venerdì 29 febbraio 2008

Piantare, ma non mangiare - 2

Segue da: http://gianlucaaiello.blogspot.com/2008/02/piantare-ma-non-mangiare-1.html

Ma non tutte le piante no food si comportano allo stesso modo, anzi. Alcune arricchiscono il terreno anziché impoverirlo.
La canapa è una coltura ammendante, nutre la terra lasciandovi più biomassa di quella che si elimina tagliandola. Ha una scarsa esigenza idrica e una stupefacente capacità di disinquinare i terreni rimuovendo i metalli pesanti. Anche la ginestra, il rosmarino, il ginepro, protagoniste di sperimentazioni, sono piante eccellenti perché spontanee e adatte ai nostri climi. « Le pioppete necessitano di un apporto di sostanze inquinanti minimo – conferma Marino Berton, presidente dell’AIEL –. Essendo cedue, poi, garantiscono un alto apporto di azoto dalle foglie che vengono perse stagionalmente, oltre che di materia organica. Le pioppete sono inoltre dei veri e propri boschi, preziosi polmoni verdi».
Colture per risolvere problemi importanti In linea generale, quindi, anziché sviluppare colture che richiedono grandi sforzi in termini di energia e di acqua, oltre che di pesticidi, concimi e organismi geneticamente modificati, avrebbe più senso concentrarsi su quelle in grado di risolvere problemi davvero importanti. Un esempio per tutti: le oleaginose, dalle quali si ottengono lubrificanti verdi, che sostituiti a quelli di sintesi farebbero davvero la differenza. E se è vero che l’acqua scarseggerà sempre di più, sarà poco conveniente continuare a coltivare piante come il mais, che ha bisogno di quantità di acqua spropositate: durante i mesi di luglio e agosto si sfiorano i 3.000 metri cubi per ettaro, con la conseguenza che nel nord Italia le falde acquifere sono scese di 100 metri. L’apporto aggiuntivo di tonnellate di azoto rendono il mais una coltura ancora più dirompente: l’eccesso di azoto rischia infatti di inquinare le falde acquifere per dilavamento.
Ciò che succede a livello comunitario è, ancora una volta, conseguenza della riforma della PAC (Politica Agricola Comunitaria) e del nuovo modello di assegnazione dei contributi. «I contributi non vengono destinati in base al risparmio di acqua che può comportare coltivare una pianta piuttosto che un’altra. L’unico parametro considerato è l’estensione: gli aiuti vengono assegnati cioè ad ettaro. L’unico prezzo da pagare, se si praticano colture che necessitano di pesanti trattamenti chimici, è la perdita del 20 per cento dei contributi PAC, valore poco incisivo per chi ha piantagioni di centinaia di ettari – spiega Roggiolani –. L’Europa è una vergogna in questo senso, siamo nella deregulation più profonda, mancano regole fisse, non c’è normativa sulle colture a più alta esigenza idrica. Addirittura, mancano linee guida specifiche sulla distanza fra le abitazioni e le colture a più alto impiego di pesticidi. Questa deregolamentazione coinvolge tutte le produzioni agricole, alimentari e non».
I disciplinari italiani nelle colture no food Anche in Italia lo sfruttamento dell’acqua è poco regolamentato: «L’agricoltura è il settore che più pesa sulla nostra bolletta idrica – spiega Ezio Todini, docente del dipartimento di Scienze della terra e geologico-ambientali all’Università di Bologna –. Ma non si fa nulla per migliorare la situazione: le concessioni idriche sono le stesse degli anni ’30 e ’40 e i sistemi di irrigazione sono ancora dispendiosi, a pioggia anziché a goccia».
Per quanto riguarda i pesticidi, diversamente da quanto verrebbe naturale pensare, l’uso di anticrittogamici e diserbanti nelle colture no food è regolamentato da disciplinari molto rigidi. Ciò che viene coltivato per scopi diversi dal consumo umano non contiene più pesticidi dei prodotti per l’alimentazione. Esemplare sembrerebbe il caso del tabacco.
«Quello italiano – spiega Carlo Sacchetto dell’APTI, Associazione Professionale Trasformatori tabacchi Italiani – è un prodotto controllatissimo. I disciplinari nazionali sono interi volumi con precisi riferimenti legislativi che orientano tutte le fasi della coltivazione, dalla scelta del seme alla lavorazione post-raccolta. I vincoli imposti richiamano i principi della social responsability, concetto fondato sul rispetto della salute dell’ambiente, dei lavoratori, dei consumatori. Ne deriva un prodotto, tra l’altro OGM free, ottenuto seguendo programmi di lotta integrata che consentono un uso ridotto e comunque controllato di agrofarmaci».
Nel mondo, però, le piantagioni di tabacco, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, sono note per l’impiego ingente di pesticidi utilizzati durante il ciclo di produzione. «Un ettaro di tabacco – commenta Roggiolani – contiene in media un valore in pesticidi pari a 220 volte quello presente in un ettaro di una qualsiasi altra coltura. Questo fa del tabacco una pianta poco amica dell’ambiente che detiene, insieme al cotone, il record mondiale di impiego di pesticidi».
Le tendenze del mercato e il contenimento dei costi L’agricoltura si muoverà necessariamente in base alla disponibilità delle risorse idriche e l’uso di pesticidi sarà certamente regolato in base alla convenienza: costano molto, al punto che per molti agricoltori sembra valga sempre più la pena di produrre un po’ meno, contenendo però i costi. Ma anche le tendenze del mercato saranno decisive per quelle che saranno le tendenze agricole, incluso l’ambito no food.
In Europa il prezzo del grano si è impennato e il prossimo anno è molto probabile che gli agricoltori si orienteranno verso queste coltivazioni, abbandonando il settore energetico del no food, assai meno remunerativo e ancora lontano dall’affermarsi. «L’aumento del prezzo dei prodotti agricoli, denunciato da molte associazioni dei consumatori come effetto dell’incremento delle colture non alimentari, è da imputare anche agli scarsi raccolti ottenuti nei paesi dell’est Europa, che costituiscono il granaio del vecchio continente – spiega Beppe Croce, referente nazionale del settore agricoltura no food di Legambiente –. La responsabilità dunque non è tutta e solo della competitività con i prodotti no food».
Difficile, allo stato attuale, prevedere il trend che caratterizzerà l’andamento delle colture alimentari e non in Italia e in Europa. L’allargamento della Unione ad altri 15 paesi potrebbe stravolgere ulteriormente gli scenari futuri. L’allarme lanciato recentemente dalla FAO sulla tendenza preoccupante a sottrarre terreni al cibo per coltivare piantagioni energetiche sembra per ora scongiurato, almeno nel nostro paese.

Fonte: Modus Vivendi

Sequestrate 65.000 tonnellate di carne

Sta facendo clamore in tutto il mondo la decisione della autorità statunitensi di sequestrare 65.000 tonnellate di carne provenienti dagli allevamenti lager della Hallmark Meat di Chino in California.
Della raccapricciante vicenda, se ne era occupata anche La Stampa qualche settimana fa, pubblicando il rapporto della Humane Society of United States. Le tecniche di tortura prevedevano bastonate, scosse elettriche ed annegamenti con getti di acqua ad altra pressione. L’alto livello di sofferenza avrebbe costretto gli animali ad alzarsi e ad entrare nel mattatoio sulle proprie zampe, quando invece non erano spinti, fatti rotolare e feriti con le due forche del muletto che si vede ad esempio nella foto che accompagna questo post.
Secondo gli inquirenti gli animali sono stati trattati in maniera talmente crudele, che le sevizie e le torture inflitte li avrebbero portato alla pazzia, tanto da rendere pericolosa la loro carne per l’alimentazione. Non sappiamo se il nesso sia scientificamente provato, o se il tutto sia uno stratagemma giuridico per “punire” la Hallmark Meat. Di sicuro si tratta per più grande sequestro mai effettuato negli Usa.
Dal sito della HSUS i video shock della denuncia ed il testo della petizione.

