giovedì 31 gennaio 2008

Le cinque regole del nuovo ambientalismo

L’ambientalismo globale è contraddistinto da almeno queste cinque caratteristiche. Si occupa di tutto quanto riguarda la vita (qualsiasi forma di vita, non solo quella umana) fra il cielo e la terra. È un movimento propositivo, non negativo: ha in testa un progetto (circostanziato anche nei particolari) che si riferisce a un diverso modo d’intendere l’esistenza (anche in questo caso: umana, ma anche non umana). È assolutamente, radicalmente non violento. Nasce dal basso, si autorganizza, si diffonde a macchia d’olio: diffida delle leggi sulla partecipazione votate dalle assemblee elettive, perché ritiene che la vera democrazia sia quella del confronto, che c’è, quando tutti i soggetti che la praticano sono vitali (se no, comunque non c’è). Non è l’antipolitica, per cui avverte una sovrana estraneità, ma una forma nuova, inedita della politica; quella più vera e autentica, fatta fuori delle conventicole e del Palazzo.
Quando uno di questi punti non c’è o stenta a manifestarsi o è appena in embrione, allora siamo in presenza di fenomeni collaterali o deviati o degenerati. Vorrei esser chiaro e al tempo stesso non sfuggire alle difficoltà. Le manifestazioni popolari in Campania di questi giorni sono un’altra cosa. Anche lì, però, la «deviazione» e la «degenerazione» non vengono dal basso: vengono dall’alto. Una troppo lunga carenza dei poteri istituzionali produce mostri: ragioni innegabilmente legittime si mescolano a metodi inaccettabili; oppure: anche quel che c’è di giusto, - e io penso che ce ne sia, - appare deformato dall’insopportabile emergenza, non se ne riconosce più la fisionomia originaria.
Dunque (per così dire), sesta caratteristica: il neo-ambientalismo è profondamente autonomista; ma invoca al tempo stesso che tutte le istituzioni svolgano appieno e seriamente i loro compiti e funzioni. Si potrebbe dire: meno Stato - meno controlli, meno inter-mediazioni, meno trattativismo lobbistico e affaristico - nel libero gioco del confronto democratico; ma più Stato - almeno più controlli, più tutela, più verifiche e più progetto - nella gestione della cosa pubblica. Personalmente ritengo che la sfera dei cosiddetti «beni comuni» non possa esser lasciata all’arbitrio e all’improvvisazione di qualsiasi forma di localismo e di particolarismo. E ritengo che l’ambito di tale sfera debba essere allargato rispetto all’uso comune: progettazione e utilizzo del «territorio», ad esempio, vanno considerati parti di tale sfera.
Penso che i politici, generalmente parlando, si rendano poco conto - salvo qualche eccezione - della portata di tali fenomeni (al di là, come spiegherò meglio più avanti, delle sproloquiate e vane dichiarazioni di principio). Questo è un errore grave, di cui non vorrei ci si rammaricasse, come sovente accade, solo di qui a dieci anni. Poiché amo parlar chiaro, non negherò che in questo movimento, che ormai conosco piuttosto bene, ci siano tentazioni di luddismo ambientalista. Il luddismo, del resto, è presente in ogni movimento vitale (come la storia originaria di quello operaio ha dimostrato). Al luddismo il neo-ambientalismo reagisce per conto suo, cercando di tener puntigliosamente insieme le cinque caratteristiche elencate in esordio. Se però manca la sesta, - e questa non dipende da noi, - il luddismo ambientalista potrebbe apparire, persino a un individuo ragionevole, l’unica strada da percorrere.
Da quest’ultimo punto di vista la situazione in Italia appare duplice, anzi fortemente divaricata, anzi, meglio, schizofrenica. Da una parte, infatti, sarebbe ingeneroso non riconoscere che i Ministeri più direttamente competenti (Beni Culturali e Ambiente) stiano tentando di muoversi nella direzione giusta. Dico: stiano tentando, poiché le macchine, di cui essi sono i terminali, sono vecchie, deluse, sguarnite e insufficienti. Qualche tempo fa, su queste colonne (15 novembre 2007), Francesco Rutelli ha dichiarato che «ci troviamo di fronte a un fallimento generale»: affermazione non da poco per un Ministro della Repubblica, dai toni generalmente moderati. E ha indicato in un nuovo Codice dei Beni culturali e del Paesaggio, che si sta preparando, la vera e propria Carta costituzionale cui fare riferimento in futuro per risollevarsi da tale «fallimento» (lo aspettiamo con ansia).
Dall’altra, l’Italia è sommersa da un vero e proprio tsunami di villettopoli, opere e progetti inutilmente faraonici, uno spregiudicato (ai limiti o al di là del Codice penale) uso del territorio e del paesaggio a fini speculativi. In questo paese il conto economico, e il modo di calcolarlo, sono sempre incerti. Se però d’una cosa v’è certezza, è che il nostro territorio - il «paese Italia» - è il bene più prezioso che possediamo, da sempre. E dovrebbe essere per sempre. Invece ce lo stiamo svendendo agli angoli delle strade come dei «magliari» impazziti.
Gli esempi occuperebbero pagine e pagine di questo giornale. Per farmi capire, ne userò uno solo: quello, a mio giudizio, in questo momento più clamoroso e più urgente. A Nord di Roma, verso Grosseto, Livorno e Pisa, corre una grande strada statale, la numero 1, l’Aurelia. Nel tratto Civitavecchia-Grosseto (che interessa il nostro discorso), essa potrebbe essere allargata, migliorata, ingrandita, «messa a norma», come dicono i tecnici (esiste un progetto in tal senso, non di una conventicola di scalmanati neo-ambientalisti, ma dell’Anas). No: la Regione Toscana - del tutto autolesionisticamente, dal suo punto di vista, se non c’è qualcosa che non capiamo - si è intestardita a chiedere che sul medesimo percorso, e dunque letteralmente affiancata alla statale Aurelia, venga costruita ex novo un’autostrada. Il prezzo sarebbe lo sventramento e la definitiva liquidazione di una delle zone più belle e conservate d’Italia, la zona meridionale della Maremma.
Il centro-sinistra dovrebbe, su una questione come questa, sottoporre ad analisi la propria schizofrenia, E discutere, in seno al Consiglio dei Ministri, come «affiancare», - per modo di dire, - il «fallimento generale» denunciato dal ministro Rutelli e la decisione di proseguire in grande stile per quella medesima strada.
Mi si dice che il ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro sia favorevole alla pressante richiesta della Regione Toscana. Non ci posso credere. Anzi, non ci credo, punto e basta. Ai tempi di Mani Pulite - anzi, proprio agli albori di quella straordinaria azione giudiziaria - pochissime voci si levarono a sostenerla. Antonio Di Pietro non può ignorare che sono le stesse che oggi chiedono d’impedire lo scempio della terra maremmana. Che differenza c’è in termini etico-politici tra il malaffare di alcuni politici e l’assassinio perennemente irrimediabile d’un territorio?
Pare a me che il secondo sia peggiore del primo. Se c’è un rischio di catastrofe, - catastrofe ambientale, intendo, ma, anche in questo caso, appunto, etico-politica, - meglio adottare soluzioni più modeste, più ragionevoli, più a misura d’uomo. Altrimenti il circolo perverso non si spezzerà mai (e questo vale, ripeto, per altri diecimila casi, il che riporta alle dimensioni gigantesche del problema).

Fonte: La Repubblica - Alberto Asor Rosa

Il “nuovo” solare

Sono una quindicina gli esperti che, sotto la direzione del premio Nobel per la fisica Carlo Rubbia, lavoreranno allo sviluppo del solare termodinamico in Italia. Il compito della task force sarà quello di formulare proposte per lo sviluppo, l’installazione e la diffusione degli impianti, coordinare le attività previste dai protocolli sottoscritti con le regioni e predisporre un piano pluriennale di ricerca e di sviluppo che coinvolga università e centri di ricerca così come il settore privato.
I primi progetti pilota per impianti destinati alla produzione di energia solare sono già stati prenotati. Calabria, Lazio e Puglia hanno infatti sottoscritto i protocolli d’intesa con il ministero dell’Ambiente, candidandosi così ad ospitare le future opere che andranno ad aggiungersi al primo esperimento avviato in Sicilia.
L’Italia, dunque, si butta a capofitto sull’energia solare e, in aggiunta al fotovoltaico, già distribuito sul territorio nazionale, punta al termodinamico a concentrazione. Questa “nuova” tecnologia, utilizzata con successo da Spagna e Stati Uniti, concentra i raggi solari attraverso dei lunghi tubi di specchi concavi permettendo così di raggiungere le temperature, tra i 400 e i 500 gradi, necessarie per surriscaldare dei fluidi speciali. I vapori che ne derivano alimentano una turbina in grado di garantire la produzione di energia anche di notte o con il cielo coperto, grazie al fatto che la centrale mantiene il calore per un lungo periodo di tempo. Per il momento non sono ancora state identificate le aree in cui avviare la sperimentazione; quel che è chiaro è che la scelta dovrà ricadere su aree degradate, da recuperare o da bonificare, non certo su terreni agricoli e fertili.
Obiettivo dell’intera manovra è arrivare a realizzare dieci centrali da 50 Megawatt sul territorio italiano e diffondere poi il solare termodinamico in Nord Africa. Aspetto, quest’ultimo, che rientra nell’ambito di un progetto già avviato in collaborazione con Germania, Spagna e Tunisia.

mercoledì 30 gennaio 2008

Enea presenta le reti intelligenti di eco-edifici

Un sistema integrato intelligente di eco-edifici collegati in rete fra loro, con tecnologie innovative per ridurre i consumi di energia e di CO2 e abbassare i costi della bolletta. Questa in breve l’idea di progetto cosiddetto “distretto energetico” proposto dall'Enea e presentato a fine dicembre durante il convegno “Dall’ecobuilding al distretto energetico: ricerca e governance verso nuovi modelli di sviluppo”. In altre parole si tratta della chiave tecnologica per realizzare efficienza, dove gli ecobuilding potrebbero diventare i nodi delle cosiddette “smart grid”, le reti intelligenti del futuro.
“Il progetto sviluppato dall’Enea”, ha detto il Presidente, Luigi Paganetto, “vuole incentivare l’efficienza energetica, lo sviluppo di tecnologie legate alla produzione di energia a basso impatto ambientale, il trasferimento e la collaborazione con il sistema imprenditoriale per una maggiore competitività e favorire un incremento dell’occupazione a livello locale. Anche nel nostro Paese va diffusa, come nel Nord Europa, la cultura dell’autoproduzione di energia nell’edilizia a partire dall'uso delle fonti rinnovabili”. “La ricerca è essenziale anche per la costruzione degli edifici - ha detto Luigi Nicolais, ministro dell'Innovazione nella pubblica amministrazione presente al workshop - e l'efficienza energetica è ormai un fattore importante anche dal punto di vita economico, interessante per il compratore”. “In questo momento la logica dell'efficienza si basa sulla singola lampadina o l'infisso - spiega Mauro Annunziato, direttore dell'unità supervisione sistemi energetici del Dipartimento energia dell'Enea - noi puntiamo a mettere l'edificio in un contesto, il distretto energetico, tramite l'integrazione delle tecnologie. Il progetto si chiama Power park”. Il progetto dell’Enea contempla l’utilizzo di varie tecnologie e punta ad applicare nei diversi settori, dal residenziale all'industria, fino al terziario la migliore tecnologia per ogni situazione, e ottenere così la massima efficienza energetica.
Attualmente sono circa 15 i progetti a cui sta lavorando l’Enea “per dimostrare che un altro tipo di sviluppo è possibile, mettendo in grado un team di aziende di replicare tecnologie di sistema” ha detto Annunziato, che conclude l'obiettivo è realizzare un sogno: produrre nella nostra casa tutte le energie di cui si ha bisogno nel modo più economico ed efficiente”.

