlandese per la UE): costui assicurava i britannici che il governo irlandese si impegna in una campagna di disinformazione attiva dei suoi cittadini, «concentrando l’informazione sui benefici generali della adesione alla UE più che sul trattato di Lisbona in sè».
Nessuna pubblicazione, sordina alla «libera» stampa (che «liberamente» accetta di tacere). Il governo irlandese ha persino chiesto alla Commissione di Bruxelles di «moderare il tono o ritardare ogni annuncio» che possa essere «controproducente», nel senso di svegliare gli elettori alla realtà. Il governo irlandese ha anche deciso la data del referendum, il 29 maggio, «ma ne ritarderà l’annuncio in modo da tenere il campo del No all’oscuro» fino all’ultimo, sicchè non abbia tempo di preparare una campagna d’informazione efficace.
Non credo che questo atteggiamento abbia avuto mai un precedente: mai nella storia un governo eletto, che esercita la sovranità del popolo per sua delega, deve aver venduto la sovranità ad una burocrazia trans-nazionale e irresponsabile in questo modo surrettizio. E’ chiaramente una situazione che può giustificare «disordini» e «insurrezioni» da parte dei popoli traditi. Ma come abbiamo visto, l’eurocrazia si è premunita con nota a piè di pagina.
La rivolta contro l’oligarchia non eletta è diventata delitto di Stato, gli oppositori alla vendita sono nemici di Stato, i soli contro cui si applica ancora la pena capitale. Lesa maestà del Mostro Freddo. Il Mostro Freddo è ormai sicuro del fatto suo.
La ratifica del Trattato di Lisbona è ancora incompleta, ma già gli oligarchi non-eletti di Bruxelles hanno deciso di come dotare il futuro presidente della UE (già deciso anche quello: deve essere Tony Blair) dei simboli di «status» che gli competono. Barroso gli ha dato una «residenza ufficiale tipo Casa Bianca», uno staff personale di 22 persone, e avrà anche un jet presidenziale tipo Air Force One.

Fonte: Effedieffe

lunedì 21 aprile 2008

Scelte popolari

Due cose apparentemente distinte mi hano dato dimostrazione di come la politica nazionale ignori deliberatamente le scelte espresse dagli italiani.
L'esito di un referendum decretò la fine dei finanziamenti pubblici ai partiti, ma il finanziamento è tornato cambiando nome in "rimborso per le spese elettorali" a cui accedono tutti i partiti che raggiungono almeno l'1% dei voti e per 5 anni. E' così che partiti come l'Udeur, pur essendo decaduto il Governo Prodi, continuerà ad avere il suo rimborso per i prossimi 3 anni. Con la scelta del 5 per mille, i contribuenti italiani hanno la possibilità di scegliere a chi destinare quella somma scegliendo tra onlus, enti pubblici e privati, associazioni sportivi e chiunque riesca a farsi riconoscere come possibile destinatario. Negli ultimi governi, questi proventi non sono stati però destinati per intero, ma fino ad una certa cifra. E' come se io decidessi di dare 5 euro ad una associazione e il Governo di sua iniziativa decida di darne solo 4 perchè 1 serve per coprire delle spese in Finanziaria.
Per questi 2 motivi appena esposti vorrei proporre una "scelta popolare" al prossimo Consiglio dei Ministri:
- abolire qualunque finanziamento pubblico ai partiti in qualunque forma (comprensi i compensi degli eletti), come chiesto tramite referenum dagli italiani;
- trattare i partiti politici come qualunque associazione e quindi passare ad un finanziamento derivante eslusivamente dalle iscrizioni dei soci e da donazioni private;
- accesso da parte dei partiti al finanziamento tramite 5 per mille come qualunque associazione.
In questo modo la speranza è che il 100% di quanto gli italiani decidano di devolvere tramite il 5 per mille vada al legittimo destinatario.
Oltre alla speranza di vedere rispettate le scelte degli italiani.
Spero che Berlusconi capisca che in Italia ci sia bisogno anche di scelte popolari e non solo di quelle impopolari che si è affrettato ad annunciare il giorno dopo l'esito delle elezioni. Spero anche che le scelte impopolari a cui si riferiva non siano le figuracce che farà fare agli italiani come quelle del suo ultimo Governo e quella recente con l'imitazione del cecchino rivolto ad una giornalista russa.

venerdì 18 aprile 2008

Come investono le imprese

Hanno un andamento oscillante gli investimenti effettuati dalle imprese italiane per la difesa dell’ambiente e sono più orientati verso attrezzature e dispositivi cosiddetti di fine ciclo – destinati, quindi, a rimuovere l’inquinamento già prodotto – piuttosto che verso impianti ed attrezzature atti a prevenire l’inquinamento. Nello specifico, poi, viene maggiornamente curato l’abbattimento degli inquinanti atmosferici rispetto allo smaltimento dei rifiuti.
Sono queste alcune delle conclusioni che si traggono dal recente studio diffuso dell’ISTAT sulle spese per la protezione dell’ambiente sostenute dalle imprese italiane nel periodo 1997-2006.
Nel periodo 1997-2006 la spesa totale delle aziende per la protezione dell’ambiente passa da 10.330 milioni d’euro a 25.512 (+147 per cento). Tale incremento complessivo è il risultato di un andamento mobile caratterizzato da momenti di forte crescita, come tra il 2000 e il 2001 (+45), momenti di sensibile decremento, come tra il 2002 e il 2003 (-21), e da un incremento medio annuo del 16 per cento. Nel 1997 le spese per la protezione ambientale rappresentano l’un per cento del Prodotto Interno Lordo, nel 2001 la percentuale arriva al 2,1 per poi diminuire fino all’1,4 nel 2003 ed attestarsi intorno ad un valore medio dell’1,7 nell’ultimo biennio.
Questa dinamica altalenante appare sensibilmente influenzata dalle misure pubbliche di incentivazione alle spese ambientali. I maggiori investimenti sono, infatti, legati ai numerosi regimi d’aiuto, cofinanziati con i Fondi Strutturali Comunitari 2000-2006, o alle risorse statali destinate all’attuazione di accordi internazionali quali il Protocollo di Montreal sulle sostanze che impoveriscono lo strato d’ozono o quello di Kyoto sui cambiamenti climatici.
Fatta eccezione per il 2005, ogni anno la quota maggiore di investimenti è destinata al settore della protezione dell’aria e del clima, con quote che oscillano tra il 56 per cento del 2002 ed il 28 del 2003, mentre alla gestione dei rifiuti viene destinata la frazione minore di investimenti, con percentuali che vanno da un minimo del nove ad un massimo del 19 per cento, rispettivamente nel 2002 e 2001.