giovedì 28 febbraio 2008

Schiavi e civiltà di macchine umane

In un’intervista concessa alla Bbc, lo studioso Ray Kurweil parla di «una civiltà di macchine umane». «Usiamo la tecnologia - sostiene - per ampliare i nostri orizzonti fisici e mentali». La notizia è ripresa da la Stampa.it nella quale si legge: «Sono convinto - osserva Kurzweil, uno dei 18 cervelli scelti dalla U.S. National Academy of Engineering di Boston - che entro il 2029 avremo la tecnologia hardware e software per raggiungere il livello di intelligenza artificiale dell’uomo, con l’ampia flessibilità dell’intelletto umano anche nella sua dimensione emotiva».
Nell’attesa di questa rivoluzione, che è già in atto e diremo dopo perché, per un riflesso sinistro il pensiero vola ad un articolo di qualche giorno fa apparso sul Corriere della Sera. Nel quale si parlava dei 600mila nuovi schiavi presenti in Europa. Sono i ‘comprati’ che arrivano ogni anno e che si trovano «nei bordelli, agli incroci delle strade, nelle stanze fetide e senza sole o nelle discariche di mezzo mondo, sopraffatti dalla fame e dal degrado». Gli schiavi dei nostri giorni «sono soprattutto donne e bambini, pronti a soddisfare un mercato sempre più esigente e allargato (pedopornografia, sfruttamento sessuale, commercio di organi, lavoro forzato)». Nel mondo si contano 27 milioni di nuovi schiavi (fonte ONU) e come detto 600mila di questi sarebbero in Europa.
Forse l’accostamento delle due notizie potrà sembrare forzato, ma di fronte a questa realtà dell’oggi pensare ad una civiltà di macchine futura che ampli “i nostri orizzonti fisici e mentali” suscita in noi due riflessioni: la prima è che la tecnologia e la scienza medica potrebbero per esempio consentire all’uomo di domani di avere ‘pezzi di ricambio’ (cuore, fegato, polmoni, cornee ecc.) costruiti in laboratorio, cosa che almeno dovrebbe fermare il tragico traffico d’organi di cui troppo poco si parla. Le macchine in teoria dovrebbero anche servire per aiutare l’uomo nel lavoro, ma dire che questo servirà per mitigare lo sfruttamento del lavoro minorile ad esempio, ci pare improponibile. Sul resto delle problematiche evidenziate dal Corsera ci pare che la civiltà delle macchine umane ben poco aiuterà quelli che hanno veramente bisogno. La seconda, che è in parte una provocazione, è che se alle macchine, alle quali abbiamo da sempre chiesto risultati oggettivi a partire dai calcoli matematici, ora vogliamo dar loro anche “la dimensione emotiva dell’intelletto umano”, c’è poco da festeggiare.
Ragionando sui paradossi pensiamo allo sviluppo sostenibile per il quale la tecnologia è indispensabile. E in particolare la contabilità ambientale dovrebbe diventare in futuro uno strumento dell’economia e dei decisori politici ben più importante del Pil. Un computer che non solo elaborerà i dati incrociandoli, ma avrà anche una sua posizione soggettiva aiuterà i decisori politici oppure no? Forse sarebbero i “pc espiatori” del domani, sui quali appunto scaricare ogni responsabilità.
Nessuna avversione nei confronti della tecnologia, anzi, ma questa deve essere uno strumento nelle mani dell’uomo, non viceversa. Non dobbiamo diventare schiavi delle macchine che abbiamo costruito. Il punto è che non vorremmo già essere un bel pezzo avanti proprio su questa strada impervia: l’auto si dice già essere un prolungamento del nostro corpo, così come l’hard disck del computer è diventato il posto dove archiviare i ricordi ancor prima del nostro cervello, per non parlare dei telefoni. Secondo lo studioso di Boston, la società del 21esimo secolo si caratterizzerà per una tendenziale fusione tra esseri umani e tecnologia, ma se pensiamo agli arti artificiali, ai pace-maker, alle protesi, non è già così?
Quel gran visionario che è David Cronenberg aveva già anticipato tutto nel 1996 nel film Crash. Il regista canadese fuse ‘carnalmente’ l’auto con i personaggi della pellicola anticipando un tema che oggi è più che mai attuale. Fin dove può arrivare la tecnologia? Quali sono i suoi limiti? Non si può esaurire certo in un articolo di giornale un tema così vasto, l’osservazione finale che viene spontanea è che quando si parla di intelligenza artificiale dell’uomo da porre dentro una macchina, ci piacerebbe che quella stessa intelligenza l’uomo la sfruttasse a pieno impegnandosi in una riconversione della nostra società - possibile anche senza demandare tutto ai pc – per un futuro più sostenibile socialmente e ambientalmente.

Fonte: Greenreport

Piantare, ma non mangiare - 1

Dal tessile al tintorio, dal tabacchiero al florovivaistico, i settori di impiego delle colture no food sono davvero i più disparati. Indumenti, carta, coloranti naturali, farmaci. E ancora: cosmetici, tabacco, fiori, ma anche plastica e carburanti per le automobili. Le applicazioni di materie prime di origine vegetale sono sempre più numerose. E sempre di più sono le specie di piante che vengono sfruttate per l’agricoltura industriale: si riesce a ottenere fibra dalla ginestra e dall’ortica, plastica dalle bucce di patate, lubrificanti dai cavolini di Bruxelles.
Nel corso dei secoli l’agricoltura no food ha avuto un ruolo di spicco nel nostro paese. Il caso della canapa è esemplare: fu usata per le vele che sospinsero Colombo verso le Americhe, per le pagine della Bibbia di Gutenberg, per tessere le tele usate dai grandi pittori, da Leonardo a Picasso; i primi jeans erano fatti in canapa, il signor Diesel la sfruttò per fabbricare il primo carburante che alimentò l’omonimo motore. Fino al 1900 era la pianta più usata dall’uomo, e non per scopi alimentari. Con il passare dei secoli si sono affacciate nuove tecnologie, nuove sfide e nuove riforme che hanno rivoluzionato anche il mondo dell’agricoltura non alimentare. Alcune piante sono sparite dai nostri campi per fare spazio ad altre, apprezzate per la loro versatilità. Non solo. L’inquinamento, il problema dello smaltimento dei rifiuti, i cambiamenti climatici e il riscaldamento globale hanno aperto la strada a carburanti, gas e plastiche di natura vegetale. Ma qual è oggi il ruolo dell’agricoltura no food in Italia?
La superficie agricola coltivabile in Italia ammonta a circa 13 milioni di ettari. Quella destinata a colture esclusivamente non alimentari è una parte molto contenuta, di scarsa rilevanza. Secondo i calcoli, non supera il milione di ettari. Ma cosa vi si coltivi è difficile stabilirlo con precisione. Già, perché procurarsi dati precisi, completi e soprattutto aggiornati è un’impresa quasi impossibile. Pur sempre di agricoltura si tratta, ma lo stesso ministero delle Politiche agricole e forestali non possiede cifre ufficiali, come anche le associazioni di categoria, gli istituti di ricerca e le agenzie regionali e nazionali del settore agricolo: nessuno degli attori conosce la superficie agricola interessata da colture dedicate unicamente al no food, né è in grado di dare un elenco completo delle varietà interessate.
Secondo Coldiretti durante la campagna agraria 2006/2007 sono stati coltivati 65.000 ettari tra girasole (50.000) e colza (15.000), secondo l’associazione di categoria Assobiodisel solo 40.000. Un’inezia, se si considera che per soddisfare gli obiettivi fissati dalla Finanziaria 2007 l’Italia avrebbe dovuto mettere a coltura 273.000 ettari di oleaginose a fini energetici. E che per rispettare le normative comunitarie questa superficie avrebbe dovuto essere ampliata entro scadenze ben precise. Le stime approssimative e il clamoroso ritardo nel mettersi al passo con la politica comunitaria dimostrano l’arretratezza dell’Italia nello sviluppo di energie alternative provenienti dalle coltivazioni agricole nazionali, come sottolineato di recente anche da Legambiente.
A queste cifre vanno aggiunti i 1.000 ettari coltivati a canapa (dati forniti dal Consorzio canapa Italia), qualche migliaio di ettari dedicati alle piante officinali per cosmesi, farmaci, essenze (fonte FIPPO, Federazione Italiana Produttori Piante Officinali), circa 5.000 impiegati al 99 per cento per pioppo a uso energetico (AIEL, Associazione Italiana Energia dal Legno), circa 30.000 per le piantagioni di tabacco (dati APTI).
Anche così, però, il quadro rimane lacunoso. Mancano del tutto, infatti, informazioni sulle materie prime dalle quali si ricavano bioplastiche e biogas, perché spesso vengono usati prodotti misti come il mais, destinati anche all’alimentazione. E notizie sulla florovivaistica, una coltura così importante che da sola in Italia rappresenta il cinque per cento dell’intera produzione agricola nazionale. Se i nostri terreni non ospitano lino, cotone e piante per coloranti naturali, sono in fase di sperimentazione campi di ginestra e ortica per ottenere fibre da tessere, di brassicacee per lubrificanti naturali, miscanto, olmo, robinia e platano per uso energetico.
«Non si conosce neppure l’estensione dei terreni che, dopo la riforma OCM (Organizzazioni Comuni di Mercato che disciplinano la produzione e gli scambi dei prodotti agricoli di tutti gli stati membri dell’UE) del 2005 sullo zucchero, sono stati spostati dalla coltivazione della barbabietola a quella delle colture energetiche – aggiunge Fabrizio De Pascale della UILA, Unione Italiana Lavoratori Agroalimentari –; una trasformazione che ha interessato molti ettari, soprattutto nella zona dell’Emilia–Romagna, e che ha imposto all’Europa di dimezzare la sua produzione di zucchero. Il risultato è che 14 dei 19 zuccherifici italiani hanno chiuso, e molti produttori di barbabietola sono passati ad altre colture, anche energetiche». E dire che, secondo gli addetti ai lavori, la scelta in catalogo di materiali alternativi di natura vegetale è sempre più ampia in Italia. «È vero: l’offerta sul mercato di prodotti di origine vegetale sta aumentando – precisa Luca Lazzeri dell’ISCI, Istituto Sperimentale per le Colture Industriali –. Molto spesso, però, si tratta di merce prodotta in Italia partendo da materie prime importate dall’estero. Nel nostro paese stiamo vivendo una fase di sperimentazione, soprattutto per quanto riguarda il settore energetico: le poche filiere esistenti rappresentano praticamente le prime esperienze applicative».
La scarsità di dati non consente di fare valutazioni sull’impatto ambientale delle colture no food. «Purtroppo non esiste in Italia uno studio sulle conseguenze di questo tipo di agricoltura – commenta Fabio Roggiolani, presidente della Commissione Sanità della Regione Toscana ed ex presidente della Seconda Commissione Agricoltura Toscana –. Però conosciamo le esigenze generali di alcune piante. Prendiamo il cotone. A livello mondiale è stato il peggior disastro ambientale del Novecento. Basti pensare al Lago d’Aral (situato alla frontiera tra l’Uzbekistan e il Kazakistan); sparito dalle cartine geografiche perché prosciugato dalle piantagioni di cotone che soppiantarono, nell’immediato dopoguerra, quelle di canapa. La zona è anche inquinata dalle tonnellate di pesticidi usate. Anche il lino non può essere considerata una pianta ecocompatibile: impiegata soprattutto nel tessile, richiede pesanti trattamenti con anticrittogamici e una gran quantità di acqua, essendo tipica dei climi umidi».
«Ma anche nel settore energetico la situazione non migliora – aggiunge Francesco Meneguzzo, tecnico della Commissione Biomasse del ministero delle Politiche agricole –. Le colture dedicate richiedono molta più energia per essere prodotte di quella che restituiscono: un fattore che non si può trascurare nell’analisi del loro impatto».

