venerdì 30 novembre 2007

Bioraria Enel

La Bioraria dell’Enel conviene? Non è molto chiaro. Se lo chiede il Movimento Difesa del Cittadino che per avere una risposta ha deciso di farsi aiutare dall’Antitrust. L’associazione ha infatti chiesto all’autorità l’apertura di un’istruttoria segnalando l’ingannevolezza del messaggio pubblicitario della tariffa sul sito dell’Enel.
Due sono i motivi per cui, secondo MDC, il messaggio è ingannevole. Si tratterebbe di una pratica commerciale scorretta in quanto non fornisce al consumatore le informazioni essenziali delle eventuali limitazioni dell’offerta. Nel messaggio si legge: “E’ l’offerta per chi utlizza l’energia elettrica soprattutto nella fascia oraria compresa tra le 19 e le 8 dal lunedì al venerdì, nei week end e in tutte le festività nazionali. In più, il prezzo è fisso per due anni, mettendoti così al riparo dalle variazioni del costo dell’energia elettrica”. E i costi? L’unico riferimento è la “crittica e incomprensibile nota per il consumatore medio” (si legge nel ricorso) in cui si afferma: “Per costo dell’energia si intende quella parte dei corrispettivi di riferimento definiti dall’Autorità, corrispondenti ai costi di acquisto e di commercializzazione dell’energia elettrica, al netto degli oneri di trasporto e di dispacciamento”.
C’è di più. Cliccando sulla richiesta di documentazione delle offerte non compare il contratto bensì un form dai campi obbligatori, che MDC definisce “analogo ad un vero e proprio ordinativo, con tanto di preferenza quanto alla tipologia di pagamento prescelto. Il consumatore, restando all’oscuro del contenuto effettivo delle offerte è di fatto costretto ad una preliminare richiesta del servizio fornendo ad Enel una serie di dati sensibili quali indirizzo, e-mail, numero di telefono, tipologia di consumo, numero di familiari conviventi ecc., prima di poter ottenere qualunque notizia certa”.
Il secondo motivo per cui l’associazione segnala l’ingannevolezza del messaggio riguarda la presenza di una “grave omissione”: Enel Energia tace la circostanza per cui il consumatore avrà un risparmio effettivo rispetto alla tariffa monoraria solo quando riuscirà a spostare più del 70% dei consumi nella fascia oraria più economica (definita da Enel Blu e dalla AEEG F23) lasciando la restante parte nella fascia più costosa (l’Arancione F1 per la AEEG). Infine, MDC segnala anche l’assenza di un servizio clienti in grado di comunicare al cittadino. Ma come facciamo a sapere se nel corso del mese abbiamo veramente consumato il 70% dell’energia totale da noi impiegata nella fascia più economica? Secondo l’associazione “anche chi consapevolmente aderisse all’offerta Bioraria, non avrebbe alcun modo di verificare la percentuale dei propri consumi nell’una o nell’altra fascia oraria stabilita, visto che, ad oggi, non esiste un servizi clienti in grado di comunicare se l’utente stia centrando l’obiettivo o meno come già denunciato dal settimanale Il Salvagente (n. 25.10.07 pag. 18 e ss)”.
A questo punto non ci resta che attendere la risposta dell’Antitrust.

Natale dolce amaro in arrivo a Garbagnate

Riporto il comunicato stampa dei Verdi di Garbagnate in merito a notizie buone e brutte giunte in questi giorni e che non si sgonfieranno per un bel po'.

A Natale si diventa tutti più buoni, ma mai ci saremmo aspettati un regalo dalla Regione Lombardia. Forse, grazie al fatto che è stata eseguita una seria valutazione tecnico/urbanistica, i cittadini di Garbagnate potranno fare a meno di un nuovo centro commerciale nell'area PE4 (zona Bariana). Questo inaspettato regalo permette di tirare un respiro di sollievo pensando al risparmio del suolo, alla non proliferazione di inutili parcheggi e strade accessorie, a tutte le conseguenze sulla qualità ambientale e della vivibilità e alla precarietà di vita di molti piccoli negozi di vicinato. Che un nuovo centro commerciale in una città di 28.000 abitanti non fosse fondamentale per la cittadinanza già servita da Coop, Unes, una grande Esselunga (con il raddoppio diventerà 4.500 mq), Brico center, svariati negozi di medio grandi dimensioni, era abbastanza scontato per molti, ma non per i nostri amministratori locali, attuali e precedenti, che in merito hanno parlato più volte di opportunità.
L'area del PE4 cosi vicina alla trafficata Varesina, potrebbe rifiorire come bosco urbano, percorso vita, da collegare ai parchi esistenti e al percorso verde del canale Villoresi creando un polmone verde capace di rendere più respirabile l'aria cittadina. Si potrebbe pensare anche ad un ampliamento del Centro Sportivo che necessita di una seria "revisione". Naturalmente resteremo sempre attenti e vigili per evitare che la zona non diventi interesse di appetiti edilizi! Per citare una frase tanto amata dal nostro Sindaco... "è una opportunità", ma non la solita legata ad "alberi" di 20 piani di cemento.
Noi Verdi di Garbagnate speravamo che la mancata realizzazione del centro commerciale ponesse fine a una lunghissima teoria e pratica di interventi pesanti e ponesse le basi per una ragionevole pianificazione del territorio che contemplasse il giusto rispetto del poco verde urbano che ancora rimane, fondamentale complemento al Parco delle Groane. Ma inaspettata ci è giunta la notizia di un accordo che il nostro Sindaco ha pensato bene di fare con il Conte Casati ed ALER, cedendo buona parte del terreno che fa parte del Parco dei Pioppi, unico parco del quartiere Groane. Si tratterebbe della zona attualmente adibita a campo di calcio e spogliatoi. Chiediamo al nostro Sindaco come questo si concilia con la sua falsa disponibilità alla partecipazione cittadina e difesa dell'ambiente e del verde pubblico.