La rivoluzione in Parlamento

C'era una vignetta di Vauro l'altro giorno sul manifesto: «Prodi sen'è andato, Berlusconi non è ancora tornato. Godiamoci questo magico momento». È una battuta che rende lo stato d'animo di molti italiani.
Alla vigilia di un altro passaggio di consegne fra il vecchio e il più vecchio. La deludente seconda volta di Prodi, la (probabile) terza volta di Berlusconi, all'insegna dell'eterno ritorno. Ma esiste un modo per sfruttare davvero il "magico momento", addirittura per fare una piccola rivoluzione.
Le rivoluzioni, com'è noto, in Italia sono possibili soltanto nei brevi intervalli fra una restaurazione e l'altra. Con una dose minima di buona volontà la famigerata casta politica può usare le poche settimane che ci separano dalle elezioni anticipate per dimostrare appunto di non essere una casta e rispondere alla profonda domanda di democrazia del Paese. Sia chiaro che non si tratta di un espediente per rinviare di un anno le elezioni. Basterebbe soltanto spostarle a giugno e permettere il costituirsi di un governo istituzionale, di larghe intese, con un mandato preciso, limitato nel tempo e negli obiettivi: questi.
Prima di tutto, una riforma della legge elettorale nota come «porcata», principale responsabile del presente disastro e rinnegata, almeno a parole, dallo stesso centro destra. In modo da limitare, con un sistema o l'altro, purché condiviso dalla maggioranza, il numero dei partiti presenti in Parlamento e il relativo potere di ricatto sulla coalizione vincente.
Secondo obiettivo, la riduzione del numero dei parlamentari dagli attuali mille a seicento, quattrocento alla Camera e duecento al Senato. Si tratta di una proposta sbandierata da quindici anni in tutti i programmi elettorali, di destra e di sinistra. Per una serie di circostanze certo molto sfortunate, nessuno dei governi eletti l'ha poi messa in pratica. Se abbiamo una certezza nella vita, questa è che la riduzione del numero dei parlamentari sarà ancora al centro della prossima e imminente campagna elettorale. Ma dal momento che esiste già una teorica unanimità perché non tradurla in pratica prima e non dopo le elezioni? Sono sufficienti pochi giorni di votazioni.
Il terzo punto, logica conseguenza, riguarda la riduzione del numero dei ministeri a dodici. Prevista dall'ultima Legge finanziaria, ma destinata a finire nella fossa delle Marianne dei buoni propositi, con l'eventuale cambio di maggioranza.
Quarto e ultimo obiettivo, una correzione del cosiddetto bicameralismo «perfetto» per cui Camera e Senato, unico caso nelle democrazie occidentali, risultano doppioni l'una dell'altra.
Su questi quattro semplici obiettivi, davvero una "modesta proposta", esiste nel Paese reale una larghissima intesa di fatto che va dal Presidente della Repubblica al milione di firmatari del referendum, fino al novanta per cento dell'opinione pubblica, stando ai sondaggi.
Un accordo fra i grandi partiti può realizzarli in due o tre mesi di lavoro parlamentare. Sarebbe una rivoluzione vera, fra le tante finte e annunciate che hanno scandito il cammino della seconda Repubblica.
Sarebbe la miglior risposta al montare dell'antipolitica. Vogliamo vederlo poi Beppe Grillo radunare folle oceaniche sulla proposta del "bollino blu" sulle liste o il divieto del terzo mandato, riforme infinitamente meno importanti, radicali e popolari. Infine, è l'unico modo per svelenire in partenza un clima elettorale già gravido in partenza di volgarità, violenza, stupidità e risse da curva calcistica.
La differenza fra accettare o rifiutare questa opportunità di cambiamento si traduce, in termini temporali, in appena due mesi. Si voterebbe a giugno e non ad aprile. Sul piano culturale e politico invece corre un abisso. Un accordo pre-elettorale sulle regole rappresenterebbe un grande segnale di modernità, riformismo, civiltà.
La corsa alle urne in queste condizioni si traduce invece in una conferma del teorema antipolitico della "casta". Nella certezza che in questo Paese, chiunque vinca, non cambierà mai nulla.
Il Partito democratico è favorevole a percorrere la strada, benché in realtà punti a rinviare il voto oltre i tre mesi, fino alla primavera del 2009. Ma non dovrebbe essere difficile convincere Walter Veltroni a limitare la missione al tempo strettamente necessario. A quel punto, quali argomenti seri potrebbero avanzare i partiti del centrodestra? Berlusconi e Forza Italia strombazzano da anni, in pratica dalla discesa in campo del 1993, la ferma volontà di combattere il "professionismo della politica" e di semplificare il sistema di rappresentanza democratica. Ecco un'occasione d'oro, forse irripetibile, per tradurre infatti le chiacchiere da spot. Qui e subito. La Lega campa dagli albori sulla lagna circa "Roma ladrona". È vero che nella favoleggiata Padania il partito di Bossi ha dato vita a un sottogoverno da far invidia ai vecchi democristiani. Come del resto ha quasi ammesso con la difesa a spada tratta del diritto di Mastella e famiglia a nominare primari ospedalieri di partito. Esistono poi i casi clamorosi, se lo scandalo fosse ancora di moda in politica, di Gianfranco Fini e PierFerdinando Casini. Il leader di An è stato fra i promotori più entusiasti di un referendum che oggi vuole già buttare alle ortiche, nell'urgenza imposta dalla voce del padrone. Il capo dell'Udc è tornato all'ovile dopo aver sollevato la questione della legge elettorale per primo, ai tempi in cui faceva parte del governo di centrodestra. Per entrambi vale oggi la celebre alternativa di Totò: uomini o caporali?

Fonte: La Repubblica - Curzio Maltese

martedì 29 gennaio 2008

Fusione Nucleare - 2

Segue da: http://gianlucaaiello.blogspot.com/2008/01/fusione-nucleare-1.html

La reazione di fusione che si produce all’interno del reattore è paragonabile per potenza a quella che tiene “acceso” il Sole. Con una differenza decisiva, spiega Tesini: il reattore a fusione non provoca reazioni a catena incontrollate e quindi non c’è rischio d’esplosione.
«In caso di incidente, la reazione termina spontaneamente», laddove la reazione a catena, tipica della fissione, deve essere arrestata artificialmente. Anche da questo punto di vista, quindi, la fusione rappresenta una novità.

Ai fini della sperimentazione non si tratta solo di scatenare la nuova reazione atomica ma di ottenere da essa più energia di quanta ne serva a scatenarla. I calcoli vanno fatti con cura, sia per valutare attentamente la reale efficienza della tecnologia, sia perché teoricamente occorre una grande quantità di energia.
Di questi aspetti si occupa un altro ricercatore italiano, Ivone Benfatto, l’ingegnere che segue la fabbricazione dei sistemi per l’alimentazione elettrica di una grande quantità di impianti: dai dispositivi di raffreddamento del reattore al sistema dei magneti che consente alla reazione di svolgersi in sicurezza, dall’impianto di riscaldamento dei gas che è essenziale per la reazione all’illuminazione degli uffici. In breve, tocca a lui valutare quanta elettricità sarà necessaria. Un calcolo che deve essere accurato perché ITER è un laboratorio gigantesco, non una centrale elettrica: non produrrà energia in proprio. Al contrario, ne utilizzerà molta. «Si rischia di creare perturbazioni nel sistema elettrico nazionale francese. Per questo bisogna concordare tutto con i gestori della rete elettrica nazionale».
Il gas all’interno del reattore dovrà essere scaldato a una temperatura di 100 milioni di gradi (addirittura superiore a quelle che si registrano al centro del Sole); i magneti utilizzati dovranno essere raffreddati per mezzo di un impianto apposito; un impianto di raffreddamento più tradizionale richiederà inoltre l’impiego di pompe, che assorbono altra energia. «Da una parte ho i colleghi che seguono i singoli impianti. Dall’altra ho la rete elettrica francese». La stima relativa ai sistemi ausiliari è tra gli ottanta e i cento Megawatt, ai quali vanno aggiunti i 100-200 Megawatt per i magneti e 200-300 per l’innesco della reazione.
Numeri che dicono qualcosa solo in confronto con quelli di una comune centrale termoelettrica, che impiega tra i 50 e i 100 megawatt per restituirne un migliaio alla rete. La gigantesca sperimentazione fa tesoro dell’esperienza accumulata finora con la realizzazione di reattori in scala minore.

Sia Tesini che Benfatto si sono laureati in Italia nel 1983. Per la sua tesi di laurea, Benfatto seguì la realizzazione dell’impianto di fusione RFX, realizzato a Padova per iniziativa congiunta di Unione Europea, CNR, ENEAe università e attivato nel 1991. Tesini, invece, si è laureato a Milano ma ha lavorato direttamente all’estero, in Gran Bretagna, al progetto JET (Joint European Torus) per undici anni. Impianti simili sono stati realizzati ovunque, come il TFTR negli Stati Uniti, o il JT60 in Giappone. La novità di ITER è rappresentata soprattutto dalle dimensioni dell’impianto. Mentre i reattori sperimentali realizzati finora possono essere costruiti al centro di una grossa stanza, l’edificio di ITER è alto 24 metri, largo 30. Le reazioni avvengono entro una “ciambella” che ha oltre sei metri di raggio esterno.
«Come direbbe uno scienziato anglosassone, in questo caso size matters: le dimensioni dell’impianto sono decisive», spiega Tesini. L’effetto di scala rende le reazioni più stabili e durature. La tecnologia non si presta, al momento, a fornire un flusso continuo di energia. In vista di un’applicazione pratica del reattore in una centrale elettrica vera e propria, è decisivo studiare i tempi della reazione e l’eventuale necessità di una rete di reattori che producano energia alternandosi. Gli esperimenti di Caradache serviranno a risolvere interrogativi vecchi ormai di qualche decennio.
È in grado l’uomo di controllare una reazione così potente? Si può ricavare energia da una reazione che ne impiega così tanta per realizzarsi? In quanti modi la si può innescare?