giovedì 17 aprile 2008

Firma elettronica vittima del software

L'avvocatura ha già affrontato i temi di firma digitale/elettronica, in quanto per un avvocato sono importanti norme e regolamenti, mentre l'interesse per l'aspetto tecnico è inesistente pur rappresentando questo un tema del Processo Civile Telematico; nell'ICT, invece, la firma digitale è conosciuta ed applicata da tempo negli ambiti della fatturazione elettronica e della conservazione sostitutiva.
La firma digitale a valore legale è un mezzo per sostituire la firma su carta e consiste nell'apporre una serie di byte su un file che ne attestano l'avvenuta firma o, meglio, che attestano che viene apposta una firma su un documento e che questa è valida per il documento stesso salvo ulteriori modifiche successive.
La firma digitale si realizza tramite un certificato che deve trovarsi su una smartcard e, quindi, non parliamo della firma che molti conoscono e che è fatta con PGP o strumenti similari attraverso i quali un utente crea dei certificati di firma per conto proprio.
In questo ambito il CNIPA ha l'elenco delle Certification Authorities(CA), ovvero, l'elenco delle aziende abilitate a produrre certificati validi per la firma digitale.
Queste aziende non si limitano a produrre certificati di firma: rivendono hw, ossia smartcard e token, che devono essere "certificati" quali hw sicuri oltre che adeguati alle normative italiane e vendono, poi, certificati di autenticazione per l'identificazione sicura su un sito web, eventualmente, anche per comunicazione sicura via SSL3.
Il CNIPA ha richiesto, inoltre, alle CA di fornire un applicativo per la creazione/verifica della Firma Digitale, perché, se per firmare su carta basta una penna, in questo ambito, senza un programma adatto e specifico, non si può far nulla: sembra ovvio, ma, purtroppo, non è così.
Il problema sta nel fatto che i clienti chiedono una smartcard ad uso firma, ma gli vengono venduti una smartcard e due certificati, il primo per la FIRMA ed il secondo per l'AUTENTICAZIONE e, quindi, due certificati a fronte della richiesta di uno: questa non è una prassi obbligatoria, ma solo una questione di comodità, in attesa dell'imminente prevista diffusione dell'autenticazione, però è da notare che poi l'utente paga per rinnovare due certificati al posto di uno. La cosa diventa rilevante, quando, analizzando i due certificati si scopre che il certificato di firma, a parte un paio di bit, è pressoché identico al certificato di autenticazione e che la differenza tra i due sta solo nel fatto che con il primo si realizza la firma DIGITALE mentre con il secondo quella ELETTRONICA.
La firma digitale ha valore legale, mentre, la firma elettronica non ha alcuna applicazione: se, ad esempio, un contratto per vendere una casa riporta la firma digitale questo è valido, ma, se riporta la firma elettronica questo è solo "carta straccia"...
Tutto ciò non fa solo che offrire spazio ad errori nell'ambito della firma "digital-elettronica".
Varie CA pubblicano sw per la firma che non informano gli utenti su cosa stanno facendo: questo perché il sw era stato realizzato, inizialmente, per il mercato americano per poi essere adattato a quello italiano che, però, richiede requisiti diversi; dal momento che i certificati sono praticamente identici è possibile che un qualsiasi utente, non informato correttamente, apponga su un documento una firma utilizzando il certificato errato, cioè quello di autenticazione, rendendo il documento non a valore legale.
Alcuni di questi sw, peraltro, non effettuando le opportune verifiche a posteriori (dopo la firma) non segnalano nemmeno il tipo di firma apposta su un file in verifica.
Il problema per ora è limitato, in quanto, il sw più diffuso presso gli utenti è Dike (il sw di InfoCert) che è uno strumento per firma/verifica che rispetta i requisiti di legge e norme italiane.
Nel corso del tempo, però, i problemi aumenteranno perché, oltre a quelli già presenti, si andranno ad aggiungere quelli causati dalle varie Regioni che stanno producendo sw per la firma elettronica: a cosa mai potranno servire visto che non servono a produrre documenti con valore legale? E poi cosa succederà quando questi strumenti inutili finiranno in mano ad ignari cittadini di ogni età e, magari, senza alcuna competenza informatica e, quindi, incapaci di distinguere tra firma elettronica e digitale?
Provando a chiedere ad alcune amministrazioni pubbliche perché paghino lo sviluppo di sw per la firma elettronica, a distanza di 60 giorni nessuno sa dare risposte. Forse, semplicemente, non sanno proprio cosa dire né hanno idea di cosa stanno facendo.
In attesa che le CA, che rilasciano tool per la firma digitale, facciano chiarezza e si adeguino eliminando la firma elettronica o segnalando le differenze con quella digitale ci si chiede se quanto sopra citato non sia fatto con l'intento di dare spazio ad una nuova professione: quella del perito calligrafo digitale - tecnico del settore della Computer Forensics che verifica per conto di un avvocato se un file ha una firma digitale vera o falsa.

mercoledì 16 aprile 2008

Neo-imperialismo atomico... all´italiana

L’ipotesi della delocalizzazione delle centrali nucleari per produrre energia utile al fabbisogno del nostro paese, lanciata da Giulio Tremonti, ha trovato un vasto coro di consensi, che senza esitazioni si può definire bipartisan. Dall’appoggio incondizionato di Casini che già preannuncia che «anche dall’opposizione si potrà contare su di me», fino a Enrico Letta (da tempo nuclearista) che battezza positivamente «joint venture per sfruttare il nucleare con Francia, Slovenia ed eventualmente anche Albania».
I sostenitori di un ritorno all’energia dall’atomo, sempre più diffusi soprattutto nell'ultima campagna elettorale, sino ad ora frustrati dal fatto che un referendum lo ha bandito dal nostro Paese, trovano adesso - oltre alle giustificazioni che questo tipo di energia offra la possibilità di provvedere ai necessari tagli di emissioni di anidride carbonica - anche la via d’uscita al problema di ottenere il consenso popolare per la localizzazione dei siti dove costruire le centrali. Che secondo quanto dichiarato dal Pdl dovrebbero essere almeno 4 o 5.
L’espediente potrebbe allora essere, per il nostro Paese, di costruire centrali fuori dai confini e di riportarla poi a casa attraverso reti di distribuzione. Non più quindi solo importatori, quali adesso siamo dell’energia atomica francese. Non più solo la partnership di aziende italiane nella costruzione e gestione di centrali in altri paesi, come avviene già in Slovenia. Non più solo esportatori di tecnologie per committenze straniere, quali l’Albania. Che è quello che appunto sta già facendo il nostro paese, attraverso Enel, Camuzzi, Ansaldo, Terna o quanti altri stanno già lavorando in tal senso.
Ma allora quale altra modalità si prevede per «rilanciare il nucleare con centrali oltre Adriatico» per dirla con le parole di Tremonti? Forse con una sorta di nuovo colonialismo energetico, per cui si pensa di costruire le nostre centrali in paesi che offrirebbero (attraverso i rispettivi governi al di là di quanto pensa l’opinione pubblica) territorio in affitto o in comodato d’uso in cambio di qualche altro favore. Magari disposti anche a tenersi le scorie che ne deriverebbero e a prendersi anche quelle che giacciono stoccate nei vari siti delle nostre centrali dismessi, ancora in attesa di un sito definitivo.
Attenzione però, dice Chicco Testa, che si dichiara «riconvertito all’energia nucleare», che il «nucleare ha bisogno di un’autorità di vigilanza forte, che questi paesi non hanno». Ma lo rassicura subito Adolfo Urso - rivendicando di essere stato l’autore dell’emendamento che nel governo Berlusconi sbloccò la procedura che vietava all’Enel di operare nel nucleare anche all’estero - che sarebbero comunque utilizzate «tecnologie e normative europee»: come dire, colonizzatori sì, ma rispettando le regole.