mercoledì 28 novembre 2007

Google esclude l'Italia

Soldi, tanti soldi in palio per chi sviluppa software per Android. Si tratta di un concorso lanciato da Google per promuovere la sua piattaforma software per gli smartphone. Non poteva chiedere carburante migliore per lanciarsi alla conquista del mercato.
Sergey Brin è stato chiaro: "Le migliori applicazioni (per Androdid, NdR) non sono ancora state create: le produrrete voi sviluppatori, e vogliamo riconoscervi questo merito". Così Google ha "messo da parte" 10 milioni di dollari (quasi sette milioni di euro), che distribuirà in premi a chi realizzerà le più utili e accattivati applicazioni per la nuova piattaforma.
Il concorso avrà inizio il 2 gennaio 2008: da quella data, gli sviluppatori avranno a disposizione due mesi per sottoporre le loro creazioni al giudizio di Google. Al termine di questa prima fase, le 50 migliori applicazioni saranno selezionate e i loro creatori riceveranno ciascuno 25mila dollari (17mila euro) per il disturbo.
Visto che l'appetito vien mangiando, i cinquanta fortunati si daranno senz'altro da fare per elaborare ulteriormente il proprio lavoro: in palio ci sono altri dieci premi da 275mila dollari (190mila euro) e altrettanti riconoscimenti da 100mila dollari (69mila euro).
Non è ben chiaro quali siano le caratteristiche necessarie per costruire l'applicativo vincente: le FAQ parlano di valutazioni basate su "quanto sfruttano le capacità di Android per veicolare una migliore esperienza mobile agli utenti". Come dire, tutto e niente.
Le applicazioni, comunque, resteranno di proprietà dei loro creatori: una buona notizia per la comunità Open Source, che da Google ha ricevuto anche ulteriori rassicurazioni riguardo il futuro di Android.
Tutti possono partecipare. O meglio, quasi tutti. Come sanno molti navigatori di Internet, l'Italia è stata esclusa dal concorso, assieme a Cuba, Iran, Siria, Nord Corea, Sudan, Burma (Myanmar) e Quebec.
Ragioni normative, spiegano da Mountain View: "Purtroppo alcuni paesi, come l'Italia, pongono requisiti addizionali per eventi come il Developer Challenge che rendono impossibile la sua apertura agli utenti di quei paesi". Garanzie economiche preventive, speciali autorizzazioni ministeriali... tutto concorre a rendere la vita difficile, in questo caso a Google e più in generale a chi organizza manifestazioni di questo peso. Un'occasione perduta per gli sviluppatori del Belpaese. Chissà se qualcuno nel Palazzo se ne accorgerà.

martedì 27 novembre 2007

Problema criminalità non rom

Riporto articolo che condivido dal quotidiano Metro Milano:

Mia madre è stata scippata da zingari. Miei amici se li sono trovati in casa. Io stesso ho subito un tentativo di borseggio da parte di un ragazzino rom. Dovrei avercela con la loro razza. Dovrei detestarli tutti.
Invece ho avuto la bella trovata di fondare, insieme con alcuni amici nomadi, l’Associazione rom per la legalità e contro il razzismo. Sono masochista? No. Sono semplicemente consapevole di una verità banale, di cui spesso si parla ma a cui pochi, sotto sotto, credono: che molti zingari sono onesti. Sissignore: sono gente per bene. Che lavora. Spesso in nero, sottopagata. E che quasi sempre deve nascondere la sua etnia: dicono che sono romeni, ma non che sono rom. Perché agli occhi dell’opinione pubblica, soprattutto dopo la tragedia di Roma, rom eguale a ladro, accattone, assassino.
Esiste un problema romeni, come sostiene Veltroni? Esiste semmai un problema criminali. Parecchi sono romeni: dall’inizio dell’anno i reati nel loro Paese sono diminuiti di un quarto, segno che molti delinquenti sono emigrati. E sono venuti da noi, in Italia. Dove già abbiamo fin troppi criminali italiani, albanesi, marocchini e via discorrendo.
Il problema non sono i romeni: sono le leggi, troppo lassiste verso i delinquenti. Certi magistrati esageratamente garantisti. E l’insufficienza delle forze di polizia. Chi sbaglia deve pagare, fino in fondo. Ma non deve pagare chi ha come unica colpa l’appartenenza a un’etnia. Per questo ho fondato l’Associazione dei rom onesti. Perché loro sono le prime vittime delle malefatte di alcuni loro colleghi. E va a finire che i colpevoli non vengono puniti a dovere, mentre gli innocenti subiscono la pena dell’emarginazione sociale. Con il risultato di spingere alcuni di loro, esasperati, sulla strada dell’illegalità.

Fonte: Metro - Mario Furlan

lunedì 26 novembre 2007

Il punto sul riciclaggio dei rifiuti hi-tech

Che fine ha fatto la raccolta differenziata ed il recupero delle apparecchiature elettriche ed elettroniche?
Si tratta di rifiuti pericolosi, che secondo una direttiva europea - la RAEE - dovevano essere riciclati a partire dal 2005. L’Italia però si è distinta per un continuo slittamento dell’entrata in vigore della direttiva all’interno dei propri confini. Il Bel Paese infatti ha bucato il primo termine di adeguamento - fissato per il 13 agosto 2006 - poi il secondo ed il terzo - fissati per il 31 dicembre 2006 e per il 30 giugno 2007 - e ora si spera che voglia fare sul serio per il 31 dicembre 2007. Aggiornamento: lunedì 5 novembre è stato finalmente pubblicato il decreto ministeriale che dà piena attuazione alla direttiva. Tutti i particolari si trovano in questo pdf.
Il punto della situazione è stato fatto su RepubblicaTV ne "Il cerchio da chiudere", trasmissione dedicata ai temi ambientali: da questo programma, si apprendono una serie di dati interessanti.
Si scopre ad esempio che ad essere esasperati ormai sono gli stessi produttori delle apparecchiature hi-tech (i più grandi dei quali si sono anche appositamente riuniti nel consorzio Ecodom), che hanno effettuato investimenti in tutta Europa per mettere a punto la filiera del recupero e che stanno aspettando che lo Stato italiano si decida a fare la sua parte, visto che il ritardo è di ben 2 anni. Riciclare infatti genera profitto: economia ed ecologia possono andare a braccetto. Per i produttori è necessario reinserire nel ciclo produttivo i metalli e le altre materie presenti nei RAEE: "E’ inutile ricorrere a materie vergini", dicono. Il valore delle cosiddette "materie prime seconde" (quelle recuperate) sale infatti nel tempo.
L’obiettivo sarebbe quello di recuperare - nel primo anno - 4 kg pro-capite di materiali elettrici ed elettronici: in questo modo 240.000 tonnellate di rifiuti pericolosi uscirebbero dal ciclo della gestione dei rifiuti dei Comuni. Bisogna considerare che attualmente i RAEE crescono del 3,5% all’anno e che appena il 10% di questi rifiuti viene differenziato.
In Europa vengono prodotte ogni anno 6,5 milioni di tonnellate di RAEE.

venerdì 23 novembre 2007

Ne resterà soltanto una

Riporto il comunicato stampa dei Verdi di Garbagnate spiegando il titolo che ho scelto con il fatto che alla fine del mandato dell'attuale amministrazione, resterà solo una ultima area verde a Garbagnate Milanese, il Parco delle Groane (forse). A meno che i garbagnatesi non facciano capire in modo più convinto, il loro desiderio di salvare le ultime aree non costruite sul territorio.