«Oltre alla scommessa di far funzionare l’impianto – aggiunge Benfatto – c’è quella di lavorare con un metodo nuovo, in un ambiente internazionale». Sette partner significa scienziati di sette paesi diversi (se si intende l’Europa come un unico paese, altrimenti bisogna aggiungerne ventiquattro). Lingue diverse, formazioni diverse, diversi approcci ai problemi. E, come se ciò non fosse abbastanza complicato, una divisione degli appalti e delle singole mansioni che può togliere il sonno ai tecnici coinvolti: pezzi identici saranno forniti da nazioni diverse per essere assemblati nella stessa macchina.
Concepito sul finire della guerra fredda, ITER si è assegnato la missione supplementare di simboleggiare le immense possibilità della collaborazione tra i popoli. «La sfida che si gioca qui è immensa», commenta Tesini. L’impresa di ITER è stata paragonata alla Stazione spaziale internazionale, in orbita dal 2000 e frutto di uno sforzo di ricerca internazionale, ma qualcosa autorizza il paragone con la torre di Babele o la fabbrica di San Pietro.
Secondo Greenpeace, la fusione è «un sogno destinato a non realizzarsi mai». Davanti alle emergenze planetarie, l’associazione giudica aberrante e demenziale un programma da dieci miliardi di euro (la metà pagati dall’Europa) destinati a un programma di ricerca che non prevede alcun risultato concreto entro la metà del secolo: «se le fonti rinnovabili, tutte insieme, nel periodo 1992-2005 hanno visto l’11 per cento delle risorse di ricerca e sviluppo, il nucleare da fissione ha assorbito oltre il 46 per cento e quello da fusione oltre il 12 per cento».

Intanto a Caradache arrivano i ricercatori; al momento sono circa duecentocinquanta, ma ogni settimana se ne aggiungono una decina. Prendono posto in una sede provvisoria, mentre nel sito dove è prevista la costruzione dell’impianto, un terreno di proprietà della Commissione francese per l’energia atomica, sono già annunciate le operazioni di preparazione del cantiere.
Di produrre elettricità a partire da ITER si occupa intanto un altro progetto, DEMO, già pianificato da un organismo europeo (l’European Fusion Development Agreement, EFDA), mentre si affaccia la possibilità di sfruttare le proprietà del laser per provocare la fusione. Il primo esperimento del genere è stato realizzato nel 2001 da Ryosuke Kodama all’Università di Osaka. Grazie alle sue proprietà, il laser agisce a distanza e con precisione e, in questo senso, elimina una certa quantità di problemi pratici legati alla struttura meccanica del reattore. Un progetto di sperimentazione europeo costerebbe meno di un miliardo di euro. Ovvero 500 milioni di sterline visto che è uno scienziato britannico, Mike Dunne del Rutherford Appleton Laboratory di Oxford, ad aver stimato i costi di un impianto, denominato HIPER, già approvato da Bruxelles, che dovrebbe essere costruito a partire dal 2011.
Il reattore di Cadarache, invece, non sarà pronto prima del 2016. Ma c’è poco da stare a guardare: progetti simili ad HIPER sono pronti anche in Giappone e Stati Uniti.
Per approfondimenti in rete:
http://www.iter.org - Sito ufficiale di ITER
http://www.fusione.enea.it - Programma Fusione ENEA
http://www.ibf2007.org - Conferenza su ITER e opportunità per le imprese. Nizza, 10-12 dicembre
http://www.hiper-laser.org - Progetto di reattore azionato dal laser, approvato quest’anno dalla Commissione europea.

Pannolini, dal comune di Arco 136 euro per chi sceglie i lavabili

Per promuovere tra i cittadini comportamenti rispettosi dell’ambiente non bastano le campagne di sensibilizzazione. Come nel caso dell’adozione del sistema di premialità con sconti in bolletta per chi fa la raccolta differenziata, ad Arco si è deciso di incentivare l’utilizzo di pannolini lavabili con un contributo finanziario di 136 euro a famiglia.
Per una mamma che deve lavorare non è semplice dire basta ai pannolini usa e getta. La società di oggi ha reso il tempo più prezioso di quanto sia l’ambiente che ci circonda. Immaginiamo una mamma che, dopo una giornata di lavoro, prende il proprio figlio all’asilo alle sei del pomeriggio e si ritrova la sera tra ninne, pappe, cucina e giochi a lavare i pannolini? E come convincere le maestre a mettere da parti gli usati? In effetti non è semplice… ma è anche vero che i pannolini hanno un certo peso nel bilancio familiare e ambientale con la diminuzione notevole di rifiuti, quindi ben vengano i contributi finanziari per i lavabili!
L’iniziativa si svolge con la collaborazione dei rivenditori di pannolini lavabili. Il cittadino che si rivolge al venditore dovrà compilare un modulo che consegnerà all’ufficio protocollo del Comune di Arco con allegata la fattura rilasciata dal rivenditore autorizzato o la nota fiscale (con specificato il codice fiscale dell’acquirente) relativi all’acquisto di kit-base completo di pannolini lavabili tra i modelli indicati; l’ufficio ambiente del Comune verifica le domande pervenute, ed in base all’ordine di arrivo, provvede a liquidare direttamente ai cittadini il contributo pari a 136 euro.
Noi li usiamo e devo dire che a parte lo sforzo in più per lavarli, il beneficio in termini di rifiuti e economico non è male.

lunedì 28 gennaio 2008

Fusione Nucleare - 1

Il reattore sperimentale per la fusione nucleare si farà. Secondo le migliori intenzioni dei promotori, da qui a trent’anni avremo energia abbondante da impianti sicuri, che producono rifiuti poco pericolosi per l’ambiente. Chi non ci metterebbe subito la firma?

Il progetto ITER è pronto da ventidue anni ma il reattore esiste solo sulla carta. Ad ipotizzarlo nel 1985 fu Michail Gorbaciov, quando ancora era presidente dell’Unione Sovietica. Lo propose a Ronald Reagan, presidente degli Stati Uniti. All’epoca la sigla significava International Thermonuclear Experimental Reactor. Da allora sono successe tante cose ma le vicende internazionali continuano a segnare il percorso di questo progetto. Che continua a chiamarsi ITER, anche se negli anni questo nome ha perso il significato della sigla per assumere, ironicamente, quello latino di “percorso”. Lungo e articolato, c’è da aggiungere.
Oggi i partner sono sette: Unione Europea (attraverso l’EURATOM), Russia, Cina, India, Corea del sud, Giappone e Stati Uniti. Parte dei fondi per la realizzazione era stata accantonata già a metà degli anni Novanta: cinque miliardi di euro per costruire la struttura più cinque miliardi per finanziare vent’anni di ricerche. Solo nell’ottobre di quest’anno è nata la ITER Organization, un soggetto finalmente operativo, incaricato di posare la prima pietra.
Tempi lunghi anche per sciogliere la delicata questione del luogo dove far sorgere il reattore. Il Giappone aveva candidato Rokkashomura, nel nord del paese. Ma l’UE ha insistito fin dal principio con la sua candidatura: Caradache, nel sud della Francia. Proprio come alle Olimpiadi, ma senza scadenze da rispettare, più qualche imprevisto diplomatico. Il Canada aderì tra il 2001 e il 2003, anno in cui capì che non avrebbe ottenuto di ospitare il reattore. Gli Stati Uniti si erano defilati nel 1999 perché costava troppo ma sono rientrati nel 2003 dopo una revisione del preventivo, giusto in tempo per i colloqui decisivi. Il nodo della sede, infatti, giungeva al pettine proprio nel momento in cui la Casa Bianca cercava alleati per l’invasione dell’Iraq e, davanti al netto rifiuto della Francia, si alleò col Giappone. Che prese parte alla guerra di Bush ma perse il reattore: a fine giugno 2005 a Mosca i partner assegnarono la sede alla Francia col voto decisivo di Russia e Cina. Pochi mesi più tardi il giapponese Kaname Ikeda fu nominato direttore generale del progetto. Tocca a lui adesso coordinare la realizzazione di un’impresa storica: ricavare energia dalla fusione di due nuclei atomici leggeri.

Le centrali nucleari esistenti si alimentano con la FISSIONE nucleare, una reazione che divide gli atomi di elementi pesanti come l’uranio 235 e il plutonio 239. La FUSIONE è il processo inverso: consiste nella unione di due atomi leggeri in uno più pesante. Dalla reazione si libera energia. Il combustibile di partenza è una miscela di gas, deuterio e trizio, leggermente radioattiva. Sebbene si possa “fabbricarli” facilmente a partire dall’acqua, al momento il trizio può essere importato dal Canada. Lì le centrali nucleari tradizionali, a fissione, lo ottengono dall’irraggiamento dell’acqua pesante (deuterio), impiegata come refrigerante del reattore.
Come segnala Greenpeace, «è elemento di base di determinate tecnologie militari, come dimostrano i progetti di ricerca come il laser megajoule di Bordeaux». Attualmente, il gas arriva già pronto ma, in mancanza di questa possibilità, il reattore può essere alimentato con una miscela di idrogeno e deuterio e, anche in questo caso, bastano pochi litri d’acqua per alimentare un reattore.
La fusione di questi atomi semplici, parenti stretti dell’idrogeno, avviene ad altissime temperature. Per questo i gas non possono toccare le pareti del reattore ma restano confinati in una nube, chiamata plasma, creata da un potente campo magnetico. L’energia liberata dalla reazione all’interno di un corridoio circolare (detto tokamak) viene emessa in combinazione con neutroni ed elio, che sfuggono al campo magnetico e vanno a interagire con le pareti del reattore, che devono essere sufficientemente robuste. Il processo produce atomi di elio e neutroni, più una grande quantità di energia. Mentre la fissione atomica produce anche scorie sotto forma di barre di uranio altamente radioattive, nella fusione non ci sono tracce pericolose del combustibile esausto.

Per Greenpeace la nuova tecnologia «pone esattamente gli stessi problemi della fissione per quanto riguarda gli scarti radioattivi: il rischio di incidenti e proliferazione di armamenti». Come spiega Alessandro Tesini, ingegnere meccanico che si occupa di progettare la manutenzione del reattore, le scorie ci saranno, ma in misura diversa. Mentre parte del combustibile si trasforma in elio, un gas nobile che può essere catturato e venduto all’industria, «le scorie sono solo quelle associate ai processi di manutenzione e allo smantellamento finale del reattore». Quando va in pensione, presumibilmente dopo vent’anni di attività, il reattore deve essere smontato e i materiali vanno tenuti d’occhio perché emettono radiazioni. Anche durante il suo funzionamento, le parti interne non possono interagire con gli organismi viventi. Tesini si occupa proprio di progettare e realizzare gli strumenti, propriamente dei robot, che servono alla manutenzione telecomandata di quelle aree.
Bisogna aggiungere che la radioattività di questi resti è assai ridotta rispetto alle barre di uranio esauste: anche se nella fase iniziale è molto alta, si disperde nel giro di qualche centinaio di anni. Poca cosa a confronto con le scorie di uranio, che invece continueranno a “scottare” per circa diecimila anni e per questo richiedono trattamenti molto delicati prima di essere stoccate e allo stesso tempo suscitano preoccupazioni perché possono essere trasformate in testate nucleari.