lunedì 14 aprile 2008

Il capolinea della Sinistra

La Sinistra italiana è arrivata al capolinea!
Gli esiti elettorali sono di facile interpretazione, basta vedere i talk show televisivi nazionali e locali e notarne la pacatezza e la quasi condivisione delle analisi. Concordo con Maroni che si lamenta, criticando quanti continuano a definire il voto alla Lega Nord come un voto di protesta. E' certo che sia la Lega che Italia dei Valori sono i partiti che più rappresentano la distanza dei Partiti dalle vecchie ideologie e che più si avvicinano all'ascolto dei problemi della gente (almeno nell'opinione pubblica). Si schierano a destra e a sinistra non per motivi ideolgici quanto per motivi di rapporti personali tra i leader. Ad esempio, se non ci fosse Berlusconi, Italia dei Valori potrebbe benissimo stare a destra.
Non sono daccordo con Bertinotti quando dice che la Sinistra Arcobaleno deve essere il punto di partenza di una nuova sinistra. Per niente! La Sinistra Arcobaleno è e deve essere il punto di arrivo di questa vecchia e distaccata sinistra. Sono stato contrariato dalla scelta di Bertinotti candidato leader e non mi è piaciuta per nulla la campagna elettorale. La sinistra deve presentarsi con bene in mente delle chiare e rispondenti riforme ai problemi del paese con delle soluzioni precise. La prima riforma dovrà essere la riforma di stessa.
Ho definito legittima la scelta del Partito Democratico di correre da soli, meno il ricorso all'invito al voto "utile" l'ho trovato molto poco democratico. L'esito non può essere soddisfacente perchè indipendentemente dal numero di voti è nei fatti una sconfitta sonante anche per il Pd. La scelta di correre da soli era proprio motivata dallo scrollarsi di dosso la sinistra, ma sono riusciti a prendere i voti di sinistra e non a catturare i voti di centro. Se non è sconfitta politica questa...
Adesso ci aspettano 5 anni di Governo di destra e quello che mi aspetto e spero è che alcune delle riforme (criticabili, condivisibili o no) previste dai programmi elettorali siano realizzate e che Berlusconi & Co. abbiano finito con le leggi ad hoc per salvare i PROPRI interessi che NON sono quelli del Paese e degli italiani.

Sempre più bio

Si chiude un anno positivo per la filiera del biologico in Italia.
Lo rileva l’Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare (ISMEA) nei preconsuntivi del 2007 sugli acquisti domestici, che confermano, a fronte di un andamento stagnante dei consumi alimentari in generale, una forte ripresa per i prodotti biologici.
L’ISMEA è un ente pubblico economico che realizza servizi informativi, assicurativi e finanziari e costituisce forme di garanzia creditizia e finanziaria per le imprese agricole e le loro forme associate, al fine di favorire l’informazione e la trasparenza dei mercati, agevolare il rapporto con il sistema bancario e assicurativo, favorire la competitività aziendale e ridurre i rischi inerenti alle attività produttive e di mercato. Sulla vendita dei prodotti biologici ISMEA pubblica un rapporto annuale, giunto alla sua terza edizione, scaricabile gratuitamente dal sito dell’Istituto.
Secondo lo studio, il consumatore italiano guarda sempre con più attenzione i prodotti bio di qualità. In base ai dati rilevati nell’ambito dell’Osservatorio ISMEA-ACNielsen (che peraltro sono valutazioni al ribasso, visto che non includono i punti vendita specializzati), la spesa domestica per gli acquisti di prodotti biologici ha fatto segnare l’anno scorso una crescita del 10 per cento rispetto al 2006. Bene soprattutto il comparto dei lattiero-caseari, cresciuto del 9,9 per cento, e degli ortofrutticoli (+25 per cento), che insieme rappresentano il 38 per cento della spesa bio.
Il preconsuntivo ISMEA evidenzia, invece, un calo del 2,5 per cento per biscotti e dolciumi, mentre crescono di appena l’1,2 gli acquisti di uova biologiche. I dati 2007 confermano un decisivo miglioramento delle vendite anche per i prodotti dell’infanzia (+32 per cento), bevande analcoliche (+18 per cento), oli (+6 per cento) e il gruppo riso e pasta (+15 per cento). Segnano al contrario una riduzione, in linea con la tendenza rilevata nel 2007 per il prodotto convenzionale, gli acquisti di pane biologico, in calo su base annua del tre per cento circa. Positivo il dato del miele, che ha messo a segno un aumento di oltre il quattro per cento, e di salumi e carni elaborate (+20 per cento), con risultati soddisfacenti anche per gelati e surgelati, bevande alcoliche e condimenti vari.
Alla crescente offerta di alimenti bio nazionali si sta inoltre affiancando un aumento dei prodotti d’importazione. Nel 2006 il numero degli importatori è cresciuto di circa il cinque per cento, così come sono aumentati i quantitativi autorizzati e il numero delle autorizzazioni concesse. A livello internazionale il settore biologico ha raggiunto, secondo le stime più recenti, un giro d’affari al consumo di 31 miliardi di euro. Le prospettive di mercato, sulla base di quanto rilevato da ISMEA, appaiono nel complesso favorevoli: le indagini volte a misurare le attese degli operatori confermano per i prossimi due-tre anni un andamento positivo delle vendite.

venerdì 11 aprile 2008

L´auto a metano prolifica dove c´è la distribuzione

Ci risiamo. Tutto il paradosso del metano per autotrazione, che in una fase in cui il petrolio è attestato sui 112 dollari alla barile dovrebbe sfondare (dal punto di vista squisitamente economico spendendo la stessa cifra con l’impianto a metano si fanno circa 100 chilometri, con il gpl 70, con il gasolio 50 e con la benzina 40), è ben esemplificato nella doppia pagina che gli dedica il Corriere motori. «Il metano c’è, ma le auto no» dice il presidente di Federmetano Paolo Vettori, «Le auto ci sono, il metano dov’è?» replica Lorenzo Sistino, manager della Fiat, casa automobilistica tra quelle che maggiormente hanno investito sul metano per autotrazione, offrendo un buon numero di modelli bifuel.
Partiamo dai numeri: nel 2007 sono state immatricolate 59.978 auto a metano, ovvero il 143% in più rispetto al 2006 raggiungendo un parco circolante complessivo di 430mila veicoli e bisogna dar atto alla Fiat del suo impegno: la casa torinese ha venduto 49mila veicoli bifuel distanziando di molto le concorrenti (Volkswagen 6.100, Ford 2.400, Opel 1.400, Citroen 300). E a questi numeri vanno aggiunti i veicoli originariamente a benzina e trasformati a metano.
Ma se il metano ha il vantaggio di inquinare poco e di far spendere ancor meno, ha in effetti i suoi svantaggi, che partono proprio da un punto fondamentale: i distributori di metano in Italia sono circa 600 e sono distribuiti male: al sud ce ne sono pochissimi e ci sono regioni come la Sardegna e la Val d’Aosta che non ne hanno neppure uno. Dal suo punto di vista però Federmetano tocca un punto fondamentale: proprio nelle regioni più deboli è difficile investire perché il mercato è limitatissimo: «Solo per la parte tecnologica di un impianto servono 250-350 mila euro. E deve essere collocato all’interno di un distributore di benzina». Come dire se in Sardegna non ci sono macchine a metano come faccio a investire per costruirci un impianto?
Il classico dilemma dell’uovo e della gallina si ripropone in tutto il suo paradosso, anche perché la questione fondamentale è proprio quella di indirizzare il mercato verso il metano. Chi può farlo? Ovviamente solo chi governa e determina gli indirizzi di un Paese. Come farlo? Sicuramente non soltanto puntando agli incentivi agli automobilisti (che ci sono e che sarebbero sufficienti da soli a convincere un automobilista del nord Italia a passare immediatamente al metano): in determinate regioni invece il metano non si svilupperà mai senza un intervento del potere locale, così come un grosso contributo sarebbe quello di dare finalmente il via libera all’erogazione self service insieme agli altri carburanti, come avviene già in Germania e Austria. In questo modo l’allargamento della rete subirebbe un’accelerazione fortissima, e di conseguenza anche quello dei veicoli a metano. La politica che fa? Qualche proposta di legge spot, viene ammucchiata in ogni legislatura nelle cose da fare e regolarmente seppellita dalla polvere, spesso alzata dalle lobbies dell’industria petrolifera. Finché ce n’è (di petrolio e di soldi per fare il pieno di benzina).

giovedì 10 aprile 2008

Expo: un’occasione per fare cosa?