Fonte: Modus Vivendi

mercoledì 27 febbraio 2008

Liberali e conservatori

Gli scienziati politici e gli psicologi hanno sempre notato delle differenze nei profili motivazionali e cognitivi delle persone con orientamenti liberali e conservatori.
Attraverso decine di studi si è visto come i conservatori siano più strutturati e persistenti nei loro giudizi e nel loro decision-making, come indicato dai punteggi più elevati delle misure psicologiche per i bisogni personali di ordine, struttura e chiusura.
Al contrario i liberali riportano dei livelli più alti di tolleranza per le ambiguità e le complessità e una maggiore apertura a nuove esperienze.
Dato che queste associazioni tra orientamento politico e stile cognitivo sembrano essere addirittura ereditabili, dando segnali sin da bambini e rimanendo stabili lungo tutta la vita, alcuni ricercatori delle Università di New York e di Los Angeles hanno ipotizzato che l’orientamento politico potesse essere associato a differenze individuali in un particolare meccanismo neurocognitivo chiamato conflict monitoring.
Questo processo, analizzabile attraverso uno speciale elettroencefalogramma, evidenzia una singolare attività in un’area cerebrale, la corteccia cingolata anteriore, quando la risposta a un particolare test che un soggetto deve dare è contraria a quella che vorrebbe dare. In questo modo si può osservare quanto un soggetto si senta in conflitto con se stesso e quali siano le sue capacità ad adattarsi a una situazione nuova e sconosciuta. Gli studiosi hanno trovato che l’orientamento politico era fortemente correlato all’ampiezza dei segnali registrati durante una situazione di conflitto: positivamente per i conservatori e negativamente per i liberali. In pratica la corteccia cerebrale analizzata si attivava maggiormente nei cervelli dei conservatori quando erano riluttanti a rispondere al test. Il cervello dei liberali, al contrario, non si perturbava troppo di fronte alle nuove situazioni.
Ma non solo: i liberali erano anche in grado di fare meno errori dei loro avversari politici, probabilmente perché meno ansiosi di fronte alle nuove situazioni. Questo studio è il primo in assoluto a connettere le ideologie politiche a un meccanismo neurologico così specifico e dimostra come oggi sia possibile stabilire come dei concetti astratti possano riflettersi in una funzione cerebrale misurabile oggettivamente.

La metropoli pedonale

Un’unica, grande, isola pedonale. È questa la nuova proposta presentata per far fronte al problema delle emissioni di CO2 nella metropoli britannica.
Secondo un’equipe di scienziati della London School of Hygiene & Tropical Medicine e della Transport Studies Unit dell’Università di Oxford, solo l’adozione di una misura così radicale permetterà di ridurre l’inquinamento a Londra.
L’attuale obiettivo londinese, prefissato dalla Greater London Authority (GLA), ente istituito nel 2000 per coordinare i 32 Distretti che circondano la City of London, è quello di diminuire del 60 per cento le emissioni di biossido di carbonio entro il 2025.
Secondo i ricercatori però si tratta di un taglio troppo modesto. Bisogna puntare almeno al 72 per cento entro il 2030; in questa ottica l’unica soluzione è quella di rendere la Grande Londra (che tra centro e periferia si estende per 1.579 chilometri quadrati) un’isola pedonale, definitivamente libera dalle automobili.
La proposta dei ricercatori sembra essere l’unica strada percorribile. Il tasso di CO2 prodotto dai motori rappresenta il 14 per cento del totale delle emissioni londinesi. Precludendo la circolazione alle automobili nel centro della città, valutano gli scienziati, le emissioni di biossido di carbonio nell’aria si ridurrebbero solo del 49 per cento, diminuzione inferiore all’obiettivo prefissato dalla GLA. Estendendo il divieto di circolazione anche alle zone periferiche, invece, la riduzione raggiungerebbe il 72 per cento. In una Londra libera dall’inquinamento il 53 per cento degli spostamenti risulterebbe affidato a piste ciclabili e percorsi pedonali.
L’abbandono della macchina porterebbe notevoli benefici per la salute dei cittadini. Si stima una riduzione del 25 per cento del rischio di tumore al seno per le donne di 40 anni. Per gli uomini over 50 si ridurrebbe tra il 20 e il 40 per cento il rischio di morte prematura e diminuirebbero fino al 30 per cento i casi di diabete di tipo 2. Inoltre è stato stimato che ogni londinese, costretto a fare maggiore attività fisica, perderebbe circa 4,5 chilogrammi.