Noi Verdi di Garbagnate, siamo fortemente proccupati per la volontà espressa dalla nuova Giunta di centrodestra di aumentare l'edificazione del territorio. Oltre alle dichiarazioni sul nuovo centro commerciale nell'area PE4, all'incognita sul destino della zona fornaci nel Parco Groane, si aggiunge l'intenzione di costruire anche su tutto il verde di via Mazzini a S.Maria Rossa, in una zona già fortemente edificata e trafficata. Questo, malgrado la costituzione di un comitato di cittadini che chiede soluzioni più integrabili con la zona e in barba alla partecipazione popolare tanto pubblicizzata in campagna elettrorale ma che per il centrodestra si riduce alle feste di piazza.
Facciamo notare come il verde pubblico attualmente presente nella zona comprende un antico boschetto abitato da picchi che dovrebbe fare da "cuscinetto polmone" tra il Paese e gli adiacenti Alfa Romeo e autostrada. Per l'eliminazione di tale boschetto sarà necessario un risarcimento, come prevede la normativa regionale, risarcimento che dovrà essere in verde pubblico di qualità, perché la priorità va data anche alla salute ed al diritto nostro e dei nostri figli ad un Paese vivibile.
Anche la soluzione proposta di inserire i nomadi negli appartamenti che si realizzeranno, dimostra l'incapacità di questa amministrazione di risolvere problemi ambientali e sociali. Quindi le soluzioni di questa amministrazione sono quelle di nascondere o rimandare i problemi piuttosto che risolverli con una visione di lungo periodo. Basta leggersi il programma elettorale di centrosinistra, per avere una soluzione al problema.

giovedì 22 novembre 2007

Sondaggio nucleare

Gli italiani rimangono contrari al nucleare. È questo il risultato che emerge dal sondaggio commissionato dai Verdi a Ipr Marketing, su un campione di mille italiani disaggregati per sesso, età ed area di residenza, in modo da essere rappresentativi della popolazione adulta residente. La metodologia utilizzata è il panel sistema telematico tempo reale.
Secondo la ricerca il 56% degli intervistati è contrario a nuove centrali in Italia, percentuale che sale al 70% se la costruzione di una centrale è vicina al comune dell’intervistato. Il risultato arriva a venti anni di distanza dai 3 referendum sul nucleare.
Rispetto all’appartenenza politica degli intervistati, emerge che gli elettori di centrosinistra sono per i 2/3 contrari, così come l‘elettorato non apertamente schierato, mentre nel centrodestra si evidenzia una spaccatura tra favorevoli e contrari. La percentuale dei contrari sale sensibilmente nell’ipotesi della costruzione di una centrale nucleare vicino al proprio comune. In questo caso, i contrari sono al 74% tra gli elettori di centrosinistra, ma arrivano al 62% anche nell’elettorato di centrodestra.
"È la conferma che i cittadini italiani rimangono largamente contrari al nucleare – ha detto Roberto Della Seta, presidente di Legambiente -. Questo orientamento riguarda tanto l’elettorato di centrosinistra che di centrodestra - continua Della Seta -, e viene dimostrato che l’opinione pubblica è più avanti di molti politici che invece di preoccuparsi di aprire le basi per le energie del futuro, come il solare, l’eolico, o per l’efficienza energetica o per la ricerca sull’idrogeno, le sole vie capaci di fermare i mutamenti climatici si attardano in sterili polemiche. Insomma, l’Italia rifiuta il nucleare nonostante ci sia un battage pubblicitario che propone l’atomo come la panacea di tutti i mali".
"Gli italiani sono nettamente contrari al nucleare - ha commentato Pecoraro Scanio -. I dati del sondaggio Ipr sono chiarissimi e dimostrano che a vent’anni di distanza dal referendum gli italiani non vogliono l’energia atomica e tra gli elettori di centrosinistra la percentuale dei contrari è ancora più alta. Il fortissimo pressing politico e mediatico delle lobby dell’atomo - prosegue Pecoraro Scanio -, soprattutto negli ultimi mesi, non ha modificato la volontà popolare, dimostrando ancora una volta che i cittadini si aspettano politiche energetiche innovative e non il ritorno al nucleare, costoso e pericoloso".
"I risultati del sondaggio dell’Ipr su commissione dei Verdi mostrano che in Italia a 20 anni dal referendum c’è un orientamento nettamente contrario al nucleare, anche se meno marcato di quello registrato nel 1987. – si legge in una nota stampa di Greenpeace -. Quest’orientamento antinucleare diviene più chiaro quando si chiede chi è disposto a vivere vicino a un impianto nucleare, con il 70% di No". La campagna filonucleare in atto, sottolinea Giuseppe Onufrio, direttore delle campagne di Greenpeace Italia, "punta soprattutto su supposti vantaggi economici del nucleare. Chiediamo a questi signori come mai dopo 60 anni di sviluppo di questa tecnologia, gli Usa hanno dovuto introdurre forti incentivi economici, visto che nessun imprenditore privato investe in nuovi reattori da 30 anni".