Come ci ripetono i suoi più decisi sostenitori, il progetto dell’esposizione universale che coinvolge la regione padana centrale che fa capo a Milano si è imposto per la forza delle sue idee. Che riassumendo riguardano:
Qualità e certezza dell’alimentazione, cibo sano e acqua potabile;
Eliminare fame, sete, malnutrizione che colpiscono oggi 850 milioni di persone;
Prevenire le nuove malattie sociali, obesità, patologie cardiovascolari, tumori;
Innovare la filiera alimentare, le caratteristiche nutritive, conservazione e distribuzione;
Favorire nuovi stili di vita;
Valorizzare la conoscenza delle “tradizioni alimentari”.
Salta immediatamente all’occhio, la quasi totale corrispondenza di questi temi con il dibattito che, non certo solo negli ultimi anni, attraversa le discipline territoriali, in particolare – ma non solo - quello relativo al contenimento del consumo di suolo e sulla critica al modello dell’insediamento diffuso.
Tutte queste idee, che hanno determinato il successo dell’opzione centro-padana per l’Expo, sono ad esempio ben rappresentate anche nella composizione del comitato scientifico: basta pensare a Carlo Petrini, che non da ieri attraverso Slow Food promuove un coerente approccio al territorio e all’ambiente, o a Claudia Sorlini, il cui curriculum di ricerca tocca anche importanti studi sul rapporto fra società e insediamenti.
Non mancano nemmeno, nel dibattito recente e in corso, diffusi e importanti contributi sui temi territoriali e ambientali evocati dall’esposizione: dalle ricerche sui rapporti fra urbanizzazione e agricoltura nell’area vasta, a quelle sul consumo di suolo e introduzione di meccanismi anche normativi in grado di contenerlo al massimo, infine ai temi affrontati dalla pianificazione di coordinamento, con la grande attenzione alla continuità e tutela dei corridoi ecologici e dei sistemi ambientali a scala metropolitana.
Fin qui, gli aspetti positivi, evidentemente quelli che hanno determinato il successo del progetto, e che favoriranno un grande afflusso di risorse in grado, come si afferma, di “rilanciare Milano”.

Resta però più di una perplessità, pur senza negare l’evidenza di quanto riassunto sopra: quale sarà in effetti l’orientamento di questo “rilancio”? La storia recente non propone ottimi esempi da questo punto di vista. Gli eventi speciali, come i Mondiali di calcio o il Giubileo, anche senza guardare a contraddizioni o distorsioni (certo quasi inevitabili viste le dimensioni degli interessi mobilitati) si sono caratterizzati prima, durante e dopo, come occasioni perse sul versante di una trasformazione virtuosa e complessiva delle città e delle infrastrutture. Le procedure speciali attivate per queste occasioni hanno funzionato solo per accelerare interventi isolati e puntuali, spesso discutibili nel metodo e nel merito, senza configurarsi – come invece accaduto in altri contesti europei e non – come attuazione di un disegno globale, nel quale l’occasione si inserisce organicamente in quanto tale.
Sempre per non parlare appunto del fatto che, come ha osservato Luigi Scano, storicamente questo genere di eventi nel nostro paese “viene visto come una nuova occasione per riproporre un vecchio e adusato gioco: prendere le mosse da una circostanza "straordinaria" per attivare ingenti investimenti, totalmente o prevalentemente pubblici, essenzialmente nel comparto delle opere edificatorie, assumendo l'urgenza e la ristrettezza dei tempi disponibili, l'assenza di coerenti e funzionali previsioni sedimentate negli strumenti di pianificazione e di programmazione, e anche la farraginosità (presunta, e anche reale) delle ordinarie disposizioni di merito, le carenze dei sistemi decisionali politici e delle amministrazioni, come ragioni per sospendere l'efficacia del maggior numero possibile di regole”.
A Milano e nella sua regione urbana, anche le ultime evoluzioni in termini di dibattito sul futuro del territorio sembrano andare in una direzione diametralmente opposta: sia dal punto di vista del coordinamento di area vasta, sia nel merito specifico dei temi sollevati dall’Expo.
Basta pensare al recente scontro, ancora non risolto, sul ruolo dei Parchi nel sistema insediativo regionale. Dove le stesse istituzioni che hanno promosso e sostenuto il grande progetto dell’Esposizione, si sono fatte esplicitamente portatrici di un’idea quantomeno contraddittoria. Nell’ordine: il Comune di Milano che considera la cintura agricola metropolitana una interferenza nei propri programmi di espansione urbanistica, anziché un indispensabile polmone per un sistema insediativo fra i più congestionati d’Europa; la Provincia, che recentemente (e proprio in relazione anche se indiretta con l’Expo) con una discutibile procedura ha avallato “in via eccezionale” proprio uno dei grandi progetti di espansione del comune capoluogo in area agricola, realizzando forse i presupposti per nuove pressioni in questo senso; infine la Regione, che con una proposta di modifica alla Legge sul territorio voleva e forse ancora vuole estendere a tutti i comuni la possibilità di modificare i confini di un Parco a vantaggio dell’espansione urbana, anche quando l’Ente parco si oppone. Oppure, a dimensione più vasta, ma non meno direttamente connessa alle medesime tematiche, il recente emergere della contraddizione fra la grande crisi dell’hub aeroportuale di Malpensa, e il parallelo moltiplicarsi di scali locali (e relative infrastrutture e insediamenti di servizio) in territori che competono l’uno con l’altro, e in assenza di una seria programmazione attenta, ancora, al contenimento dei consumi di suolo, alla tutela delle risorse naturali, al mantenimento delle reti ecologiche e dei grandi sistemi agricoli padani.
Tutto questo, anche indipendentemente dalle scelte di merito, entro un contesto culturale e politico che da molti anni appare interpretare spesso (se non sistematicamente) l’interesse generale come somma di interessi particolari, e coerentemente a questo approccio il piano come somma di progetti, come dimostrano le vicende recenti e meno recenti di enormi trasformazioni urbanistiche, che hanno sconvolto e radicalmente trasformato l’assetto della città centrale e dell’intera area metropolitana (ultimo, il “recupero” degli spazi della Fiera coi discutibili e molto discussi grattacieli) sulla base di puri interessi privati, e in assenza di una cornice generale, vista la mancanza di un piano regolatore cittadino aggiornato.
Guardando gli schizzi dell’insediamento dell’Expo 2015 pubblicati in questi giorni sui quotidiani, possono anche tornare alla mente le diversissime, ma in fondo analoghe, immagini in bianco e nero di un’altra esposizione mondiale, quella di New York di fine anni ’30, dove la General Motors organizzò il padiglione di maggior successo, intitolato Futurama.
Nelle immagini, plastici, nel percorso “a giostra” proposto ai milioni di visitatori che si precipitarono quell’anno alla fiera, le immagini del futuro: autostrade, torri scintillanti, villette con lo steccato bianco, centri commerciali, e naturalmente tante automobili di tanti modelli diversi a fare da collante al tutto. All’alba del XXI secolo, sappiamo quali sono stati gli sviluppi di quel Futurama, al punto che si moltiplicano non solo le critiche al modello insediativo-ambientale diffuso e ad alto consumo energetico dello sviluppo suburbano (ormai esportato ovunque) che quelle immagini deliberatamente auspicavano, ma anche a livello legislativo in tutto il mondo aumentano i tentativi di disincentivare quel “sogno”. Le idee che hanno determinato la scelta di Milano, sembrano andare proprio in questa direzione: riusciranno davvero ad affermarsi nelle pratiche, oppure resteranno affermazioni di principio? La sfida, per l’ambiente e il territorio, è naturalmente ancora aperta, ma resta tutto da vedere in che modo si schiereranno i protagonisti. Come si dice, la speranza è l’ultima a morire.