martedì 26 febbraio 2008

I tessuti sostituiscono gli animali nei test

La notizia dei ricercatori tedeschi dell’Istituto Fraunhofer di tossicologia e medicina sperimentale lascia ben sperare: sono in corso gli esami di metodi alternativi alla sperimentazione di massa sugli animali degli allergeni che vengono assorbiti per inalazione.
Armin Braun, direttore del progetto, illustra la via alternativa alla somministrazione di sostanze chimiche agli animali vivi per verificarne il rischio allergenico. Per gli esperimenti non saranno più sacrificati lo stesso numero di animali perché i campioni di tessuto polmonare prelevati vengono tagliato in parti sottilissime denominate PCLS acronimo di precision-cut lung slices.
La sostanza chimica da testare viene applicata solo in queste parti ed in seguito si testa per valutare la reazione del tessuto. L’utilizzo di microscopi permette di vedere intere sezioni di tessuto constatando le potenziali interazioni fra le cellule e il sistema immunitario, simili a quelle che si verificherebbero durante la risposta immunitaria di un organismo.
Il metodo PCLS comporta ancora la morte di animali, ma i test in vitro, effettuati in un contenitore di coltura, richiedono l’utilizzo di un numero molto inferiore di cavie. Effettuare i test dei potenziali allergeni al livello delle cellule polmonari o epiteliali umane, delle cellule dendritiche e delle cellule T, i ricercatori dell’Istituto Fraunhofer sperano di riuscire a prevedere con maggiore precisione il rischio allergenico delle sostanze chimiche.
Lo sviluppo di questa tecnica auspica l’impiego nell’industria cosmetica, tessile e farmaceutica, almeno per limitare gli effetti del “protocollo” che prevede la soppressione delle cavie (anche sopravvissute) alla fine dei test.

Popoli indigeni, diritti universali

Sono stati 143 i voti a favore che hanno permesso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, a New York, di approvare la Dichiarazione universale sui diritti dei popoli indigeni. Un accordo storico, raggiunto lo scorso settembre dopo 22 anni di trattative e nonostante l’opposizione di paesi influenti come Stati Uniti, Nuova Zelanda, Canada e Australia.
È stato quindi finalmente riconosciuto il diritto di queste popolazioni a mantenere e rafforzare le proprie istituzioni, culture e tradizioni e a perseguire il modello di sviluppo coerente con le loro aspettative e necessità. È stato inoltre formalizzato il diritto all’autodeterminazione e al controllo delle risorse naturali, riconoscendo agli indigeni un ruolo fondamentale nella salvaguardia ambientale e nella promozione della sostenibilità.
Sulla scia della dichiarazione, e a un mese di distanza, si è svolto a Chimore, in Bolivia, un summit che ha visto unirsi circa mille rappresentanti di popoli indigeni nell’approvazione di un documento comune per una lotta in difesa della “madre terra” e delle risorse naturali. All’incontro, al quale ha partecipato anche il premio Nobel per la pace 1992 Rigoberta Menchù, si è parlato della minaccia della deforestazione e della privatizzazione delle terre che sta creando numerosi conflitti fra le popolazioni, i governi e le multinazionali interessate allo sfruttamento delle risorse naturali, soprattutto in America Latina.

lunedì 25 febbraio 2008

Anche la parrocchia invita a bere l'acqua del rubinetto

«Imbrocchiamola» è l'iniziativa quaresimale che è stata adottata anche dalla parrocchia di Bariana, con fini spirituali ed ecologisti.
La campagna è stata lanciata a partire da domenica 17 febbraio e propone a tutti i parrocchiani di fare il digiuno dall'acqua minerale, bevendo invece l'acqua del rubinetto. Lo slogan «imbrocchiamola» significa infatti il proposito di mettere nelle brocche l'acqua del rubinetto per berla a tavola al posto della minerale.
Lo spunto è stato dato anche dalla brocca di cui parlava la lettura evangelica della seconda domenica di Quaresima. La campagna lanciata dalla parrocchia vuole proporre un obiettivo preciso per il digiuno e l'impegno di carità nel tempo di Quaresima. L'iniziativa è stata lanciata in collaborazione con la Diocesi di Venezia, partendo dalla constatazione che noi italiani siamo i più grandi consumatori di acqua in bottiglia: mezzo litro a testa ogni giorno.
«Imbrocchiamola» si propone obiettivi concreti come la riduzione delle bottiglie utilizzate (quindi anche dei rifiuti) e il proposito di essere più critici rispetto a consumi «imposti». Infatti quello di bere l'acqua minerale in bottiglia è un bisogno indotto dalla pubblicità: le aziende investono 379 milioni di euro in spot Tv, pubblicità sui giornali e via radio. Coì in famiglia non si beve l'acqua del rubinetto, che è buona, controllata, comoda e poco costosa. L'iniziativa ha come simbolo una caraffa e le brocche per bere a tavola l'acqua del rubinetto sono state distribuite con offerta libera al termine delle messe e in segreteria all'oratorio.
Il ricavato delle brocche e i soldi che le famiglie risparmieranno partecipando all'iniziativa saranno destinati alla «Quaresima di carità» per i progetti Caritas contro la mancanza d'acqua nel mondo.

Fonte: Settegiorni

Avanti col biodiesel?

Ormai non si riesce più a ragionare razionalmente sulla vicenda del biodiesel. La spinta a cercare alternative alle fonti di energia tradizionali è talmente forte e i media la promuovono e sponsorizzano così tanto che anche in questo caso la ridondanza delle comunicazioni va al di là di una valutazione serena e strategica del caso per caso. Non poteva mancare ovviamente in questa nuova rincorsa energetica l’Africa, valutata dall’esterno e, come spesso accade, subita dall’interno, salvo rare e meritevoli eccezioni.
La linea interpretativa corrente dice che in Africa, contrariamente a ciò che avviene in Asia e America Latina, le piantagioni di varie specie di colture oleaginose, al fine di ottenere biodiesel a costi competitivi, non alterano le potenzialità agricole destinate alla sicurezza alimentare e alle produzioni tradizionali. Questo sulla base del fatto che le terre coltivate in Africa sono molto poche e che quindi quelle di mais o di jatropha, girasole o altro saranno effettuate su terreni incolti, marginali, non sfruttati, abbandonati.
Già questo ragionamento presenta non poche contraddizioni sulle stime, le localizzazioni, gli usi alternativi, la redditività e l’usabilità dei terreni in questione, ma la mancanza di una seria comparazione tra presente e futuro non chiaramente delineabile potrebbe far aumentare i rischi di questa nuova avventura per le popolazioni più bisognose, in termini di autosufficienza e autonomia.
Vediamo quindi un caso molto significativo: il Mali, che si avvia a diventare il primo produttore africano di biodiesel. Il primo dato di valutazione è che questo paese sta via via riducendo la produzione di cotone e i tentativi di introdurre colture alternative (mango, arachidi, sesamo) non hanno avuto il successo sperato, il che sta spingendo i coltivatori in una situazione estremamente critica. Inoltre il paese, come molti altri in Africa, anche a causa del rialzo del prezzo del petrolio, sta attraversando una crisi energetica strutturale che blocca qualsiasi dinamica di sviluppo e impedisce l’indispensabile redditività a breve termine. Due costanti da invertire pena il collasso e l’impossibilità di indispensabili investimenti nelle infrastrutture.
Da qui la nascita del progetto Olio di jatropha, finanziato da privati con 120 milioni di euro e appoggiato dalla FAO e dalla AgroED(Agro Energie-Développemment), che prevede la coltivazione di 500.000 ettari di jatropha nei prossimi dieci anni per diminuire la dipendenza dalle fonti energetiche petrolifere (si stima dal 15 al 20 per cento). Inoltre la filiera completa prevede anche le fasi di triturazione e di transesterificazione con impiego di mano d’opera locale.
La pianta, robusta e a rapida crescita, ha una vita media di 40 anni ed è molto resistente alle malattie oltre a essere autoctona (in dialetto bambara si chiama bagani, “veleno”, a causa del suo odore nauseabondo e della sua tossicità) e ha un rendimento dal 30 al 35 per cento di olio rispetto al peso dei semi. Va detto che, secondo uno studio, se il tre per cento delle terre africane fosse coltivato a jatropha, se ne potrebbe ricavare un reddito di decine di miliardi di euro... Ma la minaccia viene dal sud perché l’India si appresta a piantare 40 milioni di ettari della stessa pianta! Chi ha presentato il progetto sostiene che la coltivazione di questo agro-carburante sarebbe uno dei rari casi nei quali non si farebbe concorrenza alle colture alimentari di base poiché «nella fase di piantagione della jatropha ci dobbiamo servire anche di quelle che vengono chiamate colture intermedie.
In effetti l’obiettivo, data l’estensione territoriale, è quello di prevedere colture integrative alimentari adattabili alla stessa geomorfologia, come girasole, sorgo, cereali e altre colture orticole». Per ripagare in tempi rapidi gli investitori si prevede anche di utilizzare nell’immediato un biocarburante a base di semi di cotone ma, a fronte di una capacità di trasformazione pari a circa un milione di tonnellate, il Mali, nel migliore dei casi, ne produrrà, quest’anno, non più di 200.000. Sin qui le proiezioni e le previsioni di questo ambizioso programma che però lascia adito ad alcune perplessità strutturali, a meno che le informazioni fatte circolare non siano volutamente carenti di dati.
In primo luogo non è chiaro il rapporto tra sicurezza alimentare e impegno a fini energetici di una superficie coltivabile così estesa, tenuto anche conto del fatto che in 20 anni la popolazione crescerà notevolmente. Inoltre non si parla di impatto ambientale, degrado dei suoli, incidenza reale sui consumi di combustibile, impatto culturale di una monocoltura non tradizionale, i margini di profitto e la redistribuzione a favore dello sviluppo ecc.
Insomma l’ambizione legittima del Mali a dotarsi di risorse energetiche autonome sembra fortemente condizionata dalle pressioni esterne e non è chiaro quali saranno esattamente i benefici strutturali che le popolazioni avranno nel medio periodo. Resta il fatto che uno sforzo pianificatorio di questa entità cambierà in qualche misura il paese e che non resterà senza imitatori, magari con ancor meno capacità gestionali e finanziarie. Un esempio quindi da seguire da vicino per i suoi effetti locali e internazionali.