mercoledì 21 novembre 2007

Pronti a cambiare fornitore per avere energia verde

"Il fornitore di energia 'ideale' in Italia? Dichiara le emissioni di CO2 e investe in rinnovabili ed efficienza". È l'opinione che emerge dallo studio sul rapporto tra consumatori europei e liberalizzazioni commissionato dal WWF e realizzato da Makno&Consulting, nell'ambito della Campagna GenerAzione Clima 2007, per scoprire le aspettative dei cittadini di Italia, Francia, Gran Bretagna, Germania e Svezia rispetto alla liberalizzazione del mercato elettrico.
Dal sondaggio emerge uno scenario che si discosta dalle aspettative, si legge nella nota stampa del WWF. I cittadini europei si sentono circondati dalle campagne pubblicitarie dei fornitori di energia, dei quali si fidano ben poco: l’80-90% del campione le reputa poco chiare se non addirittura ingannevoli.
Nello scenario europeo analizzato i più desiderosi di energia sostenibile sono i cittadini svedesi e italiani: i primi a pieno regime di liberalizzazione dell'energia, i secondi appena affacciati al nuovo scenario. Il consumatore domestico italiano non è poi particolarmente ossessionato dal prezzo dell'energia elettrica e sarebbe molto ben disposto a riversare risorse nell'ambiente, ma non incontra un'offerta di tariffe affidabili che gli garantiscano un vantaggio ambientale trasparente.
Dalla ricerca emerge che gli italiani sono desiderosi di vedersi offrire tariffe verdi e volte allo sviluppo di fonti rinnovabili. Il 47% del campione chiede investimenti in nuovi impianti di energia pulita, oltre l’80% ritiene che le emissioni dei gas serra siano molto o abbastanza importanti nel processo di scelta del fornitore (un dato comune ai 5 paesi analizzati) e, il 55% pagherebbe una bolletta più cara se il fornitore dimostrasse di migliorare l'attuale impatto ambientale del sistema elettrico; cresce la voglia di sapere: il 50% vuole chiarezza, l’80% non sa di aver diritto di conoscere i dati sulla CO2 emessa dal fornitore. Solo l’1% degli italiani si è dimostrato non interessato a impegnarsi in alcuna azione per ridurre le emissioni climalteranti. Inoltre il 69% degli italiani si dimostra disposto a migliorare l'efficienza energetica nelle proprie abitazioni: considerando un consumo medio di circa 2700 kWh anno per famiglia, infatti, la maggioranza degli italiani spenderebbe dal 2 al 10% in più all'anno per una tariffa verde per la quale sia chiaro il beneficio ambientale.
A livello europeo il dato più sorprendente è quello che riguarda le aspettative sulla liberalizzazione del mercato di energia: il 36% degli intervistati in Italia, il 41% in Francia, il 32% in Germania sono alla ricerca di un "rapporto nuovo con il proprio fornitore di energia elettrica" con il quale intraprendere anche attraverso contratti pluriennali la strada dell’efficienza e la protezione dell’ambiente.

martedì 20 novembre 2007

Fotovoltaico e la Fiera di Roma

Bella idea! Sul tetto della Fiera di Roma un impianto fotovoltaico a film sottile.
Un tetto da record per la Fiera di Roma. Sul tetto della struttura romana sarà realizzato l'impianto fotovoltaico a film sottile più grande al mondo.
Il progetto è nato dall’accordo tra Fiera di Roma e Green Utility, joint venture tra Secit (società del gruppo Gesenu nata a Perugia), Solon Ag (società tedesca leader nel fotovoltaico) e un team di giovani imprenditori esperti di energia.
L'impianto, con una potenza di 1.800 kWp (kilowatt di picco), sarà completato nel 2008. Il film sottile sarà installato su circa 38 mila metri quadri dei tetti dei padiglioni espositivi a cui si aggiungeranno sistemi fotovoltaici a inseguimento solare sulle aree del polo fieristico per ulteriori 500 kWp.
Un’iniziativa che permetterà di evitare le emissioni in atmosfera di circa 2.000 tonnellate/anno di anidride carbonica, equivalente ai benefici ambientali generati da 2 milioni di metri quadri di bosco.
Fiera di Roma – riporta la stampa – beneficerà gratuitamente del 20% dell'energia verde così prodotta, mentre la restante parte sarà acquistata a un prezzo definito particolarmente vantaggioso rispetto a quello già pagato, consentendo di soddisfare circa il 20% del proprio fabbisogno energetico.
Secondo quanto si legge nella stampa, l'impianto produrrà 2,8 milioni di kWh/anno, pari al consumo elettrico annuo di oltre 900 famiglie e richiederà un investimento di circa 12 milioni di euro.
L'investimento sarà interamente sostenuto da Green Utility attraverso un'operazione di project financing.
“La partnership con il Comune di Roma - ha spiegato Carlo Noto La Diega, presidente del consiglio di sorveglianza di Green Utility e presidente del CdA di Secit - costituisce un modello di sviluppo che coniuga innovazione e sostenibilità, in linea con quanto sancito lo scorso marzo dalla Commissione europea che ha fissato l'obiettivo vincolante del 20% della produzione totale di energia da fonti rinnovabili entro il 2020”.

lunedì 19 novembre 2007

Moschee

Si fa sempre più infiammato – in Europa, ma soprattutto in Italia – il dibattito sulle moschee: permettere o no la loro costruzione? La risposta, ovvia, dovrebbe essere una sola: certamente. Proibire l’edificazione di luoghi di culto sarebbe illiberale, antidemocratico, intollerante. I musulmani non sono tutti terroristi, come non lo sono tutti i cattolici e i protestanti in Irlanda del Nord: e uno Stato democratico non può che rispettare tutte le fedi. Deve anche garantire l’ordine pubblico, certo. E alcuni centri islamici sono covi di pericolosi fondamentalisti. Quindi vanno tenuti sotto controllo. Ma è più facile controllare un luogo dove i fedeli celebrano i loro riti alla luce del sole, oppure uno clandestino, nascosto in qualche scantinato?
Alcuni ribattono: perché dovremmo concedere ai musulmani la possibilità di ergere moschee nel nostro Paese, visto che nel loro le chiese sono vietate? Il perché lo dice il buon senso. Primo: le chiese sono vietate soltanto in Arabia Saudita. Mentre Egitto, Marocco, Iran, Giordania, Turchia ne sono ricche. Bisognerebbe che anche in Arabia Saudita fosse consentito costruirle, naturalmente. Ma se il regime wahabita si dimostra intollerante (non soltanto con i cristiani, ma anche con le donne, che non possono neppure guidare la macchina), dovremmo abbassarci al suo livello?
Il Papa ha recentemente dichiarato che ogni religione va rispettata. E l’opposizione alla costruzione delle moschee non viene mai dal clero, bensì da gruppi politici alla ricerca del consenso degli xenofobi.
Chi si dice cattolico farebbe meglio ad ascoltare il Papa. Anche perché chi si scaglia violentemente contro le fedi altrui lo fa spesso per nascondere la fragilità della sua. Come i kamikaze, che bestemmiano il nome di Allah. E come certi cattolici intolleranti, che bestemmiano il nome di Cristo.