mercoledì 9 aprile 2008

Ci mancava solo il caffé in lattina

Quanti rifiuti produciamo sorseggiando un caffè al bar? Pochi, se si considera che la tazzina e il cucchiaino saranno lavati e riutilizzati, che il caffè già macinato o da torrefare arriva al barista in grossi sacchi che minimizzano l’imballaggio e che il residuo da buttare è compostabile e riciclabile abbastanza facilmente. Anche bevendolo in casa il contributo alla produzione di rifiuti è pressoché minimo, salvo l’imballaggio che in questo caso è a misura di famiglia (un chilo). Va un po’ peggio con gli apparecchi che hanno invaso uffici e scuole: il caffè piove direttamente in un bicchierino di plastica che anche volendo, non essendo un imballaggio, non potrà essere riciclato perché non riconosciuto dal sistema Corepla (ma basterebbe, anche in questo caso, portarsi da casa una tazzina e sciacquarla ogni volta subito dopo l’uso). In più nel calcolo dei caffè da distributori automatici c’è da aggiungere la paletta e quasi sempre anche la cialda in plastica (ma fortunatamente esistono anche le cialde in carta, che consentono quindi di compostare il tutto).
Fin qui, con mille varianti e mille packaging diversi, lo stato dei fatti. Ma poi c’è la ricerca, grazie alla quale dovremmo in teoria migliorare la qualità dei prodotti e auspicabilmente - se si assumono con consapevolezza gli studi scientifici sui cambiamenti climatici e sulla finitezza delle risorse che abbiamo a disposizione – migliorarne anche l’efficienza, sia dal punto di vista dei flussi di materia che di energia, intervenendo per esempio sui processi produttivi.
Quattro anni di ricerche alla Illy, vanto del made in Italy, hanno partorito in collaborazione con Coca Cola, il caffè in lattina, che non può essere molto di più di una raffinazione dei beveroni marroni degli americani (quasi sempre in bicchieri/tazze usa e getta) che come italiani abbiamo sempre aborrito. Ma lasciamo da parte il gusto e la qualità: «un prodotto – spiega il presidente Andrea Illy - che intercetti quei consumatori che si muovono veloci e richiedono ‘prodotti chiavi in mano’ come il caffè già pronto».
Consumatori tanto veloci quindi, che in molti casi non avranno neppure il tempo (la cultura) di andare a gettare la lattina (che è riciclabile quasi al 100%) in un cassonetto differenziato, quando non la abbandoneranno direttamente a terra. Il risultato in ogni caso è uno solo : produrremo molti imballaggi di più e quindi molto rifiuti ancorché riciclabili che prima non c’erano, almeno in Italia (ricordiamo che qualsiasi processo di riciclo ha un costo e residua altro materiale).
Nulla di strano ovviamente, visto che il mercato se non indirizzato alla sostenibilità, va sempre nella solita direzione: innovazione di prodotto finalizzata a vendere di più e solo raramente a risparmiare (forza lavoro prima di tutto, energia in secondo luogo, materia in rarissimi casi).
Si va in direzione opposta, quella della sostenibilità, quando conviene soprattutto dal punto di vista dell’immagine. E come abbiamo detto più volte, è già qualcosa. Come nel caso del gruppo di supermercati Crai, che proprio oggi inaugura a Melito (Napoli) il 13° EcoPoint Crai - la spesa sfusa nel rispetto dell’ambiente, che vista l’emergenza rifiuti, é destinato a divenire, nelle intenzioni del Socio Crai Nocera Bros, il primo di 20 EcoPoint nel Napoletano e in tutta la Campania entro il 2009.
«Tutti noi - ha detto Pasquale Nocera, uno dei soci del Gruppo Nocera - dobbiamo essere responsabili davanti a questa situazione e noi della distribuzione siamo chiamati ad attivarci fra i primi. Per questo, come piccolo ma significativo segnale, abbiamo abbracciato il progetto EcoPoint, che non solo contribuisce alla riduzione dei rifiuti da imballaggi, ma porta anche al consumatore un grande vantaggio in termini di risparmio economico».
L’EcoPoint infatti offre la possibilità di acquistare sfusi prodotti che oggi esistono solo confezionati, quali caffè, cereali, pasta, riso, caramelle, legumi, spezie, frutta secca, andando così a ridurre l’impatto ambientale, generato oggi in Italia da più di 12 milioni di tonnellate di imballaggi, destinate in gran parte a trasformarsi in rifiuti.
Al successo dell’EcoPoint, un enorme giocattolo carico di leve, che erogano a vista multiformi e variopinte prelibatezze, contribuiscono anche altri fattori. Al di là del puro aspetto ludico, permette al consumatore di acquistare solo la quantità desiderata, utilizzando per il trasporto sacchetti di un materiale innovativo certificato, compostabile e biodegradabile, che possono essere utilizzati successivamente o smaltiti senza impatto ambientale. Si ottiene così una riduzione degli sprechi e del packaging, che si traduce in un risparmio energetico ed economico anche per il consumatore; privata infatti della “tradizionale confezione a perdere”, la merce può costare fra il 20 e il 70% di meno.
Un dato molto importante viene da una ricerca sul campo del 2007, da cui risulta che chi compra all’EcoPoint fidelizza il proprio acquisto nel 94% dei casi, spinto non tanto e non solo dalle valenze ambientali, ma trovandolo utile (può comprare solo la quantità desiderata) e conveniente. Già ora posto lo spostamento di una maggiore attenzione sui danni causati e causabili all’ambiente dagli imballaggi, l’EcoPoint sta spingendo il consumatore verso un tipo di spesa più consapevole e responsabile.
Quanto si diffonderanno nei prossimi anni iniziative del genere nel mondo della distribuzione? «Crai è una società cooperativa – ci spiegano dall’ufficio stampa – e ogni supermercato deve investire del proprio per aprire un Ecopoint. Certo se le Regioni che spesso promettono di voler ridurre la produzione dei loro rifiuti, attivassero forme di incentivazione, tutto sarebbe molto più semplice…».