Continua: http://gianlucaaiello.blogspot.com/2008/01/fusione-nucleare-2.html

Un menù a impatto zero

Il presidente francese Sarkozy ha recentemente annunciato l’etichetta “carbonio”, che deve indicare la quantità di anidride carbonica emessa per portare un prodotto alimentare sugli scaffali. I supermercati inglesi Sainsbury’s da tempo applicano l’adesivo di un “aeroplanino” sulle confezioni di frutta e verdura importate da altri continenti. In Italia è invece la Coldiretti a lanciare il progetto a "chilometri zero", con l’obiettivo di rendere riconoscibili quei negozi che utilizzano prodotti locali acquistati direttamente dalle imprese agricole. In altre parole, la parola d’ordine è avvicinare il consumatore al produttore: ridurre le distanze e i mille passaggi distributivi dei prodotti e degli alimenti che consumiamo, nutrirsi di prodotti freschi e sani che arrivano sulle nostre tavole inquinando il meno possibile l’ambiente che ci circonda, abbattere il costo di acquisto che, soprattutto se si parla di prodotti biologici, spesso è troppo alto. Sono questi gli obiettivi della cosiddetta “filiera corta”, e delle aziende e dei consumatori che sempre più si stanno avvicinando a questa realtà di consumo alimentare.
La filiera corta è un sistema dalle molte pratiche commerciali: dalla vendita diretta negli spacci aziendali ai GAS (Gruppi di Acquisto Solidali), dalla vendita su aree pubbliche, quali mercati e fiere, alla ristorazione scolastica e alberghiera. Se si pensa che i prezzi aumentano in media di cinque volte passando dal campo alla tavola, non stupisce che i sette italiani su dieci che hanno fatto acquisti direttamente dagli imprenditori agricoli giudichino la spesa conveniente, con un risparmio che va dal 20 al 30%. Secondo i dati dell’Osservatorio Agri2000, la vendita diretta degli agricoltori è un fenomeno che in Italia coinvolge circa 50mila imprese agricole a cui i consumatori si rivolgono per cercare qualità e garanzia di genuinità e freschezza. Per quanto riguarda la riduzione delle emissioni di CO2, sempre secondo lo studio di Agri2000, «consumando prodotti locali e di stagione e facendo attenzione agli imballaggi, una famiglia può risparmiare fino a 1.000 chilogrammi di anidride carbonica l’anno».
Sono tanti i fattori che in questi anni hanno contribuito al successo e alla diffusione della filiera corta. A partire dalle iniziative legate al turismo enogastronomico e di valorizzazione del territorio e delle sue peculiarità: per esempio le Strade dei vini e dei sapori o manifestazioni come la Primavera Bio e la Biodomenica, nate per promuovere la cultura e la valorizzazione del territorio italiano. Ma anche le istituzioni, sia nazionali che locali, hanno sostenuto l’accorciamento della filiera con novità legislative che consentono agli agricoltori di svolgere attività legate alla vendita dei loro prodotti – agriturismo, gestione di spacci aziendali o ristoranti, fornitura ai gruppi d’acquisto, ospitalità di gruppi e scolari nelle fattorie didattiche – e con le norme per la diffusione dei farmers market e degli spazi dedicati agli agricoltori nei mercati rionali. In Toscana, così come in Campania, gli assessorati all’Agricoltura hanno promosso la messa in rete delle aziende della filiera corta, mentre la Provincia di Ascoli Piceno e il Comune di Roma hanno istituito degli Sportelli filiera corta al servizio di produttori e consumatori.
Insomma, stanno nascendo nuove forme di incontro, scambio e collaborazione tra chi produce e chi consuma. E percorrendo la nostra lunga Italia si scoprono numerose e variegate esperienze. In tutte le regioni i produttori si stanno associando tra loro per offrire panieri di prodotti e fornire “direttamente” le famiglie, magari con la consegna a domicilio. Cassettoni, buste o pacchi famiglia sono i nomi scelti per vendere i prodotti di stagione, frutta e verdura miste a peso e prezzo fissi. Così avviene in Piemonte, Sicilia, Campania o Lazio, o ancora in Friuli e Umbria.
Uno dei volti della filiera corta è anche quello della produzione partecipata, come nel progetto dei distretti di economia solidale della Brianza, nel quale il consumatore non è più solo utente passivo ma coproduttore, che pre-acquista il suo fabbisogno annuale di pane finanziando la coltivazione del grano che servirà a produrlo.

venerdì 25 gennaio 2008

Sul mercato la prima bottiglia biodegradabile

Arriverà sul mercato quest'anno la bottiglia d'acqua minerale in mais, la prima in Europa biodegradabile al 100% che si decompone in 80 giorni senza lasciare tracce.
Conterrà l'acqua minerale Sant'Anna Fonti di Vinadio il cui titolare, Alberto Bertone, si è già distinto in altre occasioni per la sua propensione alla sperimentazione e all'innovazione.
Il materiale impiegato è il PLA (Poli Lactic Acid – Acido Polilattico) il materiale termoplastico derivato dalla fermentazione del mais già impiegato con successo nella produzione di bio imballaggi per alimenti.
Alcune migliaia di bottiglie sono già state realizzate direttamente nello stabilimento di Vinadio con la consulenza dell'azienda canadese Husky specializzata nella realizzazione di macchinari per la produzione di preforme, ovvero le provette di plastica che vengono soffiate ad alte temperature negli stampi per essere trasformate poi in bottiglie.
Notevoli i vantaggi ambientali: riduzione del 50% delle emissioni di CO2 rispetto alla produzione del PET, ampia disponibilità della materia prima, che è anche rinnovabile, totale biodegradabilità.
Per avere una dimensione del beneficio ambientale basti pensare che nel 2006 le vendite di bottiglie sono state pari a 550 milioni di unità, anche se - sottolinea Legambiente e pure io – meglio sarebbe bere l'acqua di rubinetto più controllata ed economica di quella in bottiglia.

L’integrazione deve partire dalla scuola

Aprendo i giornali, viene il dubbio che dietro alcune decisioni politico-sociali siano nascoste tremende pulsioni autodistruttive.
Nelle ultime settimane si sono lette due notizie preoccupanti:
- A Milano, il Comune (di destra) ha deciso di negare l’accesso agli asili ai figli di immigrati clandestini.
- A Roma un consigliere di un partito di sinistra ha appoggiato la richiesta di un gruppo di genitori che volevano scuolabus di quartiere separati per bambini rom e bambini non-rom.
Dimentichiamo per un momento il fatto che stiamo parlando di minori, addirittura di bambini, lasciamo perdere il cuore, l’indignazione, il senso di protezione nei confronti degli indifesi, e usiamo solo la cinica razionalità che ci fa perseguire il nostro interesse.
Quale vantaggio avrà Milano da una decisione del genere? Questi bambini saranno costretti a restare a casa, in condizioni di probabile grande difficoltà, non impareranno l’italiano, arriveranno svantaggiati a tutte le scadenze della vita: quale migliore fucina per futuri sbandati?
E il quartiere di Roma? Idem: vedrebbe scorazzare ragazzini rom rabbiosi per l’emarginazione, e resi ancor più molesti dalle dinamiche del gruppo chiuso. Eppure, a Roma una strada la stavano intraprendendo, ed era quella giusta, ovvero della presenza sugli scuolabus di mediatori culturali e volontari (anche perché stiamo parlando di bambini, non di criminali incalliti).
La scuola è il luogo in cui si realizza la vera e seria integrazione. Tra i banchi e sugli scuolabus c’è la possibilità di ridurre al minimo gli spaventosi gap di partenza. Facciamolo, se non per senso di giustizia, almeno perché ci conviene.

giovedì 24 gennaio 2008

Ti definisci un progressista ma ancora mangi carne? - 2

Segue da: http://gianlucaaiello.blogspot.com/2008/01/ti-definisci-un-progressista-ma-ancora.html

Vorrei adesso accennare brevemente alle cinque affermazioni più comuni che abbia sentito fare dai mangiatori di carne, riguardo al loro consumo di carne.