venerdì 16 novembre 2007

Cambiare il clima

La gente sarebbe disposta a cambiare abitudini per mitigare i cambiamenti climatici.
Una leggera maggioranza di Europei e Statunitensi sarebbe disposta a veder salire le tasse sui combustibili fossili (non gli italiani, che sembrano avere un ventricolo cardiaco geneticamente dedicato alla propria macchina), e il favor di popolo aumenta se i proventi delle tasse venissero impiegati per studiare soluzioni come nuove forme di energia o motori più efficienti.
I più entusiasti in assoluto per le tasse sull’energia sono in cinesi, che vedono la razionalizzazione della produzione e dell’utilizzo dell’energia come una possibilità di sviluppo e di guadagno nel prossimo futuro. Chi si oppone alle tasse (il 62% degli italiani e il 51% degli statunitensi) le vede come un problema nell’immediato e non come uno stimolo alla ricerca di soluzioni più efficienti.
La BBC ha reso noti i risultati di un sondaggio a cui hanno risposto 22.000 persone in 21 Paesi del Mondo. Questi dati aggiornano quelli dell’Eurobarometro che già mostravano le reticenze degli europei a incentivare il risparmio energetico tassando i consumi.
Tra i dati che più mi rallegrano leggo che l’83% degli intervistati pensa che saranno i singoli, i privati (noi, in pratica!) a impegnarsi in prima persona per la riduzione delle emissioni di gas serra. Questo verrà fatto cambiando qualche aspetto del proprio stile di vita. In Italia il 93% degli intervistati ha detto che sarà necessario cambiare stile di vita (il 62% lo ritiene sicuro, il 31 probabile).
Interessante e’ anche analizzare la disponibilità a pagare di più l’energia in rapporto ad altri fattori: se il carico totale delle tasse restasse uguale, al 69% degli italiani andrebbe bene pagare di più l’energia. Andrebbe quindi bene, ad esempio, pagare di più l’energia e di meno un altro servizio. In questo modo al privato resterebbe la possibilità di risparmiare sull’energia installando apparecchi più efficienti o riducendone l’uso.
Se la condizione fosse quella che le tasse raccolte venissero destinate alla ricerca, gli italiani diventano favorevoli al 78%, e in questo numero leggo la fiducia nella ricerca e nei nostri cervelli.

martedì 13 novembre 2007

Stato e Chiesa - 4

Su questo argomento scopro che esistono apposite convenzioni che obbligano strutture pubbliche come le Forze armate, la Polizia di Stato, le carceri e gli ospedali ad avere un assistente religioso, cioè il cappellano funzionario della chiesa, designato da essa e pagato dallo Stato. Vale la stessa cosa per gli insegnanti di religione il cui stipendio supera anche il miliardo di euro all’anno.

Si Silvia, anch’io destino il mio 8x1000 ai Valdesi, perché dichiarano di non usare il contributo per le attività di culto ma solo per opere assistenziali (lo dichiarano anche le Chiese Avventiste e le Assemblee di Dio per la verità). Ogni anno pubblicano un rendiconto e poi mi stanno simpatici perché sostengono la separazione tra Stato e Chiesa e rifiutano ogni privilegio. [a proposito l’otto per mille c’è dall’1984 e non dall’89 come ho scritto l’altra volta, scusate ma sono un po’ pignola].

L’8x1000 allo Stato. Mi sta bene che in linea di principio lo Stato giudichi l’utilità sociale della destinazione dei finanziamenti (anche il restauro di una chiesa se si tratta di un’opera d’arte), certo poi nella pratica il confine è labile e spesso piovono sul bagnato, quasi la metà sono andati alla conservazione dei beni culturali legati al culto cattolico. Comunque riterrei giusta l’abrogazione di questo meccanismo, almeno in questi termini: la ripartizione delle ‘non scelte’ e poi o tutte le confessioni religiose o nessuna, perché allora non anche agli islamici o che so ai testimoni di Geova? E perché non ad enti anche laici?
Ovviamente neanch’io me la prendo con la Caritas e simili, semplicemente dovrebbero essere equiparate e salvaguardate alla pari di tutte le associazioni impegnate nel sociale proprio in nome di quel principio laico. E poi abbiamo visto che la stragrande maggioranza dei soldi non vanno in opere di carità.

Angela F.

lunedì 12 novembre 2007

Auto bandite dalle Olimpiadi di Londra del 2012

Londra non ha gli stessi problemi di inquinamento atmosferico di Pechino, anche se la parola smog l’hanno inventata proprio loro qualche decennio fa. Ma ciò non importa, gli inglesi vogliono forse evitare congestioni ed emissioni “inutili” durante le olimpiadi del 2012 che si svolgeranno nella casa di sua maestà Elisabetta II. Tanto da bandire le macchine.
Eh già, i previsti otto milioni di spettatori saranno obbligati a prendere i mezzi pubblici, o camminare, o usare la bici per andare allo stadio o alle altre sedi sparse per il Regno Unito. Saranno infatti previste delle zone di esclusione delle macchine vicino alle località olimpiche principali a Londra, Birmingham, Manchester, Newcastle, Glasgow, Cardiff e poche altre città. Gli unici ammessi con la macchina vicino agli impianti saranno i disabili. E gli atleti, che avranno una corsia riservata tutta per loro.
E allora come faranno i poveri sportivi animati dalla fiamma olimpica a raggiungere gli spalti? Dunque, il piano è questo: tu ordini un biglietto per le olimpiadi, e l’organizzazione insieme al biglietto ti manderà una piantina dettagliata del tuo percorso per andare da casa tua all’evento per cui hai comprato il biglietto. Il giorno stesso poi riceverai sul tuo cellulare informazioni aggiornate ed eventuali strade alternative nel caso ci fossero problemi o ritardi sulla strada che ti avevano comunicato inizialmente.
Se ti trovi a Londra, questo ti darà diritto a un biglietto gratuito giornaliero per tutta la città, mentre chi viene da fuori se la caverà con un biglietto scontato.
Ma non finisce qui. Se la cosa funziona, la ripeteranno per tutti gli altri eventi sportivi e culturali. Dopo l’introduzione del pedaggio per entrare in città, il congestion charge, nel 2003 Londra punta a scoraggiare ulteriormente l’uso della macchina. Pare siano tra i pochi, se non gli unici, che ci stiano riuscendo.