venerdì 22 febbraio 2008

Nel partito, nella società

Come spesso accade i giovani sono sempre più vicini alla realtà degli altri. Con l'articolo che riporto sotto, i giovani Verdi di Milano hanno esposto nel modo più chiaro possibile il problema di fondo dei Verdi, ma anche di tutta la sinistra italiana.
Approvo nella sua totalità il loro intervento e faccio loro i complimenti per avere il coraggio di rendere pubblico il loro disagio costruttivo. Costruttivo perchè solo con una buona capacità di autocritica e di ascolto del prossimo si può migliorare e realizzare delle cose buone per tutti e non per pochi.

Essere al di sotto del 5% dei voti è una grave sconfitta, non tanto per la politica che i Verdi portano avanti, ma per il loro modo stesso di farla.
A questo proposito, quanti di voi si sono chiesti che cosa pensano i cittadini medi del partito al di là dei soli temi politici trattati? I Verdi ormai sono considerati un gruppo di filosofi troppo ben pensanti, distaccati dal mondo reale, che continuano a spendere le loro energie per difendere il piccolo parco o evitare la costruzione del parcheggio, senza affrontare i grandi temi ambientali e le necessità urgenti dei cittadini per quanto riguarda lavoro, sicurezza e simili.
Dobbiamo ammetterlo, i Verdi ormai hanno perso il potere di comunicazione con i cittadini che di noi vedono solo una piccola parte, ignorando completamente quanto noi potremmo fare per loro.
Gli ecologisti devono tornare a capire i cittadini e le loro esigenze, dobbiamo sforzarci di rispiegare le nostre tematiche in chiave più moderna e forte. Riteniamo fondamentale che i Verdi diventino un partito di massa, questo è possibile solo con un forte appoggio della maggior parte dei cittadini.
Crediamo che gli ecologisti debbano non solo iniziare a parlare di temi sociali al pari di quelli ambientali, ma devono parlare dei temi sociali in chiave ecologica. Dobbiamo riuscire a spiegare che occuparsi dell’ambiente non é solo un mezzo per tutelare la natura, ma che alla tutela dell’ambiente si può associare un concetto di guadagno economico, quindi nuovi posti di lavoro.
Questa strada è già stata percorsa da paesi quali la Germania, dove in tantissime occasioni è riproposta l’associazione tra ambiente e guadagno!
Bisogna, ed è vitale per noi, dimostrare e incentivare con tutti i mezzi l’ecologia, e per farlo dobbiamo anche passare dalla pura concezione economica.
I Verdi soprattutto grazie ai siti internet dovrebbero diventare un polo informativo per i cittadini anche per quanto riguarda le aziende e i prodotti a impatto zero. Dovremmo riuscire a sponsorizzare le ditte che si impegnano a rispettare l’ambiente, assicurando però che questo sia garanzia di efficienza ed affidabilità.

Giovani Verdi Milano

giovedì 21 febbraio 2008

Gli Emirati Arabi fanno “eco-turismo” di lusso... in Mozambico

Gli Emirati Arabi Uniti sono famosi per aver creato isole artificiali, grattacieli vertiginosi e città intere in un centro shopping planetario. Un’artificializzazione scintillante fatta di ambiente, paesaggio e manodopera asiatica a bassissimo costo, piegati per investire celermente i petrodollari prima che la manna dell’oro nero si esaurisca. Ma ora gli Emirati hanno deciso di investire in natura, anche se lo fanno a modo loro, scambiando, come spesso fanno i ricchi dei Paesi emergenti, la protezione dell’ambiente con il giardinaggio, il lusso ed il golf, con una visione patinata del mondo che somiglia più ad una delle riviste dello shopping di Abu Dhabi che alla caotica e “sporca” biodiversità da difendere.
Secondo il sito web Gulf News, la compagnia Dubai World Africa investirà 200 milioni di dollari in progetti di “eco-turismo” in Mozambico, realizzando un albergo a 5 stelle, il Bilene Hotel, con un campo da golf internazionale, 500 ville (e una riserva naturale) che si svilupperanno lungo i 4 chilometri della principale spiaggia dell’ex colonia portoghese. Solo il campo da golf e l’albergo dedicato costeranno 150 milioni di dollari.
Si tratta più o meno di trapiantare un pezzo di superlusso, una specie di nuova isola artificiale e probabilmente iperprotetta, in uno dei Paesi più poveri del mondo. La nuova area “eco-turistica” sarà dotata anche di un proprio aeroporto: Bilene Praia. Le nuove strutture si aggiungeranno a quelle già presenti nella zona turistica più nota del Mozambico, a nord della capitale Maputo, occuperanno mille ettari e il progetto comprende la laguna di Sao Martinho, una riserva naturale e la zona di mare e deposizione delle uova considerata la più importante del pianeta per la sopravvivenza delle rare tartarughe liuto.
La riserva sarà gestita dalla Dubai World Conservation Africa per sviluppare l’eco-turismo, cercando di valorizzare le barriere coralline e la fauna acquatica, ma anche sviluppando attività ricreative con un diving center e vasti impianti sportivi a terra e sulla costa. La Dubai World Conservation, una società degli Emirati di proprietà statale, gestisce già altre riserve in Africa, facendo dell’eco-turismo e dei nuovi safari fotografici uno degli elementi centrali del suo giro di affari. «Ci sono vaste opportunità in Africa – spiega il presidente della Dubai World, Sultan Ahmad Bin Sulayem – Opportunità che non ci sono in qualsiasi altra parte del mondo. La nostra presenza sul continente ci pone in vantaggio per gli investimenti in Africa».

Fonte: Greenreport

mercoledì 20 febbraio 2008

Pagella Giunta Marone a Garbagnate, febbraio 2008

A partire da questo articolo e con una cadenza più o meno semestrale, provo a dare un giudizio personale sull'operato della Giunta a Garbagnate.
Nelle future pubblicazioni, sulla base di commenti e richieste che potrebbero arrivare, potrei aggiungere qualche commento personale su voti dati e modificare le voci della pagella.