Numero cinque: "Gli esseri umani hanno sempre mangiato gli animali – è naturale".
Prima di tutto, la nostra evoluzione verso la moralità è quasi interamente caratterizzata dall'andare oltre la "legge del più forte". Potrebbe senz'altro risultare "naturale" ai potenti dominare sui poveri, ma ciò non significa che dobbiamo tollerarlo. Poi, il corpo umano non ha bisogno di carne per essere in salute – piuttosto il contrario. La carne degli animali è ricca di colesterolo e di grassi saturi, che fanno male al nostro corpo. Potremmo aver avuto bisogno di mangiare carne migliaia di anni fa, in tempo di carestia siamo stati cacciatori, ma non ne abbiamo bisogno adesso e staremmo meglio senza. Date un'occhiata a questo articolo del Dr. Milton Mills per avere maggiori informazioni sui legami tra fisiologia umana e consumo di carne. Quel che è peggio, la gente che fa affermazioni di questo tipo generalmente lo fa per giustificare il proprio consumo della solita vecchia carne che proviene dagli enormi, disumani allevamenti, dove gli animali sono ammassati in capannoni sporchi o dentro gabbie e non sono liberi di fare nulla di ciò che la loro natura richiederebbe – mai, in nessun caso (respirare aria fresca, scaldarsi sotto il sole, fare bagni di terra, organizzarsi in ordini sociali, ecc.). Alle galline ovaiole viene tagliato il becco, ai maialini viene tagliata la coda, ecc. (per favore dedicate 10 minuti alla visione di questo video Meet your meat). Mostra come il 99% dei polli e dei tacchini, il 95% del maiali e delle uova, e quasi tutta la carne di manzo e i prodotti caseari giungano sulle nostre tavole. Infine, se vi preoccupate così tanto di essere "naturali", allora pensate per un attimo al danno che state facendo al vostro ambiente naturale, mangiando carne – ogni tipo di carne. In conclusione, secondo me, non abbiamo alcun bisogno di mangiar carne, anzi vivremmo meglio senza e in più per soddisfare la nostra golosità provochiamo agli animali enorme sofferenza.
Numero Quattro: "Gli animali non sono pari agli esseri umani, quindi non dovremmo preoccuparci troppo di loro".
Spesso mi trovo in disaccordo con Peter Singer, professore di Princeton, ma in questo caso non posso che dargli ragione. Il Dr. Singer scrive, "Quando i non vegetariani dicono che 'i problemi degli esseri umani hanno la priorità', non riesco a capire cosa esattamente essi stiano facendo per gli esseri umani che li costringa a sostenere l'inutile, crudele sfruttamento degli allevamenti". Che equivale a dire: Bene, non sprecare tempo per i problemi degli animali, ma per favore non spingere gli altri ad abusare degli animali, cosa che fai quando compri pollo, maiale o altri prodotti animali. E ricorda: una dieta vegetariana è anche la dieta migliore per il pianeta, così mangia come se la salute del pianeta dipendesse da questo, e, del resto, è proprio così.
Numero tre: "Ci sono stati molti carnivori brillanti, come Picasso e Mozart, e certamente non possono essere stati nel torto."
Dubito fortemente che qualcuno possa insinuare che i vegetariani Steve Jobs, Leonardo da Vinci, Pitagora, Albert Einstein, Leone Tolstoij, Mohandas Gandhi o San Francesco siano stati geniali perché vegetariani, e non credo neanche che si possa argomentare che i carnivori abbiano raggiunto grandi traguardi come risultato della propria dieta. È interessante notare che molti studi mostrano come i vegetariani siano più intelligenti dei carnivori, ma probabilmente non è un fatto casuale; probabilmente la spiegazione è che le persone più sveglie tendono ad interrogarsi più profondamente sulla realtà delle cose, da qui la decisione di diventare vegetariani. Qui c'è uno studio del 2006 pubblicato sul British Medical Journal che dimostra che i vegetariani sono più intelligenti dei carnivori.
Numero due: "Qual è il confine? Dovremmo proteggere gli insetti? Qual è la differenza tra l'uccidere piante ed uccidere animali? Sono tutti vivi".
Il teologo, creatore di Narnia, C.S. Lewis si è fortemente opposto alla vivisezione adducendo motivazioni cristiane, ed ha fatto notare che quella domanda è senza fondamento; chi la pone già conosce e comprende la differenza tra piante ed animali. Ogni lettore proverà orrore nel pensare di dar fuoco ad un gatto oppure colpire la testa di un cane con una mazza da baseball, perché noi sappiamo che queste cose possono provocare dolore agli animali. Ma nessuno di noi prova lo stesso orrore quando pensa di strappare l'erbaccia o di falciare l'erba, perché sappiamo che l'erba non ha capacità di sentire dolore. Polli, maiali, pesci e vitelli sentono tutti dolore nello stesso modo e con la stessa intensità di un cane ed un gatto. Provate ad osservare il linguaggio del loro corpo e del loro viso in questi video segreti; ascoltate il modo in cui urlano. Ve lo assicuro, l'erba non soffre come queste povere creature. Non sono così sicura per quanto riguarda gli insetti, anche se provo a concedere il beneficio del dubbio, finché possibile. Sì, quando cammino per strada, sono sicura di schiacciare scarafaggi. Ma il fatto che io non sia in grado di fermare tutta la crudeltà, vuol dire che non dovrebbe importarmi nulla di fermarne quanta possibile? No di certo. È un po' come dire che, dal momento che guidi una macchina, allora non dovresti preoccuparti neppure di fare riciclaggio.
E per finire, la giustificazione Numero 1 al consumo di carne: "La carne non mi ucciderà, e mi piace".
Non c'è nessun dubbio sul fatto che questo sia il punto cruciale, l'unica risposta veramente onesta a parer mio. Certamente, a meno che non ci si prenda una grave intossicazione per un pollo poco cotto o ci si strozzi con un pezzo di bistecca, la carne non ti ucciderà direttamente. Ma ci sono elevate probabilità che mangiare carne possa ridurre la durata e la qualità della vostra vita a lungo andare. La American Dietetic Association (il più importante gruppo di ricercatori, dottori, ecc. nel campo della nutrizione) dice che tra i vegetariani si riporta una minore incidenza di infarto, cancro, diabete e obesità rispetto ai carnivori. Alcuni sostengono che per ogni studio ce ne sia un altro che dimostra il contrario, ma non è così in questo caso. La ricerca di un documento scientificamente valido o di prove mediche che dimostrino il contrario vi darà filo da torcere. Davvero, anche se non avessi avuto interesse per la sofferenza animale o per il degrado ambientale, sarei diventata comunque vegetariana perché questa dieta è la migliore per la mia salute. E come ho gia' fatto notare, mangiare carne comporta crudeltà verso gli animali e un aumento del degrado ambientale, e tutto per una questione di preferenza di gusto (che, comunque, può essere largamente soddisfatta dalle gustose alternative vegetali disponibili).
Conclusioni:
Una cosa riguardo l'essere vegetariani che viene spesso ignorata è quanto questa scelta possa rendere più coerenti. Personalmente, penso che l'integrità delle proprie azioni richieda che, tra l'altre cose, cerchiamo di condurre una vita che sia il più compassionevole e consapevole possibile. Per me questo significa che se c'è qualcosa che non vorrei fare io personalmente, allora non dovrei pagare qualcun altro perché la faccia al posto mio. Perciò, dal momento che non infliggo personalmente sofferenza agli animali, né li uccido, allora non sostengo neanche il mercato della carne, andando in una macelleria a comprare questi poveri animali fatti a pezzi e incartati.
Siamo una nazione di amanti degli animali, e ci scandalizziamo quando sentiamo casi di cani arsi vivi o abbandonati. Ma anche polli e maiali ed altri animali meritano la nostra compassione, Sono tutti animali intelligenti che sentono dolore e paura, anche se sono trattati orribilmente, e la cosa triste è che non c'è nessuna legge a proteggerli. Se non credete alle mie parole guardate il filmato Meet Your Meat e vedete con i vostri occhi quello che succede. Ci opponiamo al lavoro minorile, e ci scandalizziamo quando pensiamo ai bambini sfruttati nei paesi in via di sviluppo. Ma i macelli americani si basano ugualmente sullo sfruttamento. Usano persone che lavorano illegalmente che non possono difendersi per la paura di essere espulsi dal Paese. Le condizioni in questi posti sono cosi' terribili che il ricambio annuale dei lavoratori è altissimo. Date una occhiata al sito di questa organizzazione per il lavoro per conoscere la loro lotta contro la Smithfield Foods (il leader mondiale nella produzione di carne di pollo e tacchino, proprietario del marchio Butterball). Siamo ambientalisti e ci scandalizziamo vedendo un Hummer giallo canarino nel parcheggio del supermercato. Ma senza considerare la quantità di benzina consumate da un Hummer o la quantità di gas ad effetto serra che emette, se mangiamo carne stiamo facendo una scelta consapevole ancora più inquinante.

Gli Americani e gli Europei mangiano carne perché lo vogliono, non perché ne abbiano bisogno. E lo fanno a spese degli animali, delle persone e dell'ambiente. Dovremmo davvero considerare un cambio di alimentazione.

[ NdT: Per qualche consiglio su come fare: http://www.vegfacile.info/ ]

Sky ti guida e tu paghi

Avviso agli abbonati Sky. Da gennaio la guida tv mensile che prima ricevevate gratuitamente a casa è diventata a pagamento (0,90 euro): i primi due numeri (gennaio e febbraio) sono 'free'. Se da marzo volete acquistarla, però, non dovete fare nulla: lo avete già fatto, senza che nessuno ve lo abbia chiesto. Già, perché il canale satellitare ha deciso di investire sulla propria rivista, migliorandola, e comunicandolo ai propri clienti con una lettera che informa che il costo di 'SkyLife', questo il nome del magazine, verrà automaticamente aggiunto al costo dell'abbonamento.
Una mossa da molti quattrini visto che gli utenti della piattaforma del magnate australiano Rupert Murdoch sono oltre quattro milioni e che, probabilmente, molti cestineranno (bollandola come pubblicità e senza neanche guardarla) la lettera di Sky, presente nel primo numero della nuova guida.
"Ma è anche una mossa illegittima", spiega Vanna Pizzi, avvocato di Federconsumatori: "Sky, come i suoi abbonati, è un privato e il diritto al silenzio-assenso è riservato solo alla pubblica amministrazione. Se si aderisce a un nuovo servizio la volontà delle due parti deve essere esplicita. È impossibile che una persona, se per qualche motivo non ha ricevuto la comunicazione, sia costretta a pagare. Non pagando la guida, quindi, non si può essere perseguiti".
La risposta di Sky: "Ogni abbonato può scegliere se ricevere o no il nuovo magazine. Gli strumenti per la disdetta sono semplicissimi: chiamando un numero verde attivo 24 ore su 24 o attraverso il sito sky.it si indica la preferenza per (a) non ricevere nulla o (b) ricevere una guida sintetica alla programmazione. Si potrà farlo in qualsiasi momento, anche successivamente". Sarebbe stato meglio, dicono le associazioni dei consumatori, se si fosse potuto accettare e non rifiutare.

mercoledì 23 gennaio 2008

Ti definisci un progressista ma ancora mangi carne? - 1

Riporto un articolo pubblicato dalla rivista americana AlterNet di Kathy Freston e pubblicato il 14 marzo 2007, in cui viene affrontata la questione: "Ma come fai a dichiararti ambientalista e ancora mangiare carne?!". E' rivolto, oltre naturalmente agli ambientalisti, anche a chi si definisce "progressista" e non intende mettere in discussione il suo "diritto alla bistecca", ne' vuole sapere quali conseguenze ha sull'ambiente e sulla societa' l'attuale modo di mangiare nei paesi industrializzati.