venerdì 9 novembre 2007

Stato e Chiesa - 3

Grazie Angela per aver aperto una discussione così interessante: in Italia, contribuiamo con le nostre tasse al prosperare di chiese, scuole private religiose e, addirittura allo spurgo delle fognature vaticane e poi ci sono pochi soldi per la scuola pubblica e per i servizi sociali... e come se non bastasse, ci facciamo dettare dalla chiesa e dai politici ad essa legati le regole con cui gestire la nostra vita privata.
Ma quanti di noi che si dichiarano laici sono veramente disposti a prendere una posizione seria e determinata da contrapporre allo strapotere della tradizione cattolica? Mio figlio di nove anni, non è battezzato, non fa religione (in classe sono solo lui e un figlio di testimoni di geova), non risente della situazione perché ha scelto lui, dopo aver parlato della religione e avergli spiegato come la penso, purtroppo però ci si trova costretti ad avvisarlo che sarà in minoranza, che i suoi compagni quest'anno faranno la comunione, etc...
Sicuramente é già un miglioramento rispetto a quando andavo a scuola io, la maestra il Lunedì puniva chi non era andato a messa e ci diceva che la DC era l'unico partito "buono"...
Oggi credo che solo con un forte movimento di persone e politici laici, si possa migliorare ancora di più, abbiamo votato centrosinistra anche per questo e, come Verdi mi aspetterei che si prendesse posizione a Garbagnate sui soldi di cui parla Gianluca e sui finanziamenti alla scuola privata.
E a livello nazionale dare il maggior risalto possibile al fatto che oltre a dare soldi alla chiesa, ne dovremo sborsare altri se l'Europa ci sanziona per questo e fessi come siamo, permettiamo anche che l'80% dell'otto per mille vada a fini di culto e non in opere di carità o sociali, personalmente quei soldi li dò alla chiesa valdese (soltanto perché mi risulta che li usino tutti per beneficienza e perché é una chiesa che accoglie e tutela anche gli omosessuali), tanto se li dessi allo Stato, una parte tornerebbe comunque alla chiesa no?

Silvia C.

giovedì 8 novembre 2007

Dr House e la libertà

Non solo per le sceneggiature e le tematiche la fiction USA è all’avanguardia, anche per quanto riguarda la libertà di espressione.
Sui quotidiani dell’intero pianeta la palma va al serial “Dr. House” che spopola oltreoceano come da noi, perché il protagonista (l’attore Hugh Laurie) ha osato in un episodio alzare il pugno chiuso contro il presidente Bush e i disastri della sanità nazionale, denunciati da Michael Moore.
Da noi si proclamano editti bulgari contro gli anchormen.
Ve lo immaginate Massimo Dapporto in camice bianco che su Rai Uno si scaglia contro Prodi o Berlusconi? Al confino!

mercoledì 7 novembre 2007

Stato e Chiesa - 2

Faccio chiarezza su una forma di finanziamento che tutti noi facciamo alla Chiesa cattolica tramite i nosti Comuni:

Gli oneri di urbanizzazione sono stati introdotti dalla legge legge 28 gennaio 1977, n. 10, c.d. "legge Bucalossi". La materia è oggi regolata dal decreto legislativo 6 giugno 2001, n. 380, contenente il Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia.
Gli oneri di urbanizzazione sono contributi, dovuti ai Comuni, da coloro che realizzano interventi di costruzione e di trasformazione edilizia. Il rilascio del permesso di costruire comporta la corresponsione di un contributo commisurato all'incidenza degli oneri di urbanizzazione nonché al costo di costruzione. Gli oneri di urbanizzazione sono dovuti a titolo di partecipazione alle spese che i Comuni sostengono per l´urbanizzazione del loro territorio.
Si distinguono in oneri di urbanizzazione primaria e secondaria. Gli oneri di urbanizzazione primaria sono relativi a questi interventi: strade residenziali, spazi di sosta o di parcheggio, fognature, rete idrica, rete di distribuzione dell'energia elettrica e del gas, pubblica illuminazione, spazi di verde attrezzato. Gli oneri di urbanizzazione secondaria sono relativi ad altri interventi: asili nido e scuole materne, scuole dell'obbligo nonché strutture e complessi per l'istruzione superiore all'obbligo, mercati di quartiere, delegazioni comunali, chiese e altri edifici religiosi, impianti sportivi di quartiere, aree verdi di quartiere, centri sociali e attrezzature culturali e sanitarie.
I comuni sono obbligati a versare l'8 per cento (si badi, non l'8 per mille) degli oneri ricevuti per l'urbanizzazione secondaria per le chiese. Cito per tutti il caso della legge regionale lombarda n. 12 del 2005 che, in un apposito articolo, obbliga i Comuni a versare l'8 per cento dei proventi degli oneri di urbanizzazione secondaria agli "enti istituzionalmente competenti in materia di culto della Chiesa Cattolica". La possibilità che altre confessioni possano accedere ai finanziamenti previsti è limitata dalla richiesta di «una presenza diffusa, organizzata e stabile nell'ambito del comune» e dai criteri di ripartizione, basati sulla «consistenza e incidenza sociale delle rispettive confessioni» (artt. 70 e 72).
L'obbligo esiste in tutte le regioni, per tutti i comuni d'Italia. Ogni anno alcuni miliardi di euro passano dalle casse comunali a quelle della chiesa cattolica, anche là dove c'è carenza di asili nido e di scuole materne, che pure riguardano l'urbanizzazione secondaria, mentre non c'è carenza di chiese cattoliche, anzi c'è abbondanza.