E' nata Flavia

Ieri sono diventato ancora più zio di quanto non lo sia già grazie alla nascita della mia nipotina Flavia.
Sono già zio grazie ai miei due cognati che mi hanno dato due nipotini a testa, in ordine di arrivo Simone, Andrea, Sara e Alessia. Flavia è invece la prima figlia di mia sorella e per seguire l'abitudine delle sue cuginette Alessandra e Francesca ha deciso anche lei di anticipare l'uscita di ben 20 giorni.
Spero per loro in futuro bellissimo e in un mondo che mi impegnerò a rendere o quanto meno (in una visione pessimistica) mantenere vivibile.

martedì 8 aprile 2008

Le banche all’assalto

Le stime del FMI delineano un rallentamento della crescita a livello globale, le ipotesi di aggravamento della crisi dovuta agli effetti dei subprime si sono dimostrate più che attuali, le problematiche relative all’aumento del costo delle materie prime e al loro andamento ciclico, con effetti sull’inflazione, sono pesantemente in atto, eccetera.
Eppure nessuna di queste preoccupanti variabili sembra attenuare minimamente il grande interesse delle banche internazionali a investire in Africa. Perché?
Molte attese sono concentrate sul fatto che il sistema finanziario dei singoli stati africani sta ricevendo una quantità rilevante di crediti d’aiuto da parte soprattutto della Cina (allo stesso tempo erogatrice di crediti ai governi e ai primi posti negli investimenti produttivi) e in misura minore dell’India e che questi stessi sistemi non sono in grado di gestirne i movimenti e gli utilizzi conseguenti, e quindi anche le banche internazionali, sempre più presenti sul territorio con le loro filiali, potranno usufruire di margini non indifferenti di intervento in termini di servizi e di investimenti finanziari correnti, guadagnandoci molto.
La vera ragione però del grande interesse delle banche, sia nazionali che internazionali, è prevalentemente un’altra ed è legata all’andamento crescente, in questi ultimi anni, del prezzo delle materie prime e delle commodities africane, quasi in ogni settore merceologico.
Molto diverse le modalità, gli interessi e la visione operativa delle banche nazionali e di quelle estere, con conseguenze non irrilevanti sullo sviluppo e la crescita economica.
Le prime si trovano nella inconsueta condizione di avere una liquidità molto consistente dovuta alla partecipazione diretta o alle entrate indirette derivate dal buon andamento del settore delle esportazioni. Che fare di questa liquidità è il vero problema delle banche nazionali. In primo luogo perché l’economia locale non è sempre in grado di assorbire questa sovraliquidità e allo stesso tempo, in un circuito perverso, le banche non sono capaci o non se la sentono (o perché sono luoghi di corruzione) di stimolare il settore privato per fare in modo che possa utilizzare al meglio tutta questa disponibilità di danaro. Va da sé che questa debolezza strutturale delle banche nazionali viene utilizzata da quelle internazionali per drenare liquidità direttamente dagli esportatori e utilizzarla per investimenti all’estero, ovvero qui da noi e in genere nei paesi OCSE o in Cina.
Nei paesi esportatori di petrolio, che negli ultimi tre anni hanno visto crescere enormemente le entrate in valuta pregiata, si assiste ad un proliferare di attività bancarie internazionali e di agenzie finanziarie, di fusioni, incorporazioni, ampliamento delle reti e degli sportelli, a cui non si assisteva da tempi lontanissimi.
Ma cosa significa in termini più radicali l’emergere di questa situazione? Significa che stiamo assistendo ad una duplice forma di sfruttamento, al limite del paradossale, se non fosse drammatica e gravida di conseguenze negative per milioni di persone. La prima fase consiste nello sfruttare le risorse naturali e umane proprie dei singoli paesi, utilizzando lo strumento dello scambio ineguale e dei prezzi iniqui, delle barriere doganali e della delocalizzazione, del controllo societario e del commercio borderline. La seconda fase consiste nell’utilizzare speculativamente i redditi che derivano da questo sfruttamento!
Si deve poi tener conto che di fatto gli investimenti esteri nei settori trainanti in Africa avvengono prevalentemente nel segmento minerario e ancor più precisamente in quello petrolifero e dei minerali rari o strategici, tutti settori controllati a livello mondiale da multinazionali spregiudicate. Questi investimenti producono ricchezza che le banche nazionali non sanno utilizzare e allora le banche internazionali li usano per facilitare investimenti esteri nei settori di cui sopra. Un circuito che si ripete senza alcuna attenzione alla creazione di autonome capacità di dar vita ad attività produttive in ambito agricolo, industriale dei servizi.
Certo è comprensibile che il finanziamento di attività private, fuori dall’ambito delle risorse minerarie o di alcune commodities agricole, non sia considerato molto appetibile dalle banche nazionali per la scarsa redditività prevedibile e per i rischi sempre connessi a questa forma di investimenti, ma la maggiore liquidità dovrebbe invece indurre un circuito virtuoso che, riducendo i rischi degli imprenditori, consenta di realizzare maggiore sviluppo produttivo e quindi maggiori risorse per l’autofinanziamento.
Non ce che da auspicare che sia questa la dinamica delle nuove ricchezze finanziarie “africane”.

lunedì 7 aprile 2008

Riscoprire i legumi

Sarebbe ormai l’ora di riscoprire davvero i legumi. Alimenti che hanno visto diminuire gradualmente il loro consumo da parte dell’uomo nel corso del novecento, soppiantati da altri più veloci da preparare, più desiderati, più pubblicizzati. Se i piselli sono un contorno gradito (ma sempre surgelati, anche quando la primavera offre quelli freschi, dal gusto ineguagliabile), i fagioli resistono abbastanza, ma i ceci sono spesso considerati troppo problematici da digerire e le fave si dimenticano facilmente.
Le lenticchie, poi, sono spesso relegate a contorno del cotechino a capodanno! Eppure dobbiamo recuperarli, perché è essenziale per la nostra salute diminuire il consumo di proteine animali a favore di quelle vegetali, aumentare il tenore di fibre di cui i legumi sono ricchi, approfittare dei bagagli di vitamine e sali minerali che questi semi apportano.
Oltre che preferibile dal punto di vista nutritivo, partire dai semi conservati è un modo per risparmiare moltissimo. Anche i legumi secchi da agricoltura biologica, sempre più presenti venduti con il marchio dei singoli supermercati, hanno prezzi abbordabili. Sarebbe bene, comunque, utilizzare sempre legumi dell’anno, perché con il passare del tempo le bucce tendono a indurirsi.
Un accenno importante dev’essere riservato all’ammollo preventivo. Spesso viene effettuato semplicemente per abbreviare i tempi di cottura, senza pensare che i legumi sono semi, ancora germogliabili. E nelle ore passate nell’acqua avvengono innumerevoli trasformazioni. Le sostanze indesiderabili, come alcuni zuccheri complessi che favoriscono il gonfiore addominale, si riducono; aumentano, invece, le vitamine, prodotte dalla piantina che incomincia a svilupparsi dalle riserve del seme. Anche le proteine cominciano a modificarsi, risultando, poi, più digeribili.
Insomma, alla fine della giornata (o delle ore, per semi piccoli come le lenticchie) di ammollo, troveremo non più il seme in stato di “sonno” che avevamo lasciato, ma una nuova piantina che si sta organizzando nelle sue funzioni vitali. Si raccomanda, poi, di non aggiungere bicarbonato né nell’ammollo né nell’acqua di cottura: rende le vitamine più instabili al calore. Piuttosto, per far diventare le bucce morbide conviene salare a fine cottura o aggiungere un goccio d’olio.
Per quanto riguarda la cottura, l’ideale è aver pazienza: il metodo migliore è cuocerli a fuoco lento, dando loro tutto il tempo necessario. È evidente che una cosa del genere se la può permettere qualcuno che è a casa, magari nel fine settimana. E allora, per poter ottimizzare il tutto, l’ideale è cuocere almeno 500grammi di legumi alla volta e, una volta cotti, valutare quanto si consumerà subito e conservare il resto in barattoli riciclati di vetro.
Bisogna utilizzare barattoli e tappi puliti, riempirli dei legumi bollenti con la loro acqua di cottura, chiuderli bene e capovolgerli subito, perché si sterilizzi anche la parte alta del barattolo; una volta freddi, vanno tenuti in frigo, dove possono conservarsi per qualche settimana.
I legumi hanno molte proprietà salutistiche. Non è possibile, però, sorvolare su un problema che porta molte persone a limitare se non a escludere questi prodotti dalla propria tavola: il gonfiore intestinale. I legumi contengono zuccheri particolari che non sono assorbiti dall’intestino, ma che vengono facilmente fermentati dai batteri intestinali, con formazione di gas. Il gonfiore dipende da quanti legumi sono stati consumati in un pasto, ma è anche vero che gli effetti negativi sono più intensi nelle persone che li usano solo occasionalmente.
Nei consumatori abituali si crea un adattamento della flora batterica intestinale che rende meno importante il problema. Esistono, poi, anche pratiche di cucina utili nel diminuire questi effetti fastidiosi. Innanzitutto non si deve dimenticare l’ammollo preventivo dei legumi secchi. Altra regola è utilizzare erbe carminative, che cioè limitano la formazione di gas nell’intestino. Possono essere aggiunte all’acqua di cottura alloro, rosmarino o semi di finocchio. A fine cottura aglio, timo, santoreggia, cumino o anche prezzemolo, secondo la ricetta.
Il consumo giornaliero di una porzione di fagioli secchi cotti (il conto era su mezza tazza di semi crudi) ha aiutato un gruppo di volontari a ridurre il loro livello complessivo di colesterolo in uno studio realizzato dal Servizio di ricerca agricola del Nord Dakota (Stati Uniti). I risultati, pubblicati sul Journal of Nutrition, contribuiscono ulteriormente a ritenere i fagioli dei preziosi alleati per la salute cardiaca. Lo studio ha coinvolto 80 volontari dai 18 ai 55 anni, di cui metà sani e metà predisposti a disturbi metabolici che li rendevano a rischio per le malattie cardiovascolari. Dopo 12 settimane la metà dei volontari sottoposti al protocollo riscontrava una riduzione del livello di colesterolo nel sangue, se paragonati al gruppo di controllo.