Nutrirsi seguendo un'alimentazione basata sui cibi vegetali è un modo facile ed economico per porre fine alla crudeltà verso gli animali e per ripulire l'ambiente. Come mai, allora, ci sono ancora così tanti progressisti che si aggrappano ai loro chicken nuggets?
La relazione pubblicata questa settimana dai più famosi scienziati in materia di clima non lascia dubbi: il problema del riscaldamento globale è in forte crescita ed è principalmente causato dall'uomo. La relazione dell'ONU pubblicata poco tempo dopo ha fatto notare un punto critico: "Il settore dell'allevamento emerge come una delle 2-3 principali cause dei problemi ambientali più gravi, su ogni scala, dal locale al globale". E tuttavia, tantissimi ambientalisti continuano a mangiare carne. Perché? Aiutare a risolvere il problema può essere molto più semplice ed economico che andare a comprare una nuova auto ibrida (elettrica+benzina). Possiamo fare una enorme differenza per l'ambiente semplicemente con una dieta basata sui vegetali anziche' sui prodotti animali. L'allevamento industriale inquina l'aria e l'acqua, riduce le foreste pluviali, e causa il riscaldamento globale. E tuttavia per alcuni ambientalisti l'idea di abbandonare la bistecca è dura da mandar giù.
Così, ho pensato che avrei potuto discutere un po' delle principali motivazioni che i miei amici carnivori adducono per difendere il loro consumo di carne. Iniziamo con:
Alcuni erano spaventati dal passaggio ad una dieta vegetariana
Questo non ha senso. Metà degli americani muore di infarto o cancro e due terzi sono sovrappeso. La American Dietetic Association dice che i vegetariani hanno "probabilità più basse di morire di ischemia cardiaca; [...] livelli di colesterolo più bassi, pressione più bassa, e minore incidenza di ipertensione, diabete di tipo 2, e cancro alla prostata ed al colon". I vegetariani, mediamente, hanno un terzo delle possibilità di essere in sovrappeso rispetto a chi mangia carne.
Inoltre ho appena appreso dal brillante Dr. Andrew Weil che c'è qualcosa nella carne che si chiama acido arachidonico, o AA, che è responsabile di molte infiammazioni. L'AA è un acido grasso pro-infiammatorio. Il Dr. Weil mi ha spiegato che "infarto e morbo di Alzheimer (oltre un gran numero di altre malattie) iniziano come processi infiammatori. Lo stesso disequilibrio ormonale che aumenta l'infiammazione aumenta anche la proliferazione delle cellule ed il rischio di trasformazioni maligne". I medici stanno dimostrando che le infiammazioni sono la chiave di molte malattie che ci colpiscono. Così, quando mangi carne, ingerisci AA, che causa infiammazioni e scatena malattie. Non importa che il pollo sia allevato all'aperto ed il manzo nutrito ad erba, perché questo acido grasso è naturale e sempre presente nella carne.
Per quanto riguarda la mancanza di forza ed energia in una dieta vegetariana, basti dire che alcuni degli atleti più riconosciuti al mondo sono vegetariani. Qualche esempio: Carl Lewis (forse il più grande atleta olimpico di tutti i tempi), Robert Parish (uno dei 50 grandi giocatori della storia dell'NBA), Desmond Howard (vincitore del Trofeo Heisman e Super Bowl MVP, Most Valuable Player), Bill Pearl (body builder professionista e 4 volte Mr. Universo), Jack La Lanne (Mr. Fitness) e Chris Evert (campione del tennis). Gli atleti vegetariani hanno il vantaggio di prendere tutte le proteine vegetali, carboidrati complessi e fibra di cui hanno bisogno senza il colesterolo ed i grassi animali che si trovano nella carne e che a causa della loro capacità di ostruire le arterie li rallenterebbero. Infatti, Carl Lewis afferma: "il mio anno migliore, per quanto riguarda le competizioni, fu il primo anno che iniziai a seguire un'alimentazione vegan".
Qualcuno ha dichiarato che la foresta pluviale è stata disboscata per far coltivare soia, non carne.
In realtà, la foresta pluviale è stata abbattuta soprattutto per creare terreni di pascolo, però è vero, anche per coltivare soia – ma non per essere destinata all'alimentazione umana. L'America e l'Europa non sono in grado di coltivare il foraggio di cui hanno bisogno per provvedere alla loro dipendenza dalla carne rimanendo nei loro territori, perciò l'industria agricola ha cominciato ad abbattere la foresta pluviale. Chiedete ai membri di Greenpeace, o di qualunque altra associazione ambientale, e vi diranno che la stragrande maggioranza di soia (o di grano o di frumento, per quello che importa) è utilizzata per nutrire gli animali negli allevamenti. Infatti, Greenpeace ha recentemente esposto un enorme striscione sopra un campo di soia in Amazzonia, che reca la scritta "KFC-Amazon Criminal", per evidenziare il fatto che molte importanti società di pollame e altri tipi di carne, come la KFC (Kentucky Fried Chicken) siano responsabili della distruzione dell'Amazzonia. [NdT: peccato che Greenpeace mai e poi mai abbia sostenuto un'alimetazione a base vegetale, ne' abbia mai nemmeno informato sull'argomento]
Alcuni si domandano se lo stesso discorso valga per la carne da allevamento biologico e kosher.
Purtroppo, la maggior parte delle società produttrici di carne, uova e prodotti caseari, che vogliono far credere di essere ecologiche o "amiche degli animali", mettendo sulle confezioni le immagini di allegri pollai, sono sostanzialmente le stesse società che lavorano insieme agli allevamenti intensivi, ma con consulenti pubblicitari migliori. Infatti, etichette quali "Swine Welfare" e "UEP Certified" non sono altro che una tattica per tentare di nascondere gli orribili maltrattamenti che avvengono nella produzione di questi prodotti. Persino gli allevamenti "biologici" si stanno industrializzando in un modo che scandalizza anche i giornalisti che si danno la pena di indagare. Tristemente, "kosher" non significa nulla quando si ha a che fare con il modo in cui vengono trattati gli animali negli allevamenti, inoltre, si è scoperto che il più importante mattatoio kosher in Nord America maltrattava gli animali in modo orrendo.
Dopo quanto è stato detto, è innegabile il fatto che i rari mangiatori di carne che si limitano a consumare, nelle occasioni speciali, solo un pochino di carne di animali allevati all'aperto e nutriti di erba, producono un impatto senza dubbio minore sull'ambiente rispetto alla maggior parte degli americani. Ma se considerate che nessun valido studio scientifico o medico dimostra che mangiare animali sia salutare, tantomeno necessario, occorre porsi delle domande sul perché gli ambientalisti insistano nel consumare prodotti che sappiamo provenire da allevamenti intensivi ed inquinanti (sebbene siano meno intensivi ed inquinanti di altre alternative simili, o sebbene siano consumati con "moderazione"). Sarebbe un po' come guidare una SUV che fa 6km con un litro, anziché 4, oppure guidare una SUV tre volte alla settimana, anziché sette. Non c'è dubbio che sarebbe meglio per l'ambiente, ma dal momento che esistono molti altri modi per spostarsi da A a B, non c'è alcun bisogno di usare una SUV. Mangiare carne – qualsiasi tipo di carne – è la stessa cosa: con tutte le opzioni vegetariane esistenti, che sono senz'altro molto più rispettose dell'ambiente di qualsiasi prodotto animale, semplicemente non ci sono giustificazioni per coloro che si dichiarano ambientalisti – o contro la crudeltà – ma mangiano carne.
Alcune preoccupazioni riguardo i vegetariani "predicatori", "sputasentenze" o "estremisti".
Alcuni ritengono che il vero motivo che spinge i vegetariani ad essere tali sia il desiderio di essere estremi. Nonostante io non apprezzi per nulla i messaggi radicali, la verità è che, qualche volta, è la sola cosa che ci strappi dal nostro stato di apatia. Di sicuro la visione di uno di quei video sui mattatoi ha funzionato con me – sicuramente non è stato piacevole, ma ha catturato la mia attenzione.
La vera natura dei movimenti progressisti nel corso della storia è stata quella di dire agli altri di smettere di fare qualcosa di nocivo o degradante (es., usare gli esseri umani come schiavi, molestare sessualmente le donne, costringere i bambini a lavorare nelle aziende che sfruttano la manodopera, danneggiare l'ambiente, ecc.). Sì, gli abolizionisti, i suffragisti, le femministe e gli attivisti per i diritti civili venivano chiamati estremisti, e analogamente, alcuni vegetariani sono chiamati nello stesso modo. Ma forse ciò accade solo perché il vegetarismo non è stato ancora accettato culturalmente. Le vecchie abitudini – e l'appetito – sono dure a morire, e solitamente si incontra molta opposizione di fronte a questo cambiamento. Sono una ragazza del sud, e amavo i miei bastoncini di pollo fritti più di ogni altra cosa. Non volevo rinunciare alle gioie dei barbecue domenicali e alle scorpacciate di ali di pollo che facevo con i miei amici il venerdì notte. Lo so, lo capisco.
Ciononostante, se vogliamo continuare ad evolverci – fisicamente, emotivamente e spiritualmente – dobbiamo veramente essere consapevoli di come le nostre scelte alimentari influiscano non solo sull'ambiente ma, cosa ancora più importante, sulla salute (o sulla grande sofferenza) delle altre creature. Quindi sì, da una parte il muoversi verso un'alimentazione basata sui vegetali potrebbe sembrare una scelta estrema, perché la gente non ci è abituata. Ma dall'altra parte, possiamo ancora permetterci i nostri barbecue (con gli hamburger veegtali e i wurstel di soia) e sentirci in pace con noi stessi. Sono davvero convinta che i vegetariani non dovrebbero alimentare stereotipi ipocriti, penso che non dovremmo essere insistenti e pesanti, ovviamente, ma penso anche che non ci sia bisogno di stare in silenzio; ciò che occorre è semplicemente tanta pazienza e dignità.
Alcune persone hanno chiesto informazioni a proposito della carne nei paesi in via di sviluppo, o per gli eschimesi o per gli Inuit.
Se state leggendo questo blog e siete Eschimesi, o vivete nel deserto Sub-sahariano, non sto per dire che intendo privarvi del vostro pezzo di carne; sarebbe davvero sciocco da parte mia affermare una cosa simile. Ma se vivete in un paese industrializzato, dove quasi tutti gli animali vengono nutriti con il foraggio coltivato appositamente, anziché essere lasciati liberi di pascolare, vivono in allevamenti o viene loro data la caccia, anziché essere lasciati liberi di vivere con le loro famiglie, e siete circondati da molte alternative vegetariane, nel vostro caso allora non si può parlare di limitate fonti di cibo.
Alcune persone sono preoccupate sulle possibili difficoltà che una dieta vegetariana può presentare.
Essere vegetariani non rappresenta esattamente il sacrificio supremo – facendo un giro su Internet si possono vedere foto di piatti vegetariani che vi dimostreranno proprio il contrario. Il cibo vegetariano e vegan si può trovare ovunque. La maggior parte dei, se non tutti, più grandi supermercati vende latte di soia, sostituti della carne (bocconcini di "pollo", "costolette" alla brace, hamburger, "wurstel" di soia, ecc.), formaggi vegan, e gelato di soia. Se non riuscite a trovare quello che cercate in un supermercato, nella maggior parte dei casi lo potete far ordinare [NdT: in Italia oggi questi prodotti si trovano solo in alcuni supermercati, non in tutti, ma comunque non sono prodotti necessari, perche' la base dell'alimentazione vegan e' fatta di cereali e legumi, e questi prodotti si consumano solitamente 1-2 volte la settimana e si trovano nei supermercati di alimentazione naturale]. Molti ristoranti propongono delle alternative vegetali (specialmente quelli Tailandesi, Indiani, Etiopi, Messicani e altri ristoranti etnici, che, d'altra parte, sono i miei preferiti). È pur vero che alcuni vegetariani preferiranno non mangiare il cibo che è stato cotto sulla stessa griglia in cui è stata fatta cuocere della carne, ma personalmente non mi preoccupo di questo (non causa un'ulteriore sofferenza animale o un danno ambientale). Potete trovare ottime ricette vegetariane al sito http://www.vegcooking.com/ [NdT in Italia: http://www.vegan3000.info/ e http://www.veganriot.it/ ]

Continua: http://gianlucaaiello.blogspot.com/2008/01/ti-definisci-un-progressista-ma-ancora_24.html