Manutenzioni ordinarie : 5
Qualità dell'ambiente : 4
Gestione rifiuti : NV
Gestione del territorio : 3
Qualità dell'edificato : NV
Qualità della viabilità : NV
Qualità del trasporto pubblico : NV
Efficienza degli uffici pubblici : 6
Efficienza della polizia locale : 6
Offerta scolastica : 6
Mensa scolastica : 6
Relazioni con il pubblico : 5
Trasparenza nei processi decisionali : 3
Partecipazione pubblica ai processi decisionali : 3
Relazioni con la minoranza : 3
Gestione delle strutture sportive : NV
Qualità dei servizi sociali e sanitari : NV
Qualità dei servizi culturali, ricreativi e per il tempo libero : 7
Percezione del livello di sicurezza personale : NV
Sviluppo del commercio e dell'impresa locale : 4
Tutela dei lavoratori : 4

GIUDIZIO ATTUALE : 5

* NV (Non Valutabile): è da considerarsi come giudizio negativo in quanto sta ad indicare che nessuna azione è stata intrapresa per l'argomento.


Per fare un confronto, metto in coda la mia pagella definitiva al lavoro svolto dalla precedente amministrazione Zoppè:

Manutenzioni ordinarie : 5
Qualità dell'ambiente : 3
Gestione rifiuti : 6
Gestione del territorio : 3
Qualità dell'edificato : 5
Qualità della viabilità : 4
Qualità del trasporto pubblico : 4
Efficienza degli uffici pubblici : 7
Efficienza della polizia locale : 6
Offerta scolastica : 7
Mensa scolastica : 7
Relazioni con il pubblico : 5
Trasparenza nei processi decisionali : 4
Partecipazione pubblica ai processi decisionali : 3
Relazioni con la minoranza : 3
Gestione delle strutture sportive : 5
Qualità dei servizi sociali e sanitari : 7
Qualità dei servizi culturali, ricreativi e per il tempo libero : 8
Percezione del livello di sicurezza personale : 6
Sviluppo del commercio e dell'impresa locale : 4
Tutela dei lavoratori : 5

GIUDIZIO DEFINITIVO : 5

martedì 19 febbraio 2008

L’Italia paga 5,4 milioni di euro al giorno

5,4 milioni di euro al giorno. È il debito che l'Italia sta accumulando per lo sforamento delle emissioni di CO2 rispetto all'obiettivo previsto dal Protocollo di Kyoto. Dal 1° gennaio 2008 il debito è di 63 € ogni secondo e al 6 febbraio il debito ha superato i 199 milioni di euro che diventeranno quasi 2 miliardi di euro a fine 2008, tenuto conto che per ogni tonnellata di CO2 è stato stimato un prezzo di 20 €.
È possibile vedere la crescita in tempo reale del debito sul sito del Kyoto Club (www.kyotoclub.org) che in home page ha un contatore che avanza inesorabilmente di secondo in secondo.
Il costo, secondo i calcoli del Kyoto Club, deriva dal divario di oltre 90 milioni di tonnellate di CO2 che ci separa dagli obiettivi di Kyoto, con un livello di emissioni del 12% superiore rispetto al 1990. Nel periodo di adempimento 2008-2012, la quantità di emissioni assegnate all'Italia è pari a 483 Mt CO2 eq (-6,5% rispetto al 1990).
“Questa è un'emergenza pesante in termini economici, di immagine e di mancate opportunità. Paghiamo dieci anni di sottovalutazione del problema climatico e di una notevole superficialità rispetto all'entrata in vigore del Protocollo”, si legge nella nota stampa del Kyoto Club. “Poiché ogni ulteriore ritardo comporterà costi crescenti - ricorda il Kyoto Club - sarà fondamentale che le istituzioni mettano al centro delle politiche del paese la questione climatica, con conseguenti scelte oculate su efficienza energetica, utilizzo delle fonti rinnovabili e trasporti”.

lunedì 18 febbraio 2008

Meno cemento, più recupero

Con i soldi dell’Expo non solo opere faraoniche e colate di cemento, ma tutela dell’ambiente, del paesaggio, dell’agricoltura, delle acque, dei borghi e delle ville milanesi.
Il sindaco Moratti le aveva invitate a far parte della consulta ambientale per Expo 2015, ma tre associazioni ambientaliste hanno risposto no. Niente adesioni a scatola chiusa. Fai, Wwf e Italia Nostra hanno preferito non entrare, per ora, a fianco del Comune nel gruppo che dovrà valutare e mitigare l’impatto ambientale che le opere per l’esposizione internazionale, se Milano vincerà la gara con Smirne, inevitabilmente avranno sul territorio milanese.
«L’invito sembrava più un’operazione di immagine che non un coinvolgimento vero e proprio» dice Enzo Venini, presidente nazionale del Wwf. E dal Fai Costanza Pratesi, responsabile dell’Ufficio studi, aggiunge: «Vorremmo essere ascoltati e portatori di idee, non solo certificatori di idee altrui, e vedere per l’Expo un progetto ambientale forte sul nostro territorio, che ancora non c’è».
Così hanno preferito fare un loro osservatorio esterno, e presentare al sindaco, dopo aver spulciato il progetto di candidatura di Milano, 900 pagine, una serie di punti che ritengono «imprescindibili e vincolanti». Vorrebbero, prima di tutto, la gestione responsabile del suolo, limitando il consumo alle aree ex industriali o già urbanizzate, introducendo forme di compensazione ecologica (solo la cittadella per l’Expo conta 1 milione e 700 mila metri quadrati di insediamento). Poi vedere «un chiaro segnale di volontà di tutela della fascia agricola periurbana».
Altra questione importante, la riqualificazione delle vie d’acqua che già ci sono, abbandonando l’idea di costruire un nuovo naviglio, «impresa costosissima, inutile e di pura funzione estetica». E, ancora, cogliere l’opportunità Expo per lanciare un progetto di recupero del patrimonio monumentale del nord Milano, come villa Arconati, villa Litta di Lainate, villa Reale a Monza - «unica grande reggia europea scandalosamente dimenticata» - , i borghi (Figino, Trenno, Chiaravalle, Ronchetto delle Rane), le cascine, i beni minori. Non ultimo si chiede anche il coinvolgimento delle sovrintendenze al tavolo delle decisioni.
«Noi avevamo l’intenzione di discutere questi punti perché pensiamo che il piano Expo deve rifiutare aspetti non consoni alla valorizzazione e tutela dell’ambiente e dei beni culturali - spiega ancora Venini - . Il sindaco ci ha risposto che era importante adoperarsi per ottenere l’assegnazione, il problema lo avremmo affrontato dopo. Il nostro osservatorio nasce con spirito di collaborazione, ma vorremmo che la sostenibilità ambientale diventasse concretezza anche sul nostro territorio. La preoccupazione vera è che con l’Expo si vada, invece, a distruggere il patrimonio verde attorno a Milano».