venerdì 4 aprile 2008

I posti di lavoro dei centri commerciali sono meno di quelli promessi

I posti di lavoro promessi o prospettati per l’apertura di grandi centri commerciali in Italia sono sempre inferiori a quelli creati realmente. E’ una delle risultanze di uno studio realizzato dal blog Libera Mente incrociando i dati del territorio e di altre esperienze italiane per capire quale può essere l’impatto sull’economia locale di un progetto della società Policentro Daunia srl di Agrate Brianza da realizzare a Partinico e che viene annunciato come uno dei più grandi d’Europa.
Oltre al bilancio tra posti creati e persi, dall’analisi costi-benefici e dai dati relativi ad altri centri commerciali aperti in Lombardia (province di Bergamo, Sondrio, Pavia, Cremona, Milano, Brescia), Puglia (Molfetta), Lazio (Valmontone) e Sardegna (Sestu, Cagliari) è emerso che: una buona parte dei lavoratori non vengono presi dal territorio dell’insediamento perché le aziende portano con sé personale specializzato di fiducia; spesso si segnalano alti livelli di precariato (soprattutto al sud) fra gli addetti degli outlet; il centro storico della città si svuota e si spostano le attività aggregative e di consumo verso l’outlet; l’impatto sulla viabilità locale è forte (+20-25% traffico, aumento scarichi auto in atmosfera); aumenta la pressione antropica nell’area dell’insediamento (rifiuti, consumi idrici, scarichi civili, ecc.).
L’analisi ha registrato anche ricadute positive di questi insediamenti: il generale aumento dei valori immobiliari urbani e dei valori fondiari di terreni vicini all’outlet; la necessità di aumentare la capacità ricettiva; l’aumento del gettito fiscale per il comune dove è insediata la struttura.
Nel caso di Partinico, dove si discute e si polemizza dal 2000 su questo progetto, a fronte dei 2000 nuovi posti di lavoro più 2400 legati all’indotto prospettati dalla società brianzola l’analisi di partinico.info, su dati e statistiche ufficiali trattati dall’economista Giuseppe Nobile (responsabile del servizio statistica della Regione Sicilia), hanno registrato, invece, una media ottimistica di 393 nuovi occupati, indotto incluso.
L’aspetto positivo, anche indipendentemente dal merito, dello studio allegato, è quello di affrontare in modo innovativo il tema della radicale trasformazione socioeconomica e territoriale indotta dalla grande distribuzione. Ovvero, nell’evitare l’abituale contrapposizione fra conservatorismo a oltranza e innovazione ad ogni costo, così come di norma viene proposta da stampa e comunicazione in genere: da un lato società e ambiente “locale”, dall’altro la new wave globalizzante rappresentata dai nuovi spazi della post-modernità.
Le cose non sono naturalmente mai così semplici, perché come si intuisce ogni trasformazione comporta dei costi, e ad esempio quelli per l’ambiente e il territorio sono irreversibili, hanno delle conseguenze anche sociali ed economiche di medio periodo, e via dicendo.
Ben venga, anche, questo modo innovativo e “di base” di approccio ai problemi, soprattutto per il contesto dell’Italia meridionale, sottoposto a fortissime pressioni insediative commerciali e a fronte di una debolezza culturale e istituzionale che rischia di ripetere, con impatti altrettanto devastanti, quanto già avvenuto nei casi delle opere di modernizzazione come strade, grandi impianti, complessi industriali ecc. Con la speranza di vederne ancora molti, e soprattutto di veder affiancarsi e convergere altri soggetti, come il mondo accademico e della ricerca istituzionale, o quello associativo: sia dal punto di vista della qualità, che dell’approccio, che della sua visibilità pubblica.