Io credo ancora al dialogo

La vicenda del no di Papa Ratzinger alla visita a La Sapienza non è uno scandalo a cui gridare, ma un segnale di disagio importante su cui riflettere. Dobbiamo domandarci quali sono le ragioni del gesto ribelle, che denuncia una rottura apparentemente insanabile fra i giovani scienziati e la Chiesa. Le lamentele giovanili riguardano le vicende della vita pubblica degli ultimi anni nel nostro Paese caratterizzate da una crescente ingerenza della Chiesa. E questa può essere la prima motivazione.
Basta pensare al referendum sulla modifica alla legge sulla fecondazione assistita del 2005. Il mondo cattolico ha espresso a pieno diritto il suo pensiero: ciò che è grave, però è che non ha raccomandato ai fedeli di votare sì o no in base alle proprie convinzioni, ma di astenersi dal voto. Questo è stato vissuto allora come un invito a non partecipare alla vita politica e a non esercitare un diritto/dovere fondamentale di ogni cittadino, minando i principi della democrazia.
Una seconda ragione su cui i movimenti giovanili insistono è la posizione antiscientifica sistematicamente assunta dalla Chiesa su alcuni dei risultati più significativi della ricerca mondiale. Mi riferisco allo studio delle cellule staminali embrionali, alle possibilità della diagnosi pre-impianto e in generale alla genetica applicata all'uomo, ma soprattutto all'opposizione all'evoluzionismo. Ogni volta i giovani si domandano se è giusto impedire la ricerca in nome di un'ideologia o una fede. Si chiedono perché il nostro Paese langue nell'immobilismo e perché devono andare all'estero per studiare, se scelgono di realizzarsi in una scienza laica.
La terza ragione, che alla seconda concettualmente si lega, è da ricercare nelle posizioni cosiddette etiche della Chiesa. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un no anch'esso sistematico agli anticoncezionali, all'uso dei preservativi, alla RU 486 per l'interruzione di gravidanza meno traumatica, al testamento biologico e all'autodeterminazione delle persone. Posizioni da rispettare in quanto espressioni coerenti di una fede, ma che invece di rimanere tali, influenzano l'evoluzione giuridica del Paese. Consideriamo anche che questa storia recente si innesta su un passato, nell'ultimo secolo, caratterizzato dalla forte opposizione della Chiesa ad alcune grandi conquiste sociali. Pensiamo al divorzio, all'aborto o addirittura, andando più indietro nel tempo, all'istruzione per tutti e, più recentemente, all'insegnamento di Darwin nelle scuole.
A mio parere la frattura fra Chiesa e mondo scientifico-laico non è irrecuperabile. Esiste una possibilità di dialogo e uno dei compiti della scienza è proprio quello di trovare dei terreni comuni per un'alleanza, come è dichiarato nella Carta di Venezia, il documento sottoscritto dai partecipanti alla prima Conferenza mondiale sul Futuro della scienza, promossa dalla fondazione che porta il mio nome. La Chiesa operante, quella che si batte contro la povertà, la fame, la pena capitale, si impegna in campi comuni alla scienza ed è animata dallo stesso spirito umanitario.
Credo, d'altro canto, che la Chiesa da parte sua debba rinnovarsi nei rapporti con la vita sociale e debba rivisitare i fondamenti dei suoi insegnamenti morali, aggiornandoli in base ai nuovi bisogni dei giovani. Per la mia amicizia personale con molti esponenti del clero, penso anche che debba aprire un dibattito sulle proprie regole interne: sulla proibizione al matrimonio dei sacerdoti, che crea le condizioni favorevoli per la pedofilia, e sul sacerdozio femminile, senza il quale la Chiesa si dà un mantello di maschilismo che certo non aiuta il suo contatto con le nuove generazioni.

Fonte: L'Espresso - Umberto Veronesi

martedì 22 gennaio 2008

Bruciare biocombustibili può essere peggio di carbone e petrolio

Qualche giorno fa, Angela mi aveva spedito la notizia di un articolo critico sui biocarburanti pubblicato su Science. Adesso lo pubblico qui.

Molti lo sostengono da un sacco di tempo, ora abbiamo anche parole di scienziati a spiegarci che i biocombustibili non sono poi così migliori di quelli fossili. In una ricerca pubblicata da Science di due cervelloni dello Smithsonian Tropical Research Institute di Panama, che ha analizzato 26 tipi di biocarburanti diversi prendendo in considerazione altri fattori oltre al risparmio di CO2, e hanno visto che l’impatto ambientale complessivo di molti di loro può essere maggiore di benzina e compagni.
I due signori, che per dovere di cronaca si chiamano Jorn Scharlemann e William Laurance, hanno applicato un modello Svizzero che considera anche fattori come la perdita di terreno agricolo, di foreste e di biodiversità nel valutare quale coltura o fonte di biocarburante sia la più “ecologica”.
Secondo i due signori, 21 su 26 biocombustibili in effetti emettono il 30% in meno di emissioni di CO2 una volta bruciati, ma appunto guardando un po’ più in là, ben 12 hanno mostrato di avere impatti ambientali più gravi del bruciare benzina. Tra questi i più comuni, l’etanolo da canna da zucchero, l’olio di palma e il diesel prodotto dalla soia.
Invece quelli che si sono comportati meglio sono quelli prodotti da scarti come l’olio da cucina riciclato, o l’etanolo prodotto da erba, legno e sfalci da giardino. Ancora una volta W la raccolta differenziata insomma!

lunedì 21 gennaio 2008

Primo si alla clonazione animale

L'Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) ha espresso un'opinione favorevole alla clonazione di animali, che potrebbe aprire le porte all'utilizzo di questa tecnica negli allevamenti europei.
Secondo la nostra Autorità:
- gli animali clonati non mostrano differenze significative rispetto agli altri;
- latte e carne ottenuti da animali clonati (vacche e maiali) sono equivalenti, dal punto di vista nutrizionale, a quelli ottenuti "tradizionalmente".

A queste considerazioni positive, però, l'EFSA aggiunge che la clonazione di animali è una tecnica relativamente recente e i dati sulla valutazione del rischio sono limitati; gli studi a disposizioni sono di piccole dimensioni e i dati disponibili permettono una valutazione solo sulla clonazione di vacche e maiali. Inoltre la tecnica è in fase di sviluppo e le informazioni sugli animali che sopravvivono per un periodo di tempo significativo sono limitate. Una problematica legata alla clonazione animale, infatti, riguarda il fatto che molte gravidanze non giungono a termine e che molti di questi animali nascono con deformazioni o non sopravvivano a lungo.
Il parere dell'EFSA segue quello dato all'inizio dello scorso anno dalla Food and Drug Administration, l'ente statunitense che vigila sulla sicurezza di farmaci e alimenti. Il quale ha anche sostenuto che, quando i prodotti derivati da animali clonati saranno in vendita (carne e latte), non sarà necessaria alcuna etichetta che ne spieghi l'origine, in quanto sicuri al pari degli altri. Non sono mancate critiche da parte delle associazioni di consumatori americane: i consumatori hanno sempre e comunque il diritto di sapere cosa mangiano. Inoltre, le problematiche relative alla tecnologia di produzione sono controverse, se non altro dal punto di vista etico, a prescindere dalle garanzie di sicurezza. Ancora un motivo in più per chiedere trasparenza.

Fonte: Altroconsumo

Il principio di minima partecipazione

Il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge per tagliare i «costi della politica». Il provvedimento propone una diminuzione tra il 20 e il 30% di giunte e consigli di ogni livello, una sensibile riduzione dei parlamentari e un quasi dimezzamento del governo. Cui si somma un'ulteriore riduzione dei consigli di amministrazione delle società partecipate dal settore pubblico, il divieto per le stesse di trasferire denaro agli enti controllanti o a partiti politici, e una stretta sulla pletora di consulenti a supporto dei vari organi. Beppe Grillo rincara la dose e mette in moto un movimento.
Sovviene un pensiero di Voltaire: «nessuno aveva nulla da obiettare sui privilegi dei nobili in Francia fin quando essi assicuravano un governo alla nazione». Seguendo tale chiave di lettura, potremmo chiederci se i privilegiati di cui si colpiscono le «carrozze blu» abbiano smesso di assicurare un governo alla nazione. Autorevoli studi dimostrano come ciò sia avvenuto dagli anni '80 per il parlamento e dagli anni '90 per gli enti locali. Aule di eletti che spesso lamentano svuotamenti di potere. Ma a chi è stato ceduto il potere che i rappresentanti lamentano di non avere più? La risposta sta nella stessa dichiarazione del ministro Santagata, quando (subito dopo gli organi della democrazia rappresentativa) individua gli ulteriori bersagli dei tagli nei consigli di amministrazione di società di diritto privato, nonché consulenti e tecnici.
Credendo nell'attualità di Voltaire, parrebbe che non solo la democrazia rappresentativa non abbia assicurato un governo, ma anche che abbia delegato una parte non piccola delle sue funzioni, delle sue inefficienze e dei suoi privilegi a soggetti non eletti dai cittadini. Del resto, anche la recente proposta referendaria è inquadrabile in un contesto di sfiducia verso una capacità di riforma della classe politica.
La crisi della democrazia rappresentativa non riguarda solo l'Italia. Da tempo molte città nei due emisferi del pianeta si misurano con teorie ed esperienze di democrazia partecipativa proprio per tentare di invertire il segno delle trasformazioni. Laddove diritti e doveri di cittadinanza sono concepiti in stretta relazione con il volume della spesa pubblica e la dimensione del welfare state, i tentativi di innovare la democrazia avvicinando agli abitanti il governo della cosa pubblica sono nati prima dove la cittadinanza era debole, poi si sono diffusi dove essa era in decadenza. A tal punto che perfino il prematuramente defunto «trattato costituzionale europeo» prevedeva, accanto a un articolo che declamava il fondamento della democrazia rappresentativa, un secondo articolo dedicato alla democrazia partecipativa. I Bilanci Partecipativi sono oggi uno strumento diffuso in oltre 1200 città dove co-responsabilizzazione civica, ravvivamento della fiducia nelle istituzioni e problemi della spesa pubblica vengono affrontati insieme.
Si potrebbe coniare un principio di minima partecipazione immaginando che la dimensione possibile di ogni livello di governo sia legata alla dimensione della partecipazione dal basso. Ad esempio, invece di sopprimere le circoscrizioni, si potrebbe disporre che la presenza di ogni circoscrizione debba essere legittimata dalla partecipazione di almeno un certo numero di abitanti a processi pubblici di scelta, e definirne il numero in rapporto alla popolazione del rispettivo territorio. Dopodiché, se si volesse contrarre il numero dei consiglieri comunali, si potrebbe dire che, dato un livello minimo di membri, eventuali estensioni debbano essere legittimate dalla partecipazione di un certo numero di cittadini (da individuare come in precedenza). Per le province sarà lo stesso, potendo disporre della facoltà di estendere la dimensione dei propri organi di governo in relazione alla partecipazione nei comuni del territorio. E così via fino alle regioni.
Tutti i livelli di governo decentrati, per riappropriarsi dei privilegi tagliati, dovranno recuperare pubblicamente il proprio ruolo, innovando e governando assieme ai cittadini fino, forse, a non cercare più nemmeno i privilegi di prima. Se i tagli proposti dal governo permettessero di recuperare 500 milioni di euro, perché la spesa possa tornare ad espandersi al livello originario - secondo il suddetto principio di minima partecipazione - sarebbe necessaria la parecipazione di milioni di cittadini, che (in tal caso) mai legittimerebbero una ripresa dei costi della politica.
Un ultimo attacco ai governi decentrati avviene sotto forma di erosione delle basi imponibili degli enti locali: Ici scontata agli enti ecclesiastici, alle onlus, alle famiglie numerose, e poi una generica riduzione uguale per tutti, abitazioni di pregio e case popolari. Ma anche provvedimenti che hanno colpito l'imposta sulla pubblicità, finanziarie che hanno inibito l'uso delle addizionali Irpef. Tutti questi provvedimenti segnano la competizione del governo centrale con quelli locali, dove il primo limita le fonti di prelievo fiscale dei secondi finendo per contribuire alla demolizione della politica locale. Nei paesi scandinavi sovente i governi locali hanno come fonte di finanziamento le imposte sulle persone fisiche. Da noi, si invitano i Comuni a pianificare la cementificazione del proprio territorio per aumentare i proventi derivanti da Ici e oneri di urbanizzazione per poter mantenere un minimo di servizi alla persona.
Supponiamo si giudichi eccessiva la pressione fiscale dei livelli locali, il principio di minima partecipazione potrebbe essere applicato anche in questo caso. La norma potrebbe così recitare: le aliquote delle imposte locali possono essere ampliate del 10% se partecipa almeno un certo numero di cittadini a progetti di destinazione delle stesse risorse. In generale, dati «n» livelli di governo, ognuno di essi può vedere accresciuto un margine di autonomia quanto più riesce a generare consenso coi cittadini o con i livelli di governo inferiori. Un principio romantico, ma molto concreto che, una volta tradotto in norma, potrebbe garantirebbe autonomia, responsabilità diffusa, ma soprattutto governi democratici nei territori. Nonché una rinnovata fiducia dei cittadini nella politica. Può valere la pena tentare?