venerdì 15 febbraio 2008

Telecom paga una multa di 6,5 milioni di euro

Ammonta a 6.528.000 euro la somma versata a titolo di oblazione da parte di Telecom Italia a seguito di una contestazione dell'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni. Un atto volontario, da parte dell'incumbent, destinata a evitare una sanzione ben più pesante per aver disposto attivazioni e disattivazioni non richieste di servizi TLC a numerosi utenti.
La piaga è nota non solo agli utenti e alle associazioni di difesa dei consumatori: l'Authority TLC nello scorso luglio aveva effettuato alcune ispezioni presso le sedi di Telecom Italia, rilevando numerose violazioni. Il pagamento volontario sembra configurare dunque un'ammissione di colpa, ratificata con una sorta di "penitenza" rappresentata da una cifra di per sé considerevole, ma che - va detto - non rappresenta certo un duro colpo per un operatore di telecomunicazioni del calibro (volume d'affari e dimensioni societarie) di Telecom Italia. C'è chi, come l'esperto del settore Stefano Quintarelli, commenta: "Come se una persona che guadagna 30.000 euro/anno oblasse per 6,5 euro".
Il Consiglio dell'Authority, presieduto da Corrado Calabrò, ha preso atto dell'oblazione e ha esaminato una lettera scritta dall'amministratore delegato Franco Bernabé, in cui si legge che Telecom Italia "si impegna, a seguito di delibere dell'Autorità, a introdurre nuovi strumenti di prevenzione e controllo della spesa telefonica". Il riferimento è ai numerosi episodi di utilizzo truffaldini di numerazioni satellitari da parte di operatori senza scrupoli, segnalati dalle associazioni dei consumatori. "Bernabé - osserva l'Authority - esprime l'auspicio che si possano individuare, sempre in collaborazione con le istituzioni, ulteriori strumenti finalizzati ad eliminare i fenomeni fraudolenti che danneggiano la fiducia e l'immagine degli operatori e del mercato".
In una conferenza stampa, inoltre, Telecom Italia ha dichiarato che - a partire dalla fine del mese di marzo - porrà in essere disposizioni e strumenti per la disabilitazione, definitiva e senza oneri per gli utenti, di "tutte le chiamate verso il prefisso satellitare 00881, compreso l'operatore denominato GlobalStar". Una questione sollevata mesi fa da ADUC, che si era rivolta alle istituzioni per chiedere chiarimenti sulle numerose chiamate effettuate verso numeri satellitari internazionali da utenti inconsapevoli di telefonare al di fuori dal globo terrestre.
"Nell'ambito degli interventi in via di definizione e diretti a stroncare gli abusi in tema di numerazioni satellitari e a sovrapprezzo - si legge inoltre in una nota diffusa ieri dall'Agcom - la Commissione infrastrutture e reti dell'Autorità ha oggi dato mandato agli uffici di completare, in tempi brevi, il nuovo regolamento sull'uso delle numerazioni in modo da prevedere che l'attivazione dei servizi a sovrapprezzo maggiormente onerosi avvenga solo su esplicita richiesta degli utenti, così come è stato richiesto dalle Associazioni dei Consumatori. L'Autorità rileva infine come dagli ultimi dati Istat, in un contesto di rialzo degli indici dei prezzi al consumo, il settore delle comunicazioni è l'unico a mostrare, sia su base annuale (-8,5%) che mensile (-0,7%), una significativa riduzione".
La vicenda non riscuote applausi scroscianti da parte dei consumatori. "Si va verso la normalizzazione commerciale? - si chiede provocatoriamente ADUC - No! Fumo negli occhi! Già un anno fa l'Agcom avrebbe dovuto fare questo regolamento e il fatto che dichiari oggi questa disponibilità, dopo altrettanta disponibilità di Telecom a rispettarlo, la dice lunga sull'indipendenza dell'Autorità dal potere economico-politico: occorre la disponibilità di Telecom a rispettare le pronunce dell'Autorità perché si ponga fine a questo ladrocinio permanente? Forse il legislatore, prima di fare una legge che sanziona chi commette furti, chiede al ladro se è disponibile a rispettare questa legge?".
"Il problema, che nessuno ignora ma che tutti fanno finta che non esista (Agcom in testa) - prosegue l'associazione - è che, mentre Telecom dà queste ridicole e assurde disponibilità, in quello stesso istante ci sono migliaia di servizi non richiesti che vengono attivati agli utenti. Telecom è monopolista dell'ultimo miglio e operatore cellulare con posizione dominante su un mercato di cui abusa, si sente e si comporta in modo sprezzante e arrogante nei confronti di chi è costretto a fruire dei suoi servizi, influenzando e determinando, di fatto, altrettanto comportamento illecito da parte dei propri concorrenti, pur se gestori di lumicini di mercato".

Fonte: Punto Informatico

giovedì 14 febbraio 2008

La tecnologia trasforma il Pianeta

L'ICT sta cambiando il mondo. Non serviva certo la conferenza UNCTAD delle Nazioni Unite per saperlo, ma il rapporto appena presentato proprio da UNCTAD documenta con fatti e numeri quello che sta accadendo. A partire dall'Asia, dove Cina e India stanno vivendo anche grazie alla tecnologia un rinascimento economico foriero persino di nuovi diritti e nuove speranze per la popolazione, per arrivare all'Occidente, dove dallo sboom del 2001 ci si è ripresi completamente, al punto da rischiare altre spirali recessive.
L'Information Economy Report 2007-2008 racconta anche dei paesi spesso esclusi dalle analisi che girano sulla stampa mainstream: si parla dell'Egitto, del Marocco e del Ghana, dove politiche governative accorte in materia tecnologica hanno spinto ad una espansione del mercato ICT, alla nascita di nuove imprese e allo sviluppo dell'occupazione. UNCTAD non si occupa in modo specifico dei diritti civili, che in alcuni di questi paesi, come in altri, sono considerati pericolosi, ma cerca ugualmente di tracciare un quadro realistico della situazione.
Un quadro dal quale emerge con evidenza la crescita delle esportazioni di tecnologia dal mondo meno sviluppato, un termometro efficace della velocità con cui tutto si sta muovendo: "L'impressionante crescita economica di alcune grandi nazioni in via di sviluppo come la Cina, l'India e il Messico - scrivono gli esperti ONU - sta avendo un impatto significativo sulla performance del settore ICT in altri paesi del Sud del Mondo".
È una catena di cambiamenti, dove all'emergere di nuove potenze dell'economia e della tecnologia corrispondono nuovi equilibri, dove cresce esponenzialmente lo scambio commerciale tecnologico tra i paesi del Sud del Mondo, al punto che ha assunto un valore di 410 miliardi di dollari. Ossia solo 40 miliardi di dollari meno dello scambio commerciale tra i paesi del Nord del Mondo, quelli tradizionalmente considerati ricchi. La polpa si sta spostando a sud ed è una transizione che continuerà secondo le previsioni degli esperti.
A muoversi più rapidamente di ogni altro sono i servizi dell'informazione e il settore dei computer, dove le esportazioni sono salite più rapidamente di qualsiasi altro nel decennio 1995-2004, ed è anche qui una chiave per comprendere lo shift nell'economia ICT mondiale: in questi settori nel 1995 solo il 4 per cento delle esportazioni era ascrivibile a paesi in via di sviluppo, oggi siamo a quota 28 per cento. Già nel 2005 le esportazioni tecnologiche dei paesi in via di sviluppo avevano raggiunto il livello dell'export informatico dei paesi ricchi registrato nel 1998. Come a dire che il baratro si sta riducendo e in pochi anni gli esperti si attendono non solo un pareggio ma persino che l'India guidi il mondo nel settore dei servizi informatici.
Nel 2004, spiega il rapporto, la Cina ha superato gli USA quale maggior esportatore di beni tecnologici. Nel 2006, il valore delle esportazioni di software dell'India da solo superava il valore degli investimenti stranieri nel paese. Grazie all'ICT, la quota di servizi sull'export complessivo dell'India è cresciuta dal 18 per cento del 1995 al 37 per cento del 2006.
Tutto questo però non significa che il digital divide si sia granché ridotto. Ci sono dei miglioramenti, principalmente nella disponibilità di linee di telefonia mobile, che si stanno rivelando essenziali non solo per lo sviluppo delle attività economiche e commerciali (m-commerce) ma anche per dar vita a nuove strutture di gestione dell'impresa: anche nelle economie meno sviluppate già da tempo il telefonino ha iniziato a fare la differenza. Rimangono molte zone d'ombra come nell'Africa rurale, dove l'accesso universale al telefonino "rimane una sfida a causa dell'assenza di canali di distribuzione commerciale. Quando la povertà è alle stelle - si legge nel rapporto - può rendere anche i telefonini più economici comunque troppo costosi, e bassi livelli di educazione possono rendere l'uso del telefonino molto difficile".
Ma è anche l'assenza di servizi Internet a rendere assai difficoltosa la crescita economica che pure le tecnologie potrebbero consentire.
Nel 2002, ad esempio, la disponibilità di accessi ad Internet nel mondo sviluppato era superiore di 10 volte rispetto a quella del mondo in via di sviluppo. La buona notizia è che nel 2006 questo divario si era ridotto a "sole" 6 volte.
Il Rapporto nota come in tanti paesi, vengono citate ad esempio Croazia e Bielorussia, le fasi di transizione, anche politiche, non ostacolino un certo dinamismo proprio sul fronte della diffusione di Internet, e di come ci sia un diffuso fermento per espandere l'uso della rete attraverso non solo nuove infrastrutture ma anche formazione, ritocchi al mercato per aumentare la concorrenza, nuovi investimenti nel settore ICT.
La brutta notizia riguarda proprio la banda larga: tra il 2002 ed oggi il gap tra mondo ricco e mondo in via di sviluppo è aumentato, il che si deve con ogni probabilità alla presa di coscienza del mondo più avanzato tecnologicamente degli enormi benefici del broad band collegati peraltro a capacità di investimento infrastrutturale assai più elevate rispetto ai "competitor" meno ricchi. Un gap, dunque, che difficilmente potrà restringersi ancora per diversi anni.
Tra gli sforzi di UNCTAD, non a caso, c'è anche quello di illustrare quanto i paesi in via di sviluppo possano beneficiare da un utilizzo diffuso delle tecnologie in primo luogo nelle aziende. Delle analisi sono state condotte a questo proposito, tracciando un parallelo tra la diffusione di computer e la produttività aziendale. Ed è verificata l'ipotesi - dicono i ricercatori - "che le imprese nel mondo in via di sviluppo possano beneficiare quanto quelle del mondo sviluppato dall'uso delle tecnologie".
In conclusione, spiegano gli esperti UNCTAD, molto è stato fatto per aggredire il digital divide, molti paesi meno ricchi hanno iniziato ad abbracciare l'ICT, spesso accompagnandolo con politiche mirate ed attente, capaci di rivitalizzare economie in difficoltà. Ma sono ancora tanti, tantissimi, i paesi in difficoltà, per i quali il manifestarsi del volano tecnologico rimane un miraggio. Paesi che il mondo ricco spesso sceglie di ignorare.