giovedì 3 aprile 2008

Api e pipistrelli: misteriosa peste

Benchè gli uni siano mammiferi e gli altri insetti, pipistrelli ed api hanno sempre avuto qualcosa in comune. Entrambi volano. Entrambi sono indispensabili per l’agricoltura, i pipistrelli perché combattono gli insetti nocivi (ciascuno di loro, d’estate, mangia insetti per la metà del suo peso ogni giorno), le api perché necessarie ad impollinare le culture.
Ora hanno un’altra cosa in comune: una malattia sconosciuta li uccide a migliaia, portando le due specie sull’orlo dell’estinzione. La moria dei pipistrelli è stata notata nei nordici e nevosi stati di New York, Vermont e Massachusetts, le cui caverne o vecchie miniere sono siti d’ibernazione dei mammiferi volanti. I biologi dell’Environmental Conservation Department hanno tentato un censimento in quattro grotte e miniere dello Stato di New York, e calcolano che il 90% degli animaletti che vi avevano svernato in letargo sono morti.
Li si vede uscire in pieno giorno dalle caverne, in questo scorcio d’inverno - i pipistrelli sani volano solo di notte e d’inverno dormono - e morire sbattendo le ali nella neve. I piccoli corpi appaiono anormalmente emaciati; spesso gli scienziati li hanno trovati picchiettati da un fungo e con la polmonite, ma ritengono che queste siano affezioni secondarie.
La malattia che li uccide - chiamata Sindrome del Naso Bianco - ha causa sconosciuta: virus o batterio, intossicazione da inquinamento o disordine metabolico; dieci laboratori americani stanno studiando tutte le ipotesi, ma senza esito.
Il tasso di mortalità è spaventoso: in una sola caverna presso Albany, dove erano stati contati 15.584 pipistrelli nel 2005, se ne sono trovati 6.735 nel 2007 e appena 1.500 quest’inverno.
Alcuni studiosi sospettano che un pesticida introdotto di recente per stroncare il West Nile virus (il virus del Nilo) possa essere la causa della strage, sia per intossicazione diretta sia per cause indirette, riducendo la popolazione di insetti di cui i mammiferi volanti si nutrono.
Altri gruppi stanno monitorando il comportamento degli insettivori durante il letargo nella caverne con telecamere ad infrarossi, per vedere quante volte si svegliano durante l’ibernazione, e misurare la temperatura corporea del branco.
Il professor Thomas Kunz, biologo della Boston University, ha studiato i resti dei pipistrelli uccisi dal misterioso male ed ha notato che sono anormalmente magri, mancanti del grasso - specie del cosiddetto «grasso bruno», una sorta di accumulo che si trova tra le scapole, e che fornisce l’energia per il primo volo agli animali che escono dal letargo. Le femmine, così magre, non raggiungono l’ovulazione e quindi, anche se sopravvivono, non partoriscono (nelle razze studiate, ogni femmina genera solo un figlio l’anno, il che rende più vicina la prospettiva di estinzione).
Per contro, ben poche ricerche sono state avviate e finanziate sulla strana malattia che sta facendo scomparire le api, come hanno dichiarato i proprietari di 22 apiarii di dieci Stati americani. Questi allevatori di api si trovano ogni anno in California dove portano i loro alveari durante la fioritura dei mandorli, sia per aiutare l’impollinazione che darà i frutti, sia per ottenere un miele pregiato.
Ora, scambiandosi le informazioni, hanno scoperto che il 37% delle 230.500 colonie che allevano è scomparso; l’anno precedente la perdita era stata del 30%. Pochi vedono le api morire. Apparentemente, la malattia, chiamata provvisoriamente Colony Collapse Disorder, induce un comportamento anomalo e distruttivo: le api operaie se ne volano via, abbandonando nell’alveare la regina con le larve nei favi, e non si trovano più.
«Se morissero le mucche la gente scenderebbe in piazza a chiedere finanziamenti per lo studio del male», dice Jerry Hayes, l’entomologo del Dipartimento dell’Agricoltura della Florida: «La gente crede che il cibo gli venga dalle industrie. Ma le api impollinano un terzo delle colture degli USA, che danno raccolti per 15 miliardi di dollari».
Oggi, gli apicoltori hanno portato un terzo di tutte le api americane (le superstiti) per salvare il raccolto di mandorle in California. In Florida, si attendono questi apicoltori con i loro alveari per impollinare migliaia di ettari di aranceti, frutteti vari e chiodi di garofano. E’ incerto se potranno farlo l’anno prossimo. Lo stesso vale per i pipistrelli.
«La presenza dei pipistrelli nel Texas consente ai coltivatori di cotone di salvare da un sesto a un ottavo del raccolto, perché divorano gli insetti nocivi», dice la dottoressa Elizabeth Buckles, specialista in mammiferi della Cornell University: «La morìa in corso - mezzo milione di insettivori scomparsi nel solo Vermont - avrà di sicuro effetti economici. Li constateremo la prossima stagione, come sovrabbondanza di insetti infestanti».
Tutti sospettano, a mezza bocca, che qualche intervento umano da agricoltura industriale, introdotto per aumentare la produzione, abbia sconvolto delicati e sconosciuti equilibri naturali fra il mondo animale e vegetale, vigenti da tempo immemoriale: forse i pesticidi chimici, forse le sementi geneticamente modificate, e la scienza non sembra in grado di stabilire né la causa né i rimedi.

mercoledì 2 aprile 2008

Methapu farà andare le navi a metanolo

Dopo un anno e mezzo di ricerca e sviluppo, il progetto “Validation of Renewable Methanol Based Auxiliary Power System for Commercial Vessels (Methapu - Convalida di generatori ausiliari alimentati a metanolo rinnovabile per navi commerciali) sta per iniziare i test su un prototipo di pila ad ossido solido (Sofc) a metanolo che verrà provato e testato per prestazioni ed emissioni su rotte internazionali a bordo di una nave per il trasporto di automobili.
Secondo uno dei cinque partner del progetto finanziato con un milione di euro (il 50%) dall’Unione europea, la Det Norske Veritas (Dnv), specializzata nella gestione del rischio in varie aree e opera a livello internazionale, «tutte le navi del mondo producono il 2% delle emissioni globali di anidride carbonica, tra il 10 e il 15% di ossidi di nitrogeno (NOx) e tra il 4 e il 6% di ossidi di zolfo. Le celle a combustibile rappresentano una possibile interessante soluzione al problema della riduzione delle emissioni locali e regionali. Cellule a combustibile sulle navi: sicurezza & affidabilità. Questa tecnologia, tuttavia, è ancora tutta da provare».
Il test del progetto Mathapu, spiega il bollettino scientifico dell’UE Cordis, «aiuterà a valutare la maturità della tecnologia basata sul metanolo e la sua idoneità all´uso quotidiano nel settore del trasporto marittimo. Allo stesso tempo, il test renderà possibile quantificare l´impatto ambientale a breve e a lungo termine di un sistema come questo in confronto ai sistemi convenzionali. Questi sistemi tendono ancora ad affidarsi all´energia di batterie o di generatori per fornire energia che sia autonoma dal sistema propulsivo della nave o dal sistema elettrico principale».
Per Carl-Erik Sandström, l´ingegnere della finlandese Wärtsilä che coordina progetto, «Anche se il prototipo produrrà soltanto 20 kilowatt (kW), esso potrebbe, ad esempio, essere costituito da quattro moduli da 250 kW e fornire quindi circa 1 megawatt (MW) di potenza ausiliaria. E tuttavia, prima che il sistema possa essere installato in navi commerciali, ci sono ancora alcuni ostacoli da superare, principalmente legati alla tecnologia delle celle a combustibile stessa. La cella a combustibile del tipo Sofc non ha raggiunto la stessa fase ad esempio delle celle a combustibile Pem (membrana a scambio protonico). Tra le sfide ci sono le alte temperature, poiché le Sofc generalmente operano tra i 600 e i 900 gradi. Il risultato è che la sfida è rappresentata dal far rispettare alle componenti e ai materiali queste richieste ambientali. E poi, ovviamente, la durata delle celle a combustibile e i fumaioli. Quella è la componente importante nell´intero sistema. La sicurezza operativa, comunque, non dovrebbe creare preoccupazioni. Sebbene la tossicità del metanolo e la sua trasformazione in idrogeno potrebbero creare questioni legate alla sicurezza, lui è sicuro che il sistema di ventilazione e sensori per il gas nella sala delle celle a combustibile, assieme ad altri sistemi, aiuteranno a rilevare e prevenire le perdite di gas. Il metanolo è semplicemente molto adatto per questo tipo di tecnologia. Esso è disponibile praticamente dappertutto ed è un possibile combustibile rinnovabile. Oltre a ciò, si tratta di un liquido».
Per Sandström il progetto avrà successo e le celle a combustibile verranno utilizzate in futuro non soltanto nei sistemi ausiliari di energia sulle navi, ma anche in installazioni sulla terraferma e in centrali elettriche. Nel settore marino «Potrebbero essere usate anche come energia propulsiva. Se ci proviamo, è possibile».