Per Enzo Biagi

Pochissime parole per salutare una persona che rappresenta il giornalismo puro e crudo, fatto in tutte le sue forme, stampa, tv e libri.
Grazie Enzo Biagi per quello che hai fatto e ci hai lasciato, sperando che le nuove leve del giornalismo sappiano capire dal tuo esempio e da quello di altri grandi giornalisti tuoi contemporanei, quale sia il vero giornalismo.
Grazie Enzo Biagi per il tuo modo di confrontarti con tutti, sempre nel nome del rispetto reciproco.
Grazie Enzo Biagi.

martedì 6 novembre 2007

Rivoluzione a pedali

Massimo Catalano, il filosofo di “Quelli della notte” di arboriana memoria, direbbe: se nelle nostre città ci fossero più biciclette e meno automobili, il traffico diminuirebbe e l’aria sarebbe più pulita.
La scoperta dell’acqua calda.
Che però a Parigi sta producendo una piccola rivoluzione della mobilità. Nei prossimi giorni il progetto Velib passerà alla fase 2, e le biciclette comunali a noleggio da 10.600 diventeranno 20 mila, i parcheggi dove trovarle 1.450 da 750 che sono oggi.
Il sindaco Bertrand Delanoe si è detto certo di riuscire a ridurre in questo modo il traffico privato “a motore” del 40 per cento, aumentando del 30 quello sui mezzi di trasporto pubblici. Già, perché la bicicletta chiama il mezzo pubblico, lo rende fruibile anche quando arriva scassato e in ritardo.
Se io per arrivare in ufficio invece di tre autobus ne posso prendere uno e farmi un tratto in bici allora sì che lo aspetto e lascio l’auto in garage.
L’acqua calda.
Che però in Italia è stata scoperta soltanto in alcune medie o piccole città. Roma, Milano, Torino, Firenze stanno muovendo solo ora i primi passi tra mille incertezze e difficoltà.
Il modello Parigi è uno stimolo interessante e ambizioso e noi ci auguriamo che possa far scuola anche da noi. Berlino, Amsterdam, persino Praga sono arrivate alle stesse conclusioni: “Più bici per tutti” è un progetto possibile e realizzabile in tempi brevi, più economico di qualsiasi completamento di rete metropolitana, più popolare dei divieti di accesso al centro e delle zone a traffico limitato.
Ci vogliono sindaci coraggiosi e con uno spiccato senso del marketing. Il Velib parigino è costato 90 milioni, messi da una società privata in cambio dell’utilizzo esclusivo dipostazioni pubblicitarie.
Un “cambio merce” che potrebbe passare alla storia.

Fonte: Metro, a firma del direttore.

lunedì 5 novembre 2007

Stato e Chiesa - 1

In riferimento alla mia lettera a Metro sulla questione rapporti Stato-Chiesa: http://gianlucaaiello.blogspot.com/2007/10/lettere-metro-milano.html
è nato uno scambio di considerazioni tramite mail private, dopo approvazione degli interessati ne pubblico integralmente alcuni interventi.


E' imbarazzante constatare che, solo grazie alle norme comunitarie sulla concorrenza, ci venga fatto notare che l'Italia concede vantaggi fiscali alla Chiesa cattolica.
Si perché di fatto, con l'ultimo decreto Bersani, si doveva abolire il regalo dell'Ici sulle attività commerciali della Chiesa (regalo varato e bocciato a più riprese dal 92 e definitivamente ripristinato dal governo Berlusconi nel 2006), ma grazie ad un cavillo votato a larga maggioranza, l'esenzione, che doveva essere limitata ai soli luoghi di culto senza fini commerciali, è stata estesa a tutte le attività "non esclusivamente commerciali". E' evidente che con questa precisazione ogni attività che abbia nei pressi anche solo una piccola cappella risulta esentata. E' stata stimata una perdita per l'erario di circa 400 milioni di euro all'anno (cioè il 90% dell'ici dovuta non viene versata).
La commissione per la concorrenza di Bruxelles ora vuole conoscere la totalità dei favori fiscali , oltre all'esenzione Ici, che il nostro Paese concede alla Chiesa ed il nostro governo ha varato una commissione interna di studio (non se ne erano accorti?). Probabile una nuova infrazione per l'Italia, l'ennesima.

E' imbarazzante perché ad evitare un simile paradiso fiscale per gli enti religiosi cattolici dovrebbe semplicemente bastare la nostra Costituzione. Dovrebbe.
Io sono andata a riprendere in mano il mio vecchio Codice Civile la cui introduzione prevede la trascrizione dei 139 articoli di cui è composta la Costituzione della Repubblica Italiana, perché a volte la solennità della carta stampata sembra rassicurare e perché è importante rinfrescarsi la memoria, ogni tanto.
Nel lontano 1947 i "padri" si preoccuparono fin dai primissimi articoli di sancire la laicità dello Stato. Oltre all'art. 3 che riconosce pari dignità a tutti i cittadini senza distinzioni anche religiose, nell'art. 7 si dice che lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani e poi recepisce i Patti Lateranensi già esistenti, a regolarne i reciproci rapporti. L'art. 8 dice che tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge, hanno diritto di organizzarsi e i rapporti con lo Stato sono regolati da apposite intese. Infine l'art.20 afferma che le istituzioni religiose non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, né di speciali gravami fiscali.

Quindi separazione totale fra Stato e Chiesa, cioè assenza di interferenze religiose dirette in ambito legislativo esecutivo e giudiziario.
Va detto però che il Concordato previsto nell'art. 7 rappresenta una limitazione inaccettabile della sovranità dello Stato perché la modifica dei Patti prevede un accordo consensuale, quindi nei fatti se il Vaticano non lo consente, qualsiasi proposta revisionista non è attuabile. Basti pensare alla motivazione dell'introduzione dell'otto per mille. E' stato istituito nel 1989 dal governo Craxi a compensazione della modifica dei Patti Lateranensi che definivano la religione cattolica come unica religione dello Stato, e ciò era in evidente contrasto con gli art. 3 e 8 della Costituzione che stabiliscono pari dignità a qualunque confessione religiosa.
Ora vorrei ricordare che l'8 per mille è a tutti gli effetti un finanziamento alla chiesa, si tratta di una percentuale delle tasse che vanno a finire nelle casse vaticane a meno che, sul famoso modulo della dichiarazione dei redditi , si apponga la firma per la sua destinazione allo Stato o alle altre confessioni religiose previste (cattoliche) , escludendo organizzazioni umanitarie laiche o enti per la ricerca scientifica. [ a queste si può destinare il 5 per mille , ma questa è un'altra storia ]. Molti non sanno che se non appongo alcuna firma la loro percentuale viene destinata all'istituzione che ha avuto le preferenze maggiori; visto che, come era stato ben previsto, circa 1/3 dei contribuenti non effettua scelte e solo una piccola minoranza sceglie altre confessioni religiose, la Chiesa cattolica arriva ad incassare circa l'85% del gettito. Si tratta di un miliardo di euro all'anno (e da cifre del Vaticano solo il 20% della somma viene destinata a opere caritatevoli). [ …un'ulteriore cifra di questo ordine viene sborsata dallo Stato per scuole, università ed istituti di sanità gestiti da istituzioni cattoliche, senza contare finanziamenti regionali, comunali… ].

Va detto inoltre che gli art. 7 e 8 citano una religione in particolare o altre religioni senza fare riferimento a concezioni filosofiche non confessionali. In altre parole la Costituzione si limita a sancire la libertà di professare la propria religione, mentre la libertà di non credere in alcuna religione viene considerata implicita grazie ad un'interpretazione estensiva dell'art.3. A questo proposito io sono d'accordo con le associazioni laiciste che chiedono che venga espressamente citata anche la libertà di non aver alcuna religione. Esse chiedono anche l'abrogazione degli art. 7 e 8 . In questo modo la religione cattolica verrebbe equiparata alle altre religioni senza più alcun privilegio. Ci sono stati vari tentativi in tal senso a partire dal 77 con una proposta referendaria dei Radicali fino all'ultima proposta di legge del 2002 formulata da alcuni senatori tra i quali Turrone dei Verdi. Mai presa in considerazione.

Riporto un estratto di un testo pubblicato dall'UAAR (Unione degli atei e degli agnostici razionalisti ) che condivido in pieno:
"Con la giustificazione che il cattolicesimo appartiene al patrimonio storico e culturale del popolo italiano (come se allo stesso popolo non appartenessero anche le opposizioni alla Chiesa cattolica o le sofferenze da essa imposte) non ci si accontenta del Concordato. I privilegi economici, di potere e di prestigio concessi dallo stato o da enti locali o altre amministrazioni pubbliche (ospedali, carceri, esercito…) sono innumerevoli. Si va dai contributi alla costruzione di chiese, con annessi centri sociali e campi sportivi, alle sovvenzioni a parrocchie, scuole, corsi, opere pie. Si spacciano per feste civili le feste cattoliche. Poi c'è l'ingombrante presenza di funzionari della Chiesa cattolica in tutte le istituzioni assistenziali, a tutte le inaugurazioni, e così via. Per non parlare della disseminazione di simboli (croci, altarini) in locali pubblici, crocicchi, sentieri di montagna, per lo più in barba a ogni regolamento, per non parlare della toponomastica (strade, quartieri). L'elenco sarebbe senza fine.
Tutto ciò non rende la Chiesa cattolica particolarmente seguita nei suoi insegnamenti (per esempio la proibizione di misure anticoncezionali), ma la rende estremamente sicura come detentrice di potere politico, di potere effettivo, e di quel potere subdolo che proviene dal conformismo e dal modello di cittadino confezionato dal binomio Chiesa cattolica - Partito Cattolico Trasversale. È la conseguenza di un costume governativo e amministrativo sprezzante nei confronti delle convinzioni di una quota consistente della popolazione. "

Trovo molto sconfortante che, nella visione comune, l'etica ed i principi morali sembra siano di uso esclusivamente religioso, come se l'osservanza di principi etici non sia un problema dell'umanità tutta, di tutti gli individui e della collettività. Come se non provengano dalla libera scelta e dalla coscienza individuale. Trovo che troppo pesso la laicità è dichiarata a parole, ma in realtà disattesa .
Come si può garantire la libera scelta di tutti, credenti e non, se non partendo da uno Stato laico, laico anche nella realtà della vita quotidiana?
Questa banale considerazione si scontra con la prova dei fatti, nel concreto le gerarchie cattoliche riescono ad imporre dei limiti alla ricerca scientifica, a negare il riconoscimento dei diritti civili alle coppie di fatto, ad imporre l'insegnamento della religione nella scuola pubblica….e così via
Nel concreto se scegli di non avvalerti dell'insegnamento religioso nella scuola pubblica, scopri che tuo figlio viene prelevato dalla classe, rendendolo immediatamente un diverso, e portato altrove per svolgere le cosiddette attività alternative…per mia figlia alla scuola materna le attività alternative erano la sala del caffè con la maestra! ( …e nel modulo di iscrizione mi si chiedeva persino di scegliere quale tipo di attività gradivo tra le varie proposte).
Nel concreto come lo spieghi a tuo figlio il perché in classe sopra alla lavagna c'è un simbolo cattolico se la sua scuola è pubblica? Come gli spieghi perché la sua scuola pubblica è stata intitolata a K Wojtyla?
Nel concreto se scegli di non sposarti sei privato di alcuni fondamentali diritti civili.
Nel concreto le minoranze religiose ed etniche vengono private dei loro diritti.
Nel concreto gli atei in Italia sono 9 milioni e gli omossessuali 5 milioni, in totale il 20% della popolazione italiana discriminata dai "valori" cattolici….e così via, ancora.

Per ora ci "accontentiamo", dell'Unione Europea che sanziona il nostro Paese in nome delle regole sulla concorrenza. E ci accontentiamo che nella Costituzione europea non venga fatto riferimento alle presunte "radici giudaico-cristiane" del continente (non sono le uniche, perché non le radici greco romane, o del rinascimento o dell'illuminismo?... e non è scontato considerarle positive…), ma ad un più vago riferimento alle "eredità culturali, religiose ed umanistiche dell'Europa".
L'ultima versione del trattato europeo (che supera gli stop dati dagli esiti referendari della Francia e dei Paesi Bassi nel 2005) che sarà firmato il prossimo dicembre e che, dopo la ratifica di tutti i 27 Paesi, entrerà in vigore nel gennaio del 2009, conferma però il criticato art. 52 con il quale vengono rispettati i concordati con le chiese previsti dalle legislazioni degli Stati membri e lascia aperto un canale preferenziale accordando alle istituzioni religiose il diritto di essere consultate per tutte le questioni etiche.
Accontentiamoci. Verranno tempi migliori?

Angela F.