Fonte: Punto Informatico

mercoledì 13 febbraio 2008

Ancora su gassificatori e dissociatore molecolare

Il termine gassificazione significa, letteralmente, trasformare in gas. Recentemente è stato utilizzato per indicare il processo che avviene in appositi terminali ove si trasforma il metano trasportato liquido in apposite navi in metano allo stato gassoso da distribuire nei metanodotti.
Si è pertanto reso necessario chiarire la differenza tra un processo fisico (passaggio di stato da liquido a gassoso di una sostanza che resta immutata, come il metano) e un processo chimico nel quale si libera energia contenuta nei legami tra gli atomi che costituiscono le molecole organiche. La necessità di fornire pertanto una corretta informazione ha generato quindi il termine «dissociatore molecolare».
Il processo di dissociazione molecolare è un processo che avviene naturalmente per garantire le diverse forme di vita animale che si nutrono dell’energia contenuta nei legami delle molecole Carbonio-Idrogeno che si sono costituite attraverso il processo di fotosintesi utilizzato, grazie all’energia solare, dalle diverse specie vegetali che popolano il nostro pianeta. La dissociazione di queste molecole organiche, fino alla forma stabile costituita da CO2 e H2O (anidride carbonica e acqua) avviene per via biologica (basti pensare ai batteri utilizzati nei di gestori anaerobici), per via chimica (esterificazione) o per via termochimica (combustione, massificazione, pirolisi).
In sostanza il principio è sempre quello di rompere legami di molecole complesse per ottenere composti semplici (ad esempio CO, ossido di carbonio, CH4, metano, H2 , idrogeno) che, con un successivo processo di ossidazione liberano energia e producono CO2 e H2O. E’ vero che il processo chiamato anche massificazione è noto da anni, ma è altrettanto vero che non sempre tutte le tecnologie che si utilizzano danno gli stessi risultati. Ad esempio, il Gassificatore di Greve in Chianti utilizza un processo denominato Circulating Fluidized Bad, CFB, letteralmente Fluidificatore a Letto Circolante, usualmente Gassificatore a letto fluido, dove il processo avviene in un ambiente dove il materiale è mantenuto in sospensione per essere sottoposto ad un processo termico ad alta temperatura (oltre 1000 gradi °C) e per tempi limitati.
Come evidenzia lo stesso dott. Agati, l’effetto di tale processo è quello di portare inevitabilmente alla fusione o sublimazione sia di vetri che di metalli, di determinare notevole produzione di particellato, di richiedere tecnologie complesse e costose, di determinare una notevole presenza di carbonio residuo nelle ceneri non ossidato, di richiedere pezzature piuttosto piccole per il materiale immesso. In definitiva questo impianto non si differenzia molto da un usuale processo di combustione, mantenendo molti svantaggi dello stesso e pochi vantaggi di un corretto processo di gassificazione.
L’impianto visitato in Islanda utilizza al contrario una tecnologia che, attraverso una minore temperatura di processo , tempi notevolmente maggiori ed evitando ogni movimentazione del materiale da processare, riduce notevolmente molti problemi tipici di un inceneritore, quali l’emissione di nanoparticelle, di metalli pesanti, di diossine e di furani, l’alta produzione in percentuale di scorie e di ceneri. Una tecnologia più semplice che, pur sfruttando un processo di ossidazione finale, in definitiva di combustione, determina comunque impatti ambientali notevolmente inferiori rispetto ad un tradizionale inceneritore. E’ ovvio che, come ogni tecnologia, va utilizzata nel modo appropriato. In Islanda, data la scarsa densità di abitanti, viene utilizzata direttamente sul rifiuto indifferenziato.
In Italia dovrebbe inserirsi nel modo corretto in un sistema che punti principalmente alla riduzione dei rifiuti e al recupero di materia. In un tale sistema, dove ovviamente una corretta fase di raccolta differenziata è indispensabile per semplificare ogni successivo processo di trattamento e valorizzazione del materiale raccolto, il processo termochimico di dissociazione molecolare potrebbe affiancare, per le sostanze organiche cellulosiche, il processo anaerobico che dovrebbe trattare le sostanze organiche con alta concentrazione di carbonio volatile ( i così detti scarti da mensa, ad esempio). Il processo anaerobico potrebbe utilizzare i numerosi impianti di depurazione dove spesso si sottoutilizzano le linee anaerobiche per i fanghi (l’esperienza di questi anni fatta a Viareggio ha dimostrato come è possibile “eliminare” 40 tonnellate al giorno di organico, producendo circa 8000 m2 di biogas, semplicemente utilizzando i digestori anaerobici fermi da 10 anni ); il processo di dissociazione molecolare potrebbe invece utilizzare tutte le altre sostanze a base di carbonio, le così dette biomasse, dalle quali si può estrarre l’idrogeno che potrà produrre energia elettrica nelle celle a combustibile (dove avviene il processo inverso dell’idrolisi) con rendimenti doppi (circa il 70 %) rispetto ai tradizionali impianti a ciclo di vapore e turbina.
Ceneri prive di inquinanti e fanghi di depurazione stabilizzati anaerobicamente possono contribuire alla produzione di ammendanti e compost di qualità. Per la frazione plastica presente nei rifiuti si sta prospettando una interessante soluzione, allo studio in questo periodo anche grazie al contributo dei Verdi.
Fermo restando che il primo obiettivo è eliminare l’inutile utilizzo di plastiche (basti pensare agli ingombranti e diffusi imballaggi), bisogna puntare al recupero delle materie plastiche raccolte in modo differenziato. La plastica è infatti costituita da polimeri di sintesi, ottenuti da prodotti provenienti dal petrolio; per produrre questi polimeri è stato necessario spendere energia, ed il bilancio di un utilizzo energetico delle plastiche per uso energetico potrebbe risultare, alla fine, negativo. Ma il recupero diretto delle plastiche in impianti di stampaggio è ostacolato dalla enorme eterogeneità dei polimeri in circolazione e dai diversi comportamenti termoplastici delle stesse. Però tutte le sostanze plastiche provengono da pochi componenti di base, ottenuti dal petrolio. La ricerca proposta dai Verdi è quella di individuare un processo che scomponga le plastiche nei “mattoncini” di base, in modo da poter riottenere da questa base altre sostanze plastiche senza dover ricorrere nuovamente al petrolio. Una sorta di Plastica Vergine Riciclata (PVR), marchio utilizzato per questo progetto.
Il processo potrebbe utilizzare alcune tecnologie già messe a punto in altri paesi che utilizzano processi termici ad alta pressione e con la presenza di catalizzatori. In definitiva, come si vede, ogni tecnologia può essere vali