Fonte: Il Manifesto

venerdì 18 gennaio 2008

La Chiesa aiuti Napoli

Cos’è la solidarietà?
Gli italiani sono conosciuti per avere un cuore d’oro. Quando c’è da fare beneficenza corrono. Mettiamo la testa al di fuori delle nostre case e sentiamo lo sferrare delle sciabole e degli scudi di antica memoria.
C’è da incenerire la spazzatura dei napoletani, siamo in emergenza, e nella varie regioni si alzano le barricate. No in Sardegna, no in Lombardia, no in Sicilia. Ma che Paese è mai diventato l’Italia: siamo già in secessione e non ci eravamo accorti? Per un po’ di sacchetti di mondezza da trasformare in cenere ci sono veri e propri squadroni che buttano a ferro e fuoco intere città. Invece di sentire tutti i “governatori” delle Regioni con una sola voce a fare gara di solidarietà, c’è stato qualcuno che addirittura si è messo a contrattare: se tu dai qualcosa a me io ti do qualcosa a te. Forse le Regioni sono Stati indipendenti non riconducibili ai principi della Costituzione?
Avremmo voluto sentire anche la Chiesa, sempre attenta ai temi dell’etica e della morale. La Chiesa dei vescovi che in un appello comune invitasse le istituzioni e i cittadini ad aiutare chi ha bisogno. In questo caso i cittadini napoletani. Silenzio.
È stupefacente che l’imbarbarimento della nostra comunità segua una china sempre più verso il basso. Il particolarismo quotidiano fatto di egoismo e individualismo condito dall’ignoranza produce una miscela esplosiva. Aiutati dalla grancassa mediatica onnipresente e ossessiva, emerge il tratto barbarico di gruppuscoli esagitati che andrebbero presi e rinchiusi in galera.

Fonte: Metro - Maurizio Guandalini

Parliamo meno di aborto e più di preservativi

Vediamo, cosa mi aspetterei da uno Stato laico?
Per esempio che il sesso non fosse un tabù, una cosa di cui parlare solo sboccatamente nei varietà pecorecci della Rai, ma mai, serenamente, nella vita e nelle aule parlamentari.
Quindi mi aspetterei che lo Stato, onde prevenire conseguenze indesiderate di quella attività felice e naturale, si facesse carico di massicce campagne informative sulla contraccezione fin dalla scuola media, con distribuzione gratuita di preservativi a partire dal liceo e periodiche occasioni di consulenza da parte di ginecologi che illustrassero alle ragazze le diverse opzioni anticoncezionali, fornendogliele gratis. Sarebbe bello poi se si riuscisse a responsabilizzare i ragazzi. Per ora l’unico presidio farmaceutico riguardante la sessualità maschile è il viagra. Però martellarli almeno sul preservativo…
Mi aspetterei che ad ogni donna immigrata che mette piede nel nostro Paese, fossero fornite tutte le informazioni necessarie sulla contraccezione, numeri verdi, farmaci gratuiti. In uno Stato laico la contraccezione non sarebbe un’imposizione, ovviamente: chi aderisce ad una morale che prevede per esempio la castità e l’accoppiamento solo a fini riproduttivi, del preservativo o della spirale non sa che farsene. Ma tutti gli altri sì.
Da quando la 194 è legge, 30 anni, non ricordo un solo dibattito, una campagna che abbia riguardato la contraccezione, ma centinaia sul se e sul quando la donna possa decidere sulla sua gravidanza. I dati dicono che da quando c’è questa legge gli aborti sono drasticamente diminuiti, è certo che sarebbe meglio che non ce ne fossero affatto. Ma se in quella piazza pubblica che è la tivù italiana di condom è lecito parlare, timidamente e poco, solo come mezzo di prevenzione del flagello dell’Aids, la strada è ancora lunga.

Fonte: Metro - Paola Rizzi

Non sarei molto daccordo sulla distribuzione gratuita di anticoncezionali, ma su tutto il resto dell'articolo si.

giovedì 17 gennaio 2008

Regione Lombardia e gli acquisti verdi

Primo risultato nel percorso “Green Public Procurement” (GPP) della Regione Lombardia: il 12 Novembre 2007 è stato pubblicato un bando di gara per il noleggio di fotocopiatrici a basso impatto ambientale e la fornitura di servizi connessi.
La Regione Lombardia ha così integrato gli aspetti ambientali nel procedimento di acquisto basandosi sul concetto di ciclo di vita di un prodotto e considerando non solo gli aspetti legati alla produzione, ma anche quelli legati all’utilizzo e allo smaltimento del bene.
Grazie alla collaborazione tra la Direzione Generale “Qualità e Ambiente”, la Direzione Centrale “Organizzazione, personale, patrimonio e sistema informativo” e la Centrale Regionale Acquisti gli “acquisti verdi” della Regione Lombardia iniziano a diventare realtà.
Con una base d'asta di 10,7 milioni di euro, equivalenti a circa 1.800 macchine fotocopiatrici per i quattro anni di valenza contrattuale, il bando di gara ha già ricevuto, grazie alle pre-adesioni con delega, l'interesse di 33 Enti.
I criteri ecologici, introdotti come requisiti minimi e premianti, hanno l'obiettivo di favorire l'acquisto di beni e servizi ambientalmente preferibili: le fotocopiatrici dovranno possedere il marchio Energy Star o equivalente per il contenimento dei consumi energetici, essere conformi alla normativa ROHS per la riduzione dell'utilizzo di sostanze pericolose ed essere conformi alla normativa italiana sulle emissioni di ozono, polveri, calore e rumore.
Tutte le apparecchiature dovranno funzionare con carta riciclata anche con l'opzione fronte-retro al fine di ridurre la produzione di rifiuti e il consumo di risorse. La Regione Lombardia non ha poi trascurato le modalità di esecuzione dell'appalto: oltre al ritiro e allo smaltimento delle macchine, il fornitore che vincerà la gara dovrà garantire il ritiro e lo smaltimento dei consumabili e prevedere alcuni momenti formativi per migliorare la gestione e l'utilizzo delle apparecchiature.
I settori della Regione coinvolti nel progetto hanno già confermato di voler proseguire la collaborazione tanto che stanno già preparando procedure d'acquisto “ecologiche” con un approccio di sistema volto al miglioramento ambientale.

mercoledì 16 gennaio 2008

Istituzioni intoccabili

In Italia esistono due istituzioni che, nell'opinione pubblica e in quella dei poco indipendenti telegiornalisti, sono intoccabili e sono il Papa e il Presidente della Repubblica. Ma forse ci si dimentica troppo spesso che sono persone e come tutti possono sbagliare e quindi deve essere possibile criticarne le dichiarazioni e l'operato.

Ieri mi sono vergognato di come l'informazione possa essere distorta quando ci sono in ballo queste due istituzioni.
A seguito della decisione del Papa di non andare a La Sapienza di Roma, ho assistito a ore di condanne televisive su questa presunta censura nei confronti del Papa, ore di scadente telegiornalismo e di dichiarazioni di tutti i politici da sinistra a destra che si dichiaravano dispiaciuti o disgustati. Non un solo secondo concesso ai professori e gli studenti che avevano criticato l'intervento del Papa per informare delle proprie motivazioni così da permettere a tutti di farsi una propria idea.
Io ho letto e sentito le motivazioni e le condivido! La richiesta di non invitare il Papa non era una condanna di per se all'intervento del Papa, ma ad un intervento durante una cerimonia del tutto interna all'Università, l'inaugurazione dell'Anno Accademico di una Università laica e scientifica. Nessuna condanna ad un eventuale invito e intervento del Papa in Università in altro contesto e slegato da qualunque cerimonia.
Richieste, da me condivisibili, da parte di professori e studenti di una Università laica e scientifica nei confronti di un Papa che invece di guardare al presente e al futuro, perde tempo a dichiarare che 700 anni fa fu giusto il processo allo scienziato Galilei!
In un telegiornale si è addirittura accostato quanto accaduto come evidenza del degrado in cui versa l'Università italiana. Accostamento che solo la fantasia di un giornalista può produrre.
Anche il Ministro Mussi è intervenuto condannando il mancato intervento del Papa, ma vorrei sapere a parte questo intervento cosa Mussi abbia fatto per l'Università e la ricerca in quasi 2 anni di mandato. Solo un piccolo aumento per i rimborsi dei dottorandi si è avuto grazie ad un emendamento di AN. Per il resto il nulla più assoluto. Mussi ha scaldato la poltrona abbastanza.

E che dire del Presidente della Repubblica Napolitano che ha deciso di calarsi nella parte di difensore dell'immagine dell'Italia scrivendo all'UE per dire loro che stanno esagerando con le attenzioni alla situazione rifiuti (e salute pubblica dico io) nel napoletano?
Sarebbe stato un atto di responsabilità da parte del Presidente nei confronti dei propri connazionali, approfittare di quanto accaduto per condannare la situazione attuale e dichiarare che si è sbagliato, ma che adesso ci si sta adoperando perchè certe cose non accadano più.
Che guadagno si può avere per il futuro se invece di pensare alla sostanza e condannare con durezza le cose che non vanno, si pensa a difendere l'immagine di qualcosa di indifendibile? Io questa figura con l'UE non voglio